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    Home » Editoriali » In Europa ricorsi sinistri degli anni ’30

    In Europa ricorsi sinistri degli anni ’30

    Questa volta è peggio della crisi del debito sovrano del 2010-2012 e non solo perché alla Bce non c’è più Mario Draghi. La sindrome storica dell’Europa di rispondere alla crisi facendosi male è antica e non promette bene

    Virgilio Chelli di Virgilio Chelli
    30 Marzo 2020
    in Editoriali
    Franklin Delano Roosevelt

    Franklin Delano Roosevelt

    Le turbolente cronache borsistiche di questi giorni hanno rievocato un paio di volte gli anni 30 a Wall Street. La prima quando martedì 24 marzo l’indice Dow Jones ha messo a segno un rialzo dell’11%, il più grande in percentuale in un solo giorno dal 1933. Poi alla chiusura di venerdì 27 i titoli di finanza ci hanno ricordato che il Dow Jones aveva infilato il rialzo settimanale più elevato, sempre in termini percentuali, dal giugno del 1938. Nella crisi da virus, le Borse di tutto il mondo alternano violente cadute a tentativi altrettanto violenti di recupero. Vedremo come va a finire. Ma intanto forse l’evocazione degli anni 30 può farci riflettere al di là delle coincidenze. Il rialzo di Wall Street del 1933 fu un falso segnale, il peggio delle Grande Depressione doveva ancora arrivare tra il 1936 e il 37. Ma quello del 1938 invece segnalò correttamente l’uscita dal tunnel, con qualche tempo di anticipo, come è compito del mercato azionario. Il 1933 è importante perché arriva alla Casa Bianca Franklin Delano Roosevelt, a cui gli americani si affidano per farsi tirare fuori dalla devastante depressione iniziata con il crollo del 1929, sempre ovviamente a Wall Street.

    QUANDO L’AMERICA USCIVA DELLA GRANDE DEPRESSIONE AFFIDANDOSI A FDR

    Alla fine del 1936 lo rieleggono con un voto a valanga praticamente unanime, dall’Atlantico al Pacifico, anche se l’uscita dal tunnel non era ancora in vista. Quattro anni dopo l’economia americana è definitivamente fuori dal tunnel e FDR viene eletto per un terzo mandato senza precedenti, anche perché promette che non trascinerà l’America nella guerra che intanto sta divampando in Europa. Nello stesso 1938 anche il vecchio continente stava uscendo dalla Grande Depressione, ma con modalità decisamente diverse. L’Italia fascista grazie soprattutto all’invenzione dell’Iri, l’istituto per la ricostruzione industriale inventato nel 1933 dal socialista-riformista Alberto Beneduce che mise nelle mani dello Stato praticamente l’intera filiera dell’economia italiana, dalle miniere, al petrolio, all’industria manifatturiera e alimentare, fino alle banche. L’esperimento funzionò tanto bene da accompagnare anche il miracolo economico italiano negli anni del dopoguerra.

    IN EUROPA INVECE LA RISPOSTA E’ STATA LA CORSA ALLE ARMI E LA GUERRA

    La Germania esce dalla Grande Depressione sostanzialmente armandosi, il che fa ripartire la macchina industriale, e poi utilizzando le armi contro i suoi vicini, a Est a Nord e a Ovest. La Spagna di Franco, nonostante avesse ricevuto dai tedeschi un aiuto sostanziale per vincere la guerra civile contro i Repubblicani, si tenne fuori al riparo dei Pirenei. L’Italia di Mussolini avrebbe potuto fare lo stesso sotto le Alpi ma il Duce preferì farsi ipnotizzare dall’uomo coi baffi che si preparava a trasformare l’Europa in un grande campo di sterminio. L’esercito inglese di stanza in Europa si portò in salvo da Dunkerque sull’altra sponda della Manica per preparare la riscossa, e forse non è un caso che Dunkirk, il film che ha rievocato quella ‘gloriosa’ ritirata, sia uscito qualche mese dopo la vittoria dei Brexiters al referendum di metà 2016. E’ andata a finire come sappiamo tutti, con i nazisti impiccati a Norimberga dopo che gli americani con l’aiuto di inglesi e russi rasero al suolo la Germania con tutta la sua macchina da guerra.

