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    Home » Editoriali » La solitudine pericolosa della Germania

    La solitudine pericolosa della Germania

    Virgilio Chelli di Virgilio Chelli
    12 Ottobre 2015
    in Editoriali
    Merkel Volkswagen

    Angela Merkel

    Avendo scritto ben prima dello scandalo Volkswagen e dei guai delle sue banche di una Germania che vuol sempre insegnare agli altri senza quasi mai imparare, proprio mentre Angela Merkel veniva incensata per la sua generosità con i rifugiati, maramaldeggiare ora mi sembra poco elegante, oltre che troppo facile. L’Italia nostalgica di Berlusconi sembra in preda a un’incontenibile schadenfreude, la voluttà di godere dei guai altrui, che questa volta sono proprio quelli degli inventori di questa parola che non esiste in nessun altra lingua. Qualche grande banca del Belpaese soffia sul fuoco, in modo non del tutto disinteressato. Ma una Germania “sputtanata” proprio nei suoi cavalli di battaglia – il rigore, il rispetto delle regole, l’eccellenza produttiva – è davvero una buona notizia per l’Italia e per l’Europa? Roger Cohen sul New York Times di qualche giorno fa ha scritto che “la Germania non è mai quello che sembra. C’è uno strappo tra il suo ordine e le sue brame. E quando le cose vanno a finire male, tendono a farlo alla grande”. La crisi di reputazione dei tedeschi è un’opportunità su cui tuffarsi per provare a ridisegnare una governance che sta facendo passare l’Europa da una crisi all’altra senza riuscire a risolverne nessuna?

    Dovendo scegliere un momento in cui la leadership tedesca prende forma in Europa, il 2005 sembra l’anno giusto. Ad aprile un tedesco succede a Giovanni Paolo II con il nome di Benedetto XVI, è uno specie di sdoganamento etico per il popolo ritenuto responsabile delle catastrofi del 900. Qualche mese dopo la Germania manda una donna per la prima volta al posto di Cancelliere. Il primo è andato in pensione anticipata. E’ arrivata l’ora anche per Angela? Il suo non-decisionismo è stato il filo rosso di tutte le crisi che si sono succedute in Europa negli ultimi anni, infatti sono tutte ancora lì: dalla Grecia, all’Ucraina, all’integrazione fiscale che non riesce a fare un passo avanti, fino a quella attuale solo anestetizzata dei migranti. Addirittura il termine ‘merkel’ in Germania è diventato un verbo, vuol dire aspettare cosa succede senza fare niente. Il suo mandato scade nel 2017 e sembra sia intenzionata a ricandidarsi per un quarto termine e battere il record del re-presidente Francois Mitterrand. Forse la storia non andrà così. L’opinione pubblica tedesca è stata al suo fianco nella gestione della crisi greca, ma in occasione dello scandalo Volkswagen i censori più feroci e severi della degenerazione del sistema sono proprio in Germania, basta leggere Spiegel (un titolo a caso: è ora che l’industria tedesca abbandoni la sua arroganza). Per ora le critiche investono il “sistema” e non ancora il “palazzo”, ma l’insofferenza è molto forte e il passo potrebbe essere breve.

    E l’Europa? E’ impegnata nel suo sport preferito quando c’è in ballo la Germania: guardare dall’altra parte. Lo ha fatto in occasione dell’unificazione, lasciando i tedeschi soli alle prese con la ricostruzione della DDR. E continua a farlo con la attuale crisi d’identità per ora solo economica e industriale. Dalla fine della guerra in poi gli Stati Uniti e gli altri paesi europei hanno avuto una sola preoccupazione e hanno speso tutte le loro energie per assicurarsi che la Germania non sarebbe mai più diventata una grande potenza. La Costituzione tedesca, la sua architettura politica federale, la sua partecipazione all’Unione Europea, il suo posto nella NATO, anche l’adozione dell’euro sono state tutte in qualche modo misure costrittive per impedire quello che alla fine invece è successo: un’Europa a dominio tedesco. Un risultato che non piace agli altri europei, che preferiscono non guardare e si girano dall’altra parte, ma probabilmente nemmeno ai tedeschi, che infatti premiano il non-decisionismo della Merkel. Insomma, l’espressione leadership tedesca in Europa sembra quasi un ossimoro. Come se ne esce?

    Immaginiamo che l’Europa sia una grande famiglia dove c’è un componente particolarmente dotato, che riesce a fare molte cose meglio degli altri, ma ogni tanto dà fuori di testa. Per molto tempo gli altri componenti si sono affidati a una sola terapia, la camicia di forza preventiva. Poi in qualche modo, senza che gli altri se ne accorgessero, il nostro familiare se ne è liberato, ma ha lui stesso per primo paura di quello che potrebbe combinare. E gli altri membri della famiglia hanno adottato una nuova strategia, fanno finta di non vederlo, così se combina guai nessuno potrà essere accusato di non aver dato l’allarme. Da quando è nata un paio di secoli fa la Germania moderna è alla ricerca della sua anima. Potrebbe essere un’idea aiutarla a trovarla e mettere da parte sia le camice di forza che la finta indifferenza?

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