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    Home » Politica » Ue: processo di involuzione e scenari di riforma

    Ue: processo di involuzione e scenari di riforma

    Una sintesi, a cura dell’ambasciatore Giovan Battista Verderame, del Dialogo diplomatico “Scenari di riforma dell’Unione europea: l’integrazione differenziata e la riforma dell’Unione economica e monetaria”, organizzato dal Circolo di Studi diplomatici

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    20 Luglio 2018
    in Politica
    integrazione differenziata

    Tratto da affarinternazionali.it

    Riceviamo e volentieri pubblichiamo una sintesi, a cura dell’ambasciatore Giovan Battista Verderame, del Dialogo diplomatico “Scenari di riforma dell’Unione europea: l’integrazione differenziata e la riforma dell’Unione economica e monetaria”, organizzato dal Circolo di Studi diplomatici con la partecipazione del direttore generale Europa del Ministero degli Esteri, ambasciatore Giuseppe Buccino.

    Per parlare di scenari di riforma, occorre partire da una osservazione pregiudiziale. L’analisi dei fattori per così dire contingenti – e cioè le conseguenze della crisi economica in particolare per i Paesi meno strutturalmente attrezzati a farvi fronte, la crisi di fiducia che ne è derivata nel rapporto fra gli Stati membri, lo scoppio della questione migratoria -, che sono alla base della situazione di crisi che vive attualmente l’Ue, non è sufficiente da sola a dare conto dei rischi di involuzione ai quali oggi si assiste nel processo di integrazione. E’ necessario inquadrarla nel più ampio contesto internazionale, nel quale una globalizzazione mal gestita ha confinato ai margini dei rispettivi sistemi sociali larghi settori dei ceti medi in Europa e in altre economie avanzate.

    Da questo punto di vista, il processo che sperimenta l’Europa è lo stesso che negli Stati Uniti ha portato alla rivolta elettorale di una parte dei ceti medi impoveriti che si sono identificati in Donald Trump e ne hanno propiziato l’ascesa alla Casa Bianca. Negli Stati Uniti di Trump ciò si è tradotto nella convinzione che l’ordine internazionale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale aveva fallito e che, per ritornare nuovamente grande, l’America debba esercitare con maggiore convinzione il suo potere a tutela degli interessi nazionali tanto sul piano economico che su quello politico. In Europa è stato il concetto stesso di integrazione sovranazionale che ne ha fatto le spese, con l’avanzata dei sovranismi e il ritorno di pulsioni nazionalistiche che proprio l’avventura dell’integrazione europea aveva inteso esorcizzare.

    Invertire il processo di involuzione
    Di fronte a questa situazione, chiunque abbia a cuore le sorti dell’Europa non può che partire dalla consapevolezza che questo processo di involuzione deve essere invertito. Se così non fosse, un percorso di pace e di sviluppo che dura da sessant’anni verrebbe drammaticamente interrotto, e verrebbero ricreate le condizioni per nuove tensioni e nuove rivalità. L’Europa sarebbe ridotta all’irrilevanza sulla scena internazionale e in particolare nel rapporto tra Stati Uniti e Russia, soprattutto se questo rapporto smettesse gli attuali contenuti confrontazionali per assumere contorni più cooperativi, in una relazione alla quale l’Europa non avrebbe altro da opporre che le disunioni tra gli Stati che la compongono (e non è un caso che entrambi i protagonisti non sono o non si comportano come sostenitori dell’integrazione europea).

    Oggi le sovranità nazionali non bastano per affrontare i problemi del nostro tempo se non sono inserite in un quadro di sovranità europea. Di fronte alla tendenza sempre più diffusa di contrapporre le sovranità nazionali alle sovranità condivisa a livello europeo, il problema delle integrazioni differenziate assume una dimensione più ampia e più impegnativa di quando il concetto cominciò a farsi strada nel lessico e nelle soluzioni tecniche a disposizione degli Stati membri. All’inizio si trattava di consentire agli “able and willing” di precorrere gli altri in conquiste che prima o poi sarebbero diventate comuni. Oggi il problema dell’“able” è passato in secondo piano rispetto a quello del “willing”, che ha assunto una dimensione di profonda divaricazione sulle finalità stesse del processo di integrazione. In altri termini, la prospettiva di integrazioni differenziate è diventata oggi molto meno episodica e molto più strutturale di quanto non fosse in passato.

    Integrazioni differenziate e problemi di governance
    Ma il problema non è per questo automaticamente risolto. Perché se è vero che, secondo un’opinione largamente condivisa, l’eurozona dovrebbe essere il motore naturale degli auspicati sviluppi dell’Unione verso livelli di superiore integrazione, è anche vero che essa è percorsa da contrasti e la sua governance non è certo ottimale anche sotto il profilo democratico. La prospettiva di un bilancio della zona euro è ancora lontana. La crisi di fiducia tra gli Stati dell’area dell’euro è lungi dall’essere stata superata. Il nodo di nuovi strumenti finanziari che potrebbero aprire prospettive di maggiore condivisione dell’obiettivo di favorire la crescita non è risolto. La dimensione politica dell’Unione monetaria è praticamente inesistente.

    In queste condizioni, solo coraggiose riforme, con una maggiore sensibilità da parte di tutti ai temi della crescita, potranno consentire all’euro di resistere alla costante crescita nelle opinioni pubbliche di alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, della sensazione di un profondo squilibrio nei rapporti fra i soci della zona euro e della disaffezione per quelli che vengono avvertiti come tradimenti delle promesse iniziali.

    Funzionamento dell’euro e responsabilità dell’Italia
    Oggi l’Italia è pienamente inserita nella dialettica che ruota intorno al difficile rapporto riduzione/condivisione del rischio, nella diversa lettura che ne danno i rigoristi del nord e i presunti ‘lassisti’ del sud. Anche se le modalità procicliche con cui è stata gestita a livello europeo la crisi degli anni 2008-2011 lo ha ulteriormente aggravato, il principale problema resta per noi il livello del debito, cui si aggiunge la mancanza delle riforme necessarie per ridurre, anche grazie ad un maggiore afflusso di investimenti esteri, la nostra dipendenza dai mercati finanziari. E questa è la principale responsabilità che grava sull’Italia.

    Ma il funzionamento della zona euro, con il superamento delle sue debolezze originarie e di quelle venute alla luce successivamente, è interesse obiettivo di tutti. La rigidità delle regole va misurata sulla necessità di evitare che i Paesi più deboli si avvitino nella spirale di una rincorsa alla crescita resa sempre più difficile dalla mancanza di meccanismi di riequilibrio a livello centrale di cui potersi avvalere per favorire il rilancio dell’economia, e dalla contemporanea necessità di rispettare i severi parametri convenuti per la riduzione del debito.

    Ecco perché l’ipotesi di riforma della zona euro basata su un bilancio comune per sostenere gli investimenti produttivi e gestire le politiche comuni anche con ricorso al mercato finanziario, senza che questo comporti una mutualizzazione dei debiti pregressi, resta la strada da percorrere. Intanto, la decisione di scorporare dal debito gli investimenti la cui efficacia sia stata valutata in comune e con meccanismi assistiti dalla necessaria legittimità democratica sarebbe un primo passo per superare la sfiducia reciproca di cui sono ancora ostaggio le prospettive di riforma dell’Eurozona

    Tags: AffarinternazionaliCircolo di Studi diplomaticieuroeurozonaGiovan Battista VerderameIaiIntegrazione differenziataue

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