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    Home » Non categorizzato » Il cigno nero che Verhofstadt ignora

    Il cigno nero che Verhofstadt ignora

    [di Barbara Spinelli] Un recente rapporto del Parlamento europeo, redatto da Guy Verhofstadt, propone di rilanciare la sfida federalista a livello europeo. Ma non viene messa in discussione la dottrina dell’austerità, né la mancanza di legittimità delle istituzioni europee.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    23 Luglio 2016
    in Non categorizzato

    di Barbara Spinelli 

    Versione redatta dell’intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Possibile evoluzione e adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea” (Relatore Guy Verhofstadt – ALDE, Belgio), nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO) del Parlamento europeo. Bruxelles, 12 luglio 2016.

    Vorrei innanzitutto ringraziare il collega Verhofstadt per il lavoro che ha fatto… Tutti noi stiamo cercando di apprendere dagli errori, e questa Relazione certamente rappresenta uno di questi tentativi. Siccome però siamo di fronte a un tentativo tra molti altri, vorrei qui esprimere alcuni pareri che non necessariamente coincidono con quelli del relatore. Ci sono due obiezioni in particolare su cui vorrei insistere. Una è purtroppo di carattere procedurale, l’altra riguarda la sostanza.

    Trovo la questione procedurale specialmente importante… Abbiamo ricevuto solo ieri la Relazione, e già entro il primo settembre dovranno essere pronti gli emendamenti. Non mi è mai accaduto di vedere il parere dei vari gruppi politici, e dunque del Parlamento nel suo insieme, scavalcato e quasi annullato in questa maniera. Non sono previste riunioni tra relatori ombra – a breve vi sarà l’interruzione dei lavori parlamentari per il periodo estivo – né ulteriori incontri in commissione AFCO. In altre parole non è previsto quello che in democrazia è essenziale, cioè la dialettica. Ognuno di noi qui rappresenta i cittadini del proprio Stato e dell’intera Unione e, di fatto, ho l’impressione che i cittadini siano estromessi dall’elaborazione di una delle più importanti Relazioni della legislatura corrente: la Relazione con cui si decide addirittura la necessaria revisione dei Trattati. Chiedo dunque in nome del mio gruppo – e spero che altri colleghi saranno d’accordo – che la scadenza degli emendamenti sia posticipata di almeno due mesi, tenendo conto che, dopo la pausa estiva, il Parlamento avrà inoltre una lunga “settimana verde”.

    Entro ora nel merito del documento. Un tema che è assente in maniera preoccupante è la questione della crisi democratica e sociale dell’Unione. Crisi che già sottendeva le discussioni sul Grexit e che è letteralmente esplosa con il Brexit. Il legame fra le due esperienze è volutamente schivato. Sicuramente il collega Guy Verhofstadt conoscerà la teoria del cigno nero di Nassim Taleb. Il cigno nero rappresenta ciò che non è previsto, che scardina in maniera radicale e definitiva tutte le nostre certezze. Nel caso citato da Taleb, in questione è la certezza che tutti i cigni siano bianchi, fino al momento in cui appare il cigno nero e ci fa perdere il terreno sotto i piedi. Nel caso dell’Unione, sono in gioco le convinzioni dottrinali che pervadono le politiche di austerità imposte ai paesi indebitati dell’eurozona. L’Unione e i suoi Stati avevano certezze granitiche, sui modi di superare la crisi economica, ma si è poi visto come esse non abbiano dato risultati, e abbiano anzi peggiorato enormemente le condizioni economiche e sociali dei paesi in difficoltà. Tuttavia, le stesse certezze vengono riproposte tali e quali sia nella Relazione Verhofstadt sia nella Relazione Bresso-Brok, che della prima costituisce il necessario corollario e che si concentra su ciò che si può fare a trattati costanti. Il cigno nero è fra noi, ma continua a essere ignorato.

