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Bilancio, l’espansione restrittiva

Bilancio, l’espansione restrittiva

[di Ruggero Paladini] Il governo millanta una manovra di finanza pubblica espansiva, ma i numeri del DEF lo smentiscono.

di Ruggero Paladini

Già in primavera (Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2015, occhio alla data) Padoan annunziava un DEF espansivo. Ora sembra che non vi sia più nessun dubbio: per la prima volta da anni (magari non settanta) abbiamo una manovra di bilancio espansiva. Ma è proprio così?

La recente Nota di aggiornamento presenta i seguenti dati, in percentuale del PIL:

Tabella I

Anni 2016 2017 2018
Deficit tendenziale 1,4 0 -0,7
Deficit programmatico 2,2 1,1 -0,2
Saldo primario tendenziale 2,9 4,1 4,8
Saldo primario programmatico 2 3 3,9

Il deficit tendenziale è quello che si determinerebbe in assenza di interventi, sulla base della normativa esistente, compreso, ad esempio, l’aumento dell’IVA di due punti. Per differenza rispetto alla spesa per interessi si ricava il saldo primario, cioè la differenza tra entrate totali e spese (ad eccezione di quella per interessi). Come si vede il tendenziale riflette l’obbligo del pareggio di bilancio nel 2017 (l’anno dopo il bilancio va in attivo, questa volta veramente per la prima dal dopoguerra) imposto dalle diaboliche regole del fiscal compact.  Errare humanum est, perseverare autem diabolicum: un surplus primario di quasi cinque punti ci riporta ai tempi del primo governo Prodi.

Il deficit programmatico invece sale a 2,2, quindi circa tredici miliardi in più. Il pareggio di bilancio viene spostato al 2018, un anno in più rispetto a quanto concordato in precedenza. Probabilmente è questo fatto che porta il governo a definire espansiva la manovra economica. Ma è uno strano modo di ragionare. Supponiamo che una persona finisca sotto acqua ad un metro di profondità; se risale a mezzo metro non può certo mettersi a respirare, perché sempre sotto acqua rimane. Ha più senso confrontare il deficit del 2016 con quello dell’anno prima, cioè l’anno in corso (Tabella II). Ebbene, come si vede (i dati sono sempre del MEF), il deficit scende di 0,4 punti (circa sei miliardi e mezzo), e corrispondentemente aumenta anche il saldo primario. Ai miei tempi (cioè quando la macroeconomia era keynesiana) questa verrebbe definita una manovra restrittiva.

Tabella II

Anni 2015 2016
Deficit 2,6 2,2
Saldo primario 1,7 2

C’è un però. Infatti sempre la macroeconomia keynesiana insegna che non è sufficiente guardare al saldo del bilancio per cogliere il segno della manovra, ma occorre vedere le variazioni delle singole voci di spesa e di entrata, che hanno effetti moltiplicativi diversi, anche molto diversi. Purtroppo non sembra, nel nostro caso, una strada promettente. Prendiamo ad esempio i circa cinque miliardi di diminuzione del prelievo IMU-TASI, principalmente per l’abolizione della “prima casa”.

La misura è molto popolare (Berlusconi quasi pareggiò con Prodi nel 2006 grazie a questa proposta): ma (mi limito solo all’effetto macroeconomico) le famiglie con reddito basso (i primi due decili) risparmieranno solo poche decine di euro, mentre quelle con reddito alto (i due decili più alti) risparmieranno varie centinaia, ed in molti casi migliaia di euro. Le prime quindi aumenteranno i consumi in modo impercettibile (anche loro non se ne accorgeranno), mentre le seconde non cambieranno, se non in piccola misura, i loro consumi. Moltiplicatore quindi molto basso.

Vi saranno poi anche effetti puramente contabili, cioè dovuti alla contabilità economica nazionale. La quale valuta, necessariamente, i servizi resi dal settore pubblico sulla base del costo. Quindi nel caso delle migliaia di insegnanti che diventano di ruolo ci sarà un certo aumento della spesa pubblica, e perciò del PIL. Ma questi insegnanti, come precari, svolgevano già prima il loro lavoro, quindi dal punto di vista dei servizi di istruzione non cambia nulla (cambia la distribuzione degli insegnanti sul territorio nazionale, ma questo è un altro discorso ben noto).

A questo discorso “gufista” si può obiettare la revisione al rialzo di due punti del PIL 2015 (0,9) e di quello 2016 (1,6). A parte che sul dato del 2016 c’è non poca incertezza, dovuta alla congiuntura negativa dei BRICS (che ha indotto la Fed a non aumentare il tasso di sconto), per quanto riguarda quest’anno la cosa sorprendente non è che sia 0,9, ma che sia solo 0,9. Dopo tre anni di recessione, il calo del petrolio, il QE della BCE, ci si poteva attendere di più.

Pubblicato su Eguaglianza & Libertà il 22 settembre 2015.