    E ALLA FINE L’USCITA DALLA DEPRESSIONE E’ ARRIVATA SOLO CON IL PIANO MARSHALL

    La Storia non si ripete mai, ma sembra le piaccia parlare in rima. La battuta è attribuita senza prove a Mark Twain e forse può aiutare la ‘lettura’ della situazione nella primavera del 2020. Alla fine l’Europa uscì dalla Grande Depressione solo con il piano Marshall dopo la guerra, e poi si è tenuta insieme per 70 anni con la costruzione delle istituzioni comunitarie, fino alla creazione della moneta unica ancorandosi alle 3 P di Pace, Protezione e Prosperità. La tenuta dell’Unione oggi è messa alla prova per la seconda volta in meno di un decennio. Nel 2010-12 ha rischiato di saltare per una crisi finanziaria, esplosa perché si è scoperto che uno dei membri, la Grecia, truccava i conti e vendeva al mercato titoli di debito sui quali c’era scritto un numero falsificato. Un po’ come avevano fatto banche e finanziarie americane due anni prima con la crisi dei mutui subprime.

    I FALCHI DEI TEMPI DI DRAGHI SI SONO TRASFORMATI IN FRUGALI, MA LA MUSICA E’ LA STESSA

    Se ne poteva uscire sborsando qualche decina di miliardi di euro e lasciando agli elettori e ai tribunali greci la responsabilità di punire i responsabili dell’imbroglio. Si preferì punire indiscriminatamente l’intero popolo greco e lasciar partire un effetto domino su tutti i paesi periferici del Sud, con epicentro Italia. Alla guida della Bce c’era il francese Trichet che senza capire assolutamente cosa stesse succedendo alzò per due volte consecutive i tassi di interesse proprio mentre la situazione si avvitava. Per fortuna a novembre del 2011 il suo posto viene preso da Mario Draghi che salva baracca e burattini infischiandosene dei falchi tedeschi e finlandesi. Oggi i falchi hanno deposto gli artigli dei rapaci, preferiscono farsi chiamare ‘frugali’, ma la musica è sempre la stessa, mentre al posto di Draghi c’è di nuovo una francese con una propensione genetica alle gaffe.

    QUESTA VOLTA LA GERMANIA E’ RIMASTA ISOLATA CON I SUOI SATELLITI

    A Bruxelles al posto di Juncker c’è una tedesca che sembrava capace di mutarsi geneticamente in ‘europea’, ma non pare sinora riesca a liberarsi dalla tutela di mamma Merkel. Ma il resto è completamente diverso dal 2010-2012. A spalleggiare i ‘frugali’ tedeschi sono rimasti solo i satelliti olandesi e austriaci insieme ai soliti finlandesi (che guarda caso nel 1939-41 si schierarono con i nazisti contro i russi per ripensarci solo nel 1944, quando l’Armata Rossa puntava verso Berlino), mentre la Francia, dove al posto di Sarkozy c’è Macron, fa fronte comune con Italia, Spagna e Portogallo sui coronabond. I britannici si sono chiamati fuori ormai quasi 4 anni fa e c’è da scommettere che, di fronte allo spettacolo di un’Europa spaccata su una crisi che dovrebbe unire, come nel caso della pandemia, se si tenesse oggi la Brexit vincerebbe con una valanga di voti.

    Bottom line. Ci vorrebbe una seduta spiritica per chiedere a Mark Twain che rima legge nel ‘ricorso’ che ci sta proponendo in questi giorni la Storia. Quello che si capisce è che se si continua così qualcuno finirà per farsi molto male, ma magari dopo essere riuscito a fare molto male ad altri.

    Tags: bruxellescoronavirusCrisidepressionegermaniamario draghi

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