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    Home » Non categorizzato » Draghi e la sfida alla Bundesbank

    Draghi e la sfida alla Bundesbank

    [di Carlo Clericetti] La decisione di Draghi di spingere sull’acceleratore delle politiche non convenzionali rischia di rafforzare il fronte “anti-euro” tedesco (Bundesbank e Schäuble). Ma un’uscita della Germania dalla moneta unica potrebbe rivelarsi la strada meno dolorosa.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    11 Marzo 2016
    in Non categorizzato

    di Carlo Clericetti 

    Stavolta la BCE ha persino superato le aspettative dei mercati, che ipotizzavano sì alcune delle decisioni prese, ma non tutte insieme e comunque in misura minore. La sorpresa si è subito riflessa sull’andamento delle Borse, che sono partite a razzo. Ma poi, in un tempo brevissimo, i mercati “si sono girati” e quasi tutti sono andati in rosso, alcuni neppure di poco (Francoforte -2,3, Londra -1,78, Parigi -1,7). È vero che nel frattempo anche i mercati americani andavano giù, e si sa che questo influenza quelli europei. Ma un cambiamento di rotta così repentino e così consistente non può certo essere attribuito solo a quel fattore.

    Le spiegazioni plausibili sono varie, e tra quelle di cui si è parlato la più probabile sembra quella secondo cui i mercati, dopo una fiammata iniziale di entusiasmo, pensandoci bene hanno deciso che se il bazooka era stato caricato al massimo significa che l’andamento dell’economia preoccupa assai più di quando non si fosse dato a vedere.

    Le decisioni della BCE, in effetti, appaiono dettate dalla disperazione. Il QE finora ha clamorosamente fallito entrambi i suoi obiettivi principali, riportare l’inflazione verso il 2% e indebolire il cambio dell’euro. I prezzi continuano a rallentare e soprattutto le aspettative dei mercati sul futuro, ricavabili dai tassi forward, li vedono evolversi più lontani di prima dall’obiettivo. Il cambio con il dollaro è inchiodato al livello (1,09-1,12) che era stato raggiunto quando i mercati avevano scontato in anticipo le mosse della banca centrale. Che effetto può avere una dose maggiore della stessa medicina? Poco o niente è la risposta più probabile, e dev’essere quella che si sono data i mercati.

    Intendiamoci, il QE almeno un effetto positivo ce l’ha, quello di ridurre il costo di finanziamento dei debiti pubblici grazie ai tassi di mercato ai minimi storici e per buona parte addirittura sotto zero (secondo JP Morgan, sono quasi 2.000 miliardi i titoli pubblici europei di durata superiore a un anno con rendimenti negativi). Ma anche questa medaglia ha il suo rovescio, ed è quello di ridurre gli utili delle banche, dei fondi pensione e insomma dei grandi investitori istituzionali.

    Ed è soprattutto questo rovescio che vedono i tedeschi, oltre ad essere nemici giurati di queste politiche che ritengono inutili, pericolose e quindi dannose, e che avevano alzato un fuoco di sbarramento preventivo sull’eventualità che la BCE prendesse queste decisioni. Che invece non solo sono state prese, ma, come si diceva, in quantità e qualità tali che nessuno aveva previsto.

    Come reagiranno i tedeschi? Perché qualche reazione c’è sicuramente da aspettarsela. Ritenteranno il ricorso alla loro Corte costituzionale? È possibile, ed è anche possibile che questa volta la Corte non si rivolga a quella europea, come ha fatto in precedenza, ma affermi che queste decisioni sono tali da mettere in pericolo la stabilità della Germania, con conseguenze imprevedibili. Non bisogna dimenticare che già una volta i tedeschi hanno fatto saltare un accordo internazionale con questa motivazione, che, secondo la loro Costituzione, prevale su ogni altra cosa. Ci riferiamo alla crisi dello SME dell’autunno ‘92, quando la Bundesbank si rifiutò di continuare ad intervenire per difendere la parità di quelle monete che avevano raggiunto il limite della banda di oscillazione. Gli accordi dello SME prevedevano che in questi casi le banche centrali fossero tenute ad “interventi illimitati”. La Germania disse nein e lo SME saltò. Stavolta a saltare sarebbe l’euro, e quella del ‘92 sembrerebbe una passeggiata.

    Questa è la posta e Draghi, di cui tutto si può dire meno che sia uno sprovveduto, ha probabilmente chiesto e ottenuto un via libera politico preventivo da Angela Merkel. Basterà? Forse. Abbiamo detto più volte che la Bundesbank è anti-euro, e non è isolata in questa sua posizione. La vicenda greca ha mostrato che il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, non è affatto convinto che l’euro sia “irreversibile”, come Draghi ha più volte sostenuto: quantomeno, non per tutti i paesi che l’hanno adottato. Infatti aveva proposto alla Grecia una “uscita temporanea”. Ma se l’euro non fosse irreversibile per tutti, significherebbe che si possono riaprire le scommesse speculative, attaccando i debiti pubblici degli Stati più deboli. Che questo basti a farli uscire dall’euro non è detto, ma che ci sarebbero danni enormi per quei paesi è sicuro.

    Se il fronte guidato da Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank, e quello che fa capo a Schäuble si saldano, Merkel avrà la forza sufficiente per tenerli a bada? Ancora una volta: forse. E forse no.

    Che cosa dobbiamo sperare? Certo, una rottura “disordinata” dell’euro provocherebbe un caos sui mercati, e potremmo vedercela molto brutta. Ma è anche vero che, se per una ipotesi al momento del tutto teorica, decidessimo unilateralmente di uscire dall’euro, saremmo soggetti a ricatti sul modello di quelli subiti dalla Grecia quando ha provato a mettere in discussione la politica imposta dall’Europa. Se invece la rottura fosse provocata dalla Germania non ci troveremmo in quella situazione. Potrebbe essere la strada migliore, per quanto pericolosa e dolorosa, per uscire da quella trappola insensata che è diventata l’Unione. Va a finire che ci conviene fare il tifo per l’odioso Weidmann.

    In tutto questo una cosa sola è sicura: se non c’è ancora, conviene preparare di corsa il famoso “piano B”. La situazione è tutt’altro che stabile.

    Pubblicato su Repubblica l’11 marzo 2016. 

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