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    Home » Economia » Copyright, Parlamento Ue: devono pagarlo solo le piattaforme on-line commerciali

    Copyright, Parlamento Ue: devono pagarlo solo le piattaforme on-line commerciali

    Secondo le disposizioni normative in Aula il 5 luglio non scattano tasse sui link per blogger e privati. Diritti d'autore solo per i 'big', risparmiati servizi come Wikipedia e Dropbox

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    28 Giugno 2018
    in Economia
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    Bruxelles – Internet e le sue regole, i diritti degli utenti e quelli degli autori. Argomento delicato, complesso, a tratti controverso. Il Parlamento europeo ci sta mettendo mano, sta cercando di cambiare le regole del gioco con la proposta di modifica della direttiva sul copyright che non manca di far discutere. Per alcuni si introduce un bavaglio, e così facendo si uccide la democrazia. Per altri, invece, si va nella giusta direzione di un giusto equilibro tra diritti intellettuali e libertà di navigazione on-line. Punti di vista contrastanti, difficilmente coniugabili.

    Nessuno stop ai “meme”
    Uno dei punti criticati dalla proposta di riforma approvata dalla commissione Giuridica e che l’Aula del Parlamento sarà chiamata a votare il 5 luglio, è quello del divieto di utilizzo di prodotti audio-visivi protetti in tutto o in parte da licenze. E’ il provvedimento che molti hanno definito come “anti-meme”. Il legislatore chiarisce due cose: innanzitutto le regole sui diritti d’autore “non impediscono il legittimo uso privato e non-commerciale” del materiale reperibile on-line. In secondo luogo, la direttiva 20 del 2001 sull’armonizzazione di taluni aspetti dei diritti d’autore e i diritti connessi alla società di informazione, prevede tutta una serie di eccezioni alle, tra cui “caricatura, parodia o pastiche”.

    In sostanza, a particolari condizioni si può riprodurre materiale protetto da diritti intellettuali senza doverli pagare. I meme, in quanto parodie, possono sfuggire alle maglie. Ma lo stesso vale per i contenuti giornalistici. Il testo in voto la prossima settimana afferma che “periodici pubblicati per fini scientifici o accademici, come riviste scientifiche, non devono essere coperti” dalla direttiva sul diritto d’autore.

    Colpiti piattaforme e operatori commerciali
    Il legislatore pone l’accento sulla natura “commerciale” delle modifiche che si intende introdurre. Questa natura, da sola, basterebbe a spazzare via ogni dubbio circa le intenzioni di censure sul web. Le restrizioni si applicano alle grandi piattaforme. In base alle definizioni “servizi che si comportano in modo non-commerciale come enciclopedie on-line, non dovrebbero essere considerate nel senso della direttiva”. Vuol dire che non ci sono strette su Wikipedia e portali affini. Ancora, “providers di servizi di cloud per uso individuale che non danno accesso a piattaforme pubbliche, non dovrebbero essere considerati ai fini della direttiva”. E’ questo un passaggio ‘salva-Dropbox’.

    Nessuna ‘link tax’
    La tassa sui link, altro elemento criticato. Non c’è alcuna tassa sui click, assicura il legislatore. Data la natura “commerciale” del provvedimento, solo le grandi piattaforme saranno soggette a balzelli. Blogger e privati cittadini potranno continuare a mettere link. Anche qui si prevedono eccezioni. Nello specifico si considera il collegamento ipertestuale come elemento contenente “solo le informazioni necessarie per trovare o richiedere i contenuti della fonte”. In quel caso niente stretta. Non siete convinti? Nei corridoi di Bruxelles saranno in molti a suggerirvi di guardare la storia dell’Estonia e i suoi tradizionali rapporti con tutti ciò che ha a che fare con internet. “Credete davvero che il commissario per il Mercato unico digitale, un estone, possa proporre o accettare proposte con tasse sui link?”.

    Sui cosiddetti “filtri”, i programmi che dovrebbero individuare materiale coperto da licenza nel momento in cui viene caricato, resta fermo il principio sancito dall’articolo 15 della direttiva 31 del 2000 sul commercio elettronico, in base alla quale “gli Stati membri non impongono ai prestatori un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni” condivise. Controlli sì, ma non capillari, continui e continuati. Sono gli Stati membri che devono garantire “equilibrio tra diritti fondamentali degli utenti e i detentori di diritti”. E qui entriamo nel cuore della vicenda.

    Decidono gli Stati
    L’Unione europea dà un codice di condotta, ma poi sarà competenza degli Stati membri prendere le decisioni del caso. Del resto la direttiva lascia per definizione più libertà di manovra ai governi nazionali. Per tutti elementi di novità continuerà a essere l’autorità statale a fare tutto. Si chiarisce “gli Stati membri assicurano” il pagamento dei diritti d’autore da parte degli per l’uso di una pubblicazione da parte dei fornitori di servizi della società dell’informazione. In caso, la quota del compenso “può essere stabilita dagli Stati membri con legge o regolamento” nazionale.

    Cittadini non convinti, oltre 550mila firme per dire ‘no’
    Eppure le proposte di modifica non convincono. L’esito del voto del 5 luglio non è scontato, ed accompagnato dalla campagna di raccolta firme contro le proposte di modifica approvate dalla commissione Giuridica. Su Change.org sono state raccolte oltre 550mila sottoscrizioni per fare marcia indietro.

    Tags: copyrightdiritti d'autoree-commerceinternetlicenzelinkmemeparlamento europeopiattaforme onlineueweb

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