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    Home » Politica » Per la Brexit ancora sei mesi di tempo

    Per la Brexit ancora sei mesi di tempo

    I leader UE non si fidano dei tempi stretti richiesti da May, e preferiscono contenere l'incertezza anche al costo di far tenere al regno elezioni europee che complicheranno la vita

    Lena Pavese di Lena Pavese
    11 Aprile 2019
    in Politica
    Theresa May e Angela Merkel durante il vertice di ieri notte. (Foto del Consiglio europeo)

    Theresa May e Angela Merkel durante il vertice di ieri notte. (Foto del Consiglio europeo)

    Bruxelles – Alla fine la proroga è arrivata, né corta né lunga, media: fino al 31 ottobre. Il Regno unito ha dunque ancora poco più di sei mesi per trovare una via d’uscita per una Brexit “ordinata”. Non è detto che bastino, visti i precedenti, ma sono un tempo sufficiente perché qualcosa maturi, anche, nelle speranze del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che i tempo a disposizione faccia ricredere i britannici sulla scelta o apra la via ad un nuovo referendum. “E’ tutto nelle vostre mani… Non sprecate il tempo a disposizione”, ha ammonito il polacco.

    Un referendum in qualche modo ci sarà con le prossime elezioni europee, alle quali appare oramai certo che il regno parteciperà. L’esito è altamente incerto, la partecipazione potrebbe essere bassissima, ma per tutti i partiti, in realtà sarà un’occasione di test delle proprie posizioni. “Il fatto che ora il Regno Unito sia molto propenso a partecipare alle elezioni europee fornirà un’opportunità per le forze pro-UE di alzarsi in piedi e mobilitarsi. Non risparmieremo sforzi per dimostrare ai cittadini di tutto il 28 il valore positivo che l’UE può avere per tutti noi”, dice lo speranzoso presidente del gruppo dei Verdi al parlamento europeo Philippe Lamberts.

    Il 31 ottobre, a parte essere la data della “Brexit di Halloween”, come è stata battezzata ieri nella sala stampa del Consiglio europeo che ha fissato i tempi, è anche il giorno prima della entrata in funzione della prossima Commissione europea, alla composizione della quale dunque parteciperanno anche i britannici, che pure non avranno una poltrona. Forse con discrezione, senza voler influenzare più di tanto, come hanno fatto negli ultimi mesi circa le scelte europee di lungo respiro, ma comunque i parlamentari avranno i loro voti a disposizione, e potrebbero anche diventare determinanti.  “Il Regno Unito – dicono le Conclusioni del Consiglio – deve facilitare all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e astenersi da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione, in particolare quando partecipa al processo decisionale dell’Unione”.

    La Decisione del Consiglio affronta anche, per la prima volta, la posizione dei rappresentanti britannici nelle istituzioni UE, Parlamento compreso: “Gli attuali mandati dei membri delle istituzioni, degli organi e degli organismi dell’Unione nominati, designati o eletti in relazione all’adesione del Regno Unito all’Unione giungeranno al termine non appena i trattati cesseranno di applicarsi al Regno Unito, ossia alla data del recesso”.

    E’ stato un lungo vertice notturno, di sette ore di negoziato, che ha anche deciso una data “intermedia”, a giugno, per fare il punto, e con la premier Theresa May che ancora non esclude un’uscita prima delle elezioni “entro il 22 maggio” ha detto, se troverà un’intesa in Parlamento.

    E’ in sostanza passata la linea di Tusk e della cancelliera Angela Merkel contro quella del presidnte francese Emmanuel Macron, che non ha trovato molti alleati nella sua posizione “dura”, per una proroga breve.

    “Questa estensione è più breve di quanto mi aspettassi, e anche un po’ più corta, ma abbastanza lunga da consentire al Regno Unito di trovare la migliore soluzione possibile. Per favore, non sprecate il tempo a disposizione”, ha detto Tusk al termine del Consiglio, ricordando che in questo periodo “si può anche revocare l’articolo 50 (del Trattato Ue, con il quale si è attivata la Brexit,ndr)”.

    May aveva chiesto una proroga solo al 30 giugno (ed entro quella data può sempre uscire in realtà) ma i 27 non hanno dato credito alle sue promesse, hanno preferito contenere l’incertezza entro i limiti del possibile. E lei, la premier. È tornata ad attaccare il suo Parlamento, come se avesse dovuto accettare le sue proposte senza discutere troppo: “Saremmo potuti uscire a gennaio – ha detto – ma il Parlamento ha votato contro. Adesso dobbiamo lavorare perché l’accordo venga approvato”. E oggi continueranno gli incontri, a quanto pare sino ad oggi poco fruttiferi, con l’opposizione laburista.

    Incertezza contenuta ma sempre incertezza. Avremo un Parlamento europeo azzoppato per qualche mese, con numeri che potrebbero non essere confermati dopo poche sedute, con gruppi che potrebbero formarsi e poi sciogliersi, con deputati che entra ed escono per farne entrare alcuni di altri Paesi, come i tre italiani che aumenteranno la pattuglia nostrana dopo la Brexit. Ma, se il tempo non sarà sprecato come è stato fino ad oggi, forse si potranno stabilire relazioni più solide con il Regno Unito paese terzo. O forse, addirittura, come spera Tusk ed in fondo tutti i leader europei, che non ci sia un paese terzo in più.

    Tags: brexitelezioni europeeottobrePhilippe Lambertsrinvio

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