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    Home » Editoriali » Usare il MES senza condizioni: il coraggio che manca all’Europa

    Usare il MES senza condizioni: il coraggio che manca all’Europa

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    28 Marzo 2020
    in Editoriali
    Angela Merkel e il primo ministro olandese Mark Rutte

    Angela Merkel e il primo ministro olandese Mark Rutte

    Cos’è uno stupido? E’ uno che senza alcun guadagno per se stesso fa un danno all’intera comunità. È più o meno quello che spiegava il compianto Carlo M. Cipolla, economista, che scrisse un fondamentale libretto sulla stupidità umana.

    Stupidità, unita a egoismo, presunzione, mancanza di visione generale, sono le caratteristiche che possiamo attribuire, senza troppi timori di essere smentiti, ad alcuni capi di governo europei, che sembrano non aver capito assolutamente la sfida che abbiamo davanti. Secondo le loro spiegazioni, infatti, il problema è la mancanza di fiducia nei partner, considerati spendaccioni inaffidabili, pronti a trascinare tutti nel baratro finanziario se non frenati per tempo.

    Non si tratta solo di salvare vite, che già di per sé non sarebbe cosa da poco, ma di salvare un progetto nel quale tutti avrebbero da guadagnare: il progetto europeo. E la sua economia.

    VECCHI SCHEMI

    C’è ancora in Europa chi ragiona su schemi vecchi, che ogni giornata che passa dimostra essere superati. Ieri è successo un fatto nuovo: il primo premier europeo importante ha dichiarato di essere stato contagiato. Non è più nell’Unione Boris Johnson, ma è difficile credere che sarà l’unico primo ministro a essere colpito: parlando da un punto di vista puramente ipotetico, purtroppo è facile che altri di questi personaggi che girano il Mondo in continuazione, che incontrano le persone più diverse, si ritrovino nelle sue condizioni.

    Qual è stato il risultato? La Borsa di Londra è precipitata, miliardi sono andati in fumo in un attimo.

    La situazione è delicata per tutti, pensiamo ad esempio al fragile governo olandese, quello che con tanta fierezza si oppone a un nuovo uso, più efficiente rispetto all’emergenza, del Fondo Salvastati, o alla nascita di titoli di debito europei.
    Se Mark Rutte si ammalasse che contraccolpo avrebbe la finanza dei Paesi Bassi? E se mentre si ammala il premier si ammalassero anche tante persone, seguendo una curva tragica che è praticamente uguale per tutti, anche se per qualcuno ha avuto picchi decisamente più alti?

    Ecco, nessuno è al sicuro, ma c’è ancora tempo, poco ma c’è, per mettere al sicuro le nostre società e le nostre economie e ad averlo capito sembra essere anche il governatore della Banca centrale olandese, che in un’intervista di ieri ha aperto a Coronabond e Fondo Salvastati.

    Mario Draghi è stato chiarissimo, ha usato parole estreme per descrivere una situazione estrema, lui che è forse l’unico che nella sua carriera pubblica ha deciso di prendere di petto una situazione drammatica e di risolverla. Il suo «a qualsiasi costo» dovrebbe essere ora il motto di tutti. Di tutti questi governi che nei primi giorni dell’epidemia pensavano di poter fare da soli, che si volevano tenere medicine e beni di consumo e che rapidamente si sono resi conto che non è possibile affrontare l’emergenza in questo modo, ognuno per sé.

    RESPONSABILITÀ COLLETTIVA

    Questi, Paesi Bassi, Finlandia, Germania, hanno ceduto già qualcosa, va detto: lo stop al Patto di Stabilità, i disequilibri che potrà portare il via libera agli aiuti di Stato sono passi pesanti che sono stati fatti. Erano inevitabili, ma sopratutto sono passi la cui fatica di farli ricade, in fondo, sui governi che sono costretti ad approfittarne. Perché poi, con deficit arrivati a due cifre, con un regime di concorrenza saltato, almeno in alcuni settori, dovranno ripercorrere quelle strade all’indietro, dovranno “far tornare i conti in ordine”. I riflessi per gli altri saranno tutto sommato contenuti.

    Ora, invece, quel che chiedono Francia, Italia, Spagna, ma anche Belgio e Irlanda è un’assunzione collettiva di una responsabilità, di uno scambio di fiducia, quando si pensa, ad esempio, a liberare i capitali del Fondo Salvastati senza le “condizionalità” tradizionali, senza pretendere in cambio riforme o tagli che in questo momento sono impossibili. Ecco, è qui che ci vuole una decisione coraggiosa, forte, responsabile che questi piccoli uomini, questi “furbetti del rebate” come li abbiamo già chiamati, non sono in grado di prendere.

    GRIDO DI ALLARME

    Addirittura le singole parole, già vaghe, del comunicato finale del Consiglio europeo di giovedì sono state oggetto di scontro. È stato lanciato il gioco del rimpallo tra capi di governo e ministri delle Finanze, che già da giorni si erano arresi alla loro impotenza chiedendo l’intervento dei capi dei governi, che ora rimettono d’autorità la palla nel campo dei ministri.

    Eric Mamer, portavoce della presidente della Commissione europea von der Leyen, ieri ha detto: «Credo che tutti dobbiamo ricordare che serve tempo per prendere consapevolezza di tutte le dimensioni della crisi per arrivare alle soluzioni. Quello che serve è consentire il dibattito, dare a tutti il tempo per arrivare con proposte». Voleva essere una frase diplomatica per spiegare il fallimento del Consiglio europeo, in realtà suona come il riconoscimento di una sconfitta, o per lo meno come un grido di allarme. In pratica dice che qualcuno ancora non ha preso cognizione di cosa significa questa crisi, per gli altri ma neanche per se stesso. Dunque ci vorrà del tempo perché anche i più testardi capiscano. È però certo che il tempo a disposizione finirà presto, e anche i 15 giorni che sono stati concessi ai ministri dell’Ecofin per elaborare nuove proposte abbia posto la scadenza troppo tardi, già in ritardo.

    Editoriale originariamente pubblicato su Il Quotidiano del Sud/L’Altra voce dell’Italia.

    Tags: coronabondcoronavirusfondo salva statigovernimesunione europea

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