    C’è poi la questione democratica. Per democrazia intendo il rispetto, la promozione e l’estensione dei diritti dei cittadini. Proprio quest’espressione – diritti dei cittadini – è del tutto assente nella Relazione Verhofstadt. A questo si aggiunga il tema del suffragio universale. Come tenerne conto, come rendere compatibili i suoi verdetti con politiche europee che sempre meno fedelmente rispecchiano le volontà dei cittadini risultanti dal voto, sia esso espresso in un’elezione politica che in un referendum? La domanda non è nemmeno posta, né scompone i Relatori. Non si parla nemmeno di migliorare l’Iniziativa dei cittadini europei, che pure è stata oggetto di una specifica risoluzione del collega Schöpflin (PPE- Ungheria), adottata da questo Parlamento. Avrei gradito inoltre che ci fosse qualche richiamo a un new deal economico di stile rooseveltiano, ma anche questo manca. E perché tutto ciò è assente? Perché la proposta di Relazione Verhofstadt si concentra sulla “tecnica” della cosiddetta governance, e giustamente afferma che la tecnica non funziona, che il metodo istituzionale aumenta il sospetto d’illegittimità che grava sulle decisioni UE. Non sono in disaccordo su questo punto, ed è vero che tanti accordi sono ormai presi fuori dai trattati – dal fiscal compact all’accordo con la Turchia concernente i rifugiati – eludendo così ogni controllo da parte dei parlamenti, sia in Europa sia negli Stati membri. Siamo però arrivati a un punto di svolta nell’Unione, a un autentico tipping point. La retorica sul metodo istituzionale – intergovernativo o comunitario o “unionale” che sia – non è più sufficiente. Sono innanzitutto le politiche che devono cambiare, più che i modi di farle. Per fare un esempio, il fiscal compact sicuramente non migliora o diviene più giusto o tale da produrre buoni risultati, se lo integriamo sic et simpliciter nel Trattato e lo consideriamo materia del metodo comunitario invece che intergovernativo. Si tratterà sempre di una politica dell’austerità che non ha funzionato, e che tra l’altro comincia a essere fondamentalmente criticata perfino dal Fondo monetario internazionale.

    Ritengo, perciò, che avviare una procedura di riforma dei trattati prima che il progetto europeo abbia riconquistato – con la propria policy, non con le alchimie della politics – il consenso necessario, significherebbe esporre il progetto europeo a nuove bocciature da parte dei cittadini attraverso ulteriori referendum nazionali o in un eventuale referendum comune. Tutto questo bloccherebbe il progetto europeo per i prossimi vent’anni, come minimo. Per questo motivo ritengo che l’Unione europea dovrebbe utilizzare i due o tre anni necessari a concludere i nuovi rapporti con il Regno Unito per adottare un pacchetto di misure in grado di riconquistare il sostegno popolare, e per prendere definitivamente congedo dalle dottrine neoliberiste.

    In questo quadro, penso che la Relazione debba includere un serio social pillar, tale da dare ai cittadini il senso che qualcosa stia veramente cambiando dal punto di vista della giustizia e dell’uguaglianza sociale. Intendo un social pillar legislativo, e non la solita “soft law” che afferma un valore o un principio senza dar loro la benché minima consistenza. In entrambe le relazioni – la Relazione sulla trasformazione dei trattati e quella Bresso-Brok, sul cui legame si insiste nella bozza del collega Verhofstadt – si parla poi di “gestione” del fenomeno migratorio. Lo si fa tuttavia in una mera prospettiva di “management delle frontiere”. A me sembra che questo sia un punto di vista miope, che non guarda lontano. Cosa faremo infatti e come costruiremo l’Europa con i migranti e rifugiati che necessariamente si troveranno a vivere da noi? che tipo di società abbiamo in mente di realizzare insieme a loro? Anche questo dovrebbe far parte della revisione dei trattati.

    Infine un accenno a quella che probabilmente è la più grande conquista di questa “nostra Europa”, ossia la Carta dei diritti fondamentali. Una possibile revisione dei trattati potrebbe essere l’occasione per rimettere al centro della scena la persona, per riaffermare pienamente la centralità del diritto e dei diritti e conferire a tale strumento uno status di effettivo Bill of Rights europeo. Penso che rappresenterebbe un passo per riconquistare la fiducia smarrita dei cittadini.

    Pubblicato sul sito dell’autore il 14 luglio 2016. 

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