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Coronavirus, Jahier:

Coronavirus, Jahier: "Serve lo Stato in economia, non c'è alternativa a soluzioni comuni"

Bruxelles – L’Unione europea è a un bivio. O l’Europa continua a fare l’Europa o si muore. Luca Jahier ne è convinto. Per il presidente del Comitato economico e sociale europeo (CESE), “non c’è alternativa soluzioni comuni”, a meno di vanificare  settant’anni di storia comune. Nell’intervista concessa a Eunews avverte della corsa contro il tempo. L’UE è “al limite del precipizio”, perché gli egoismi nazionali non stanno mettendo a repentaglio l’idea di strumenti comuni per uscire dalla crisi provocata dal Coronavirus, ma stanno minando la tenuta democratica del continente. Per questo la parola d’ordine deve essere “coraggio”.

Eunews: Ha lanciato un appello quasi disperato. Davvero l’Europa si gioca tutto in questi 10 giorni?
Jahier: “Credo che l’Unione europea si giochi molto del suo futuro in queste settimane. Perché non c’è alternativa soluzioni comuni. O si decide di andare ognun per sé, e allora magari ci salva nell’immediato per poi esplodere tutti nel medio termine, o ci si salva insieme. E voglio fare una premessa, qui. Dopo un primo tentennamento iniziale Commissione, Consiglio e Parlamento UE hanno saputo adottare decisioni senza precedenti negli ultimi venti anni. Sospensione del patto di stabilità, flessibilità aggiuntiva, revisione delle regole sugli aiuti di Stato, cambiamento delle regole per il settore aereo, estensione dello scopo del fondo di solidarietà, e oggi il meccanismo comune per la disoccupazione. A questo si aggiunge l’iniezione di liquidità della Banca centrale europea. Ma stavolta non si può lasciare interamente alla BCE l’onere dello scudo per l’economia. Il ‘Whatever ita takes’ di Mario Draghi non basta più”.

E: I Coronabond diventano quindi inevitabili?
J: “Credo che il problema sia più profondo. Il tema non è quello dei Coronabond. Il tema è quello della condivisione del rischio, di cui si discute da 20 anni. Ecco che l’attuale crisi va a toccare un nervo scoperto su cui non si è mai intervenuto. Condivido l’approccio del commissario Gentiloni, qui va ribaltato il ragionamento, non si può pensare che resista ancora il ‘business as usual’. I Coronabond forse non sono la soluzione più immediata, ma che si tratti di Coronabond, di un Meccanismo europeo di stabilità (MES) senza condizionalità o di nuovi strumenti, ripeto, non c’è alternativa a soluzioni comuni.

E: La politica l’ha capito? L’Eurogruppo ha chiesto ai leader di decidere, e i leader si sono rimessi all’Eurogruppo
J: “Ho definito quanto avvenuto ‘la scena degli orrori’. E’ stato un rimpallo che davvero ha rischiato di condurre alla rottura. Ci ha portato al limite del precipizio. Ma siamo ancora in tempo per rimediare”.

E: Crede che la posizione di Angela Merkel si spieghi con le dinamiche tutte interne? La cancelliera è al suo ultimo mandato, colei che doveva prendere le redini del partito si è dimostrata non all’altezza e la CDU non è pronta per il dopo Merkel. Dire ‘sì’ ai Coronabond potrebbe dare forza a formazioni in ascesa come AfD. Incide questo nel dibattito?
J: “Certamente la contingenza politica determina evoluzioni e situazioni. Ma anche in Italia si è determinata una convergenza tra forze politiche che prima quasi si scannavano tra di loro. Ricordo che a febbraio c’è stato un vertice fallimentare dei leader sul nuovo bilancio pluriennale dell’UE, con proposte non in grado di soddisfare neppure i due terzi dell’agenda per cui è stata votata la Commissione. C’è una situazione di egoismi nazionali che si trascina da tempo. E’ una questione di volontà politica. E di coraggio. Mi auguro che ci sia questo coraggio anche in termini politici, di perdere qualcosa oggi per essere più forti domani”.

E: Quanto si sente di essere ottimista su un lieto fine?
J: “Ci sono due ordini di numeri con cui nessuno può fare a meno di fare i conti. Il numero drammatico dei morti, e che continua ad aumentare, e i numeri della crescita. Ormai si stima che ogni settimana di quarantena costi tra l’1% e l’1,5% di PIL europeo, il che vuol dire un rischio di contrazione complessiva del 10% del Prodotto interno lordo europeo. Vuol dire recessione senza precedenti, da cui non si esce da soli. Vuol dire andare incontro anche ad una bomba sociale, e al rischio per la tenuta della democrazia…”

E: Quello che avviene in Ungheria la preoccupa?
J: “Quanto avvenuto in Ungheria è gravissimo, ed è il segnale che si va in quella direzione. Anche in altri Paesi. Del resto in situazioni come queste ci sono sempre tentativi di accumulare poteri”.

E: Come se ne esce?
J: Ci vorranno somme consistenti, investimenti e denaro fresco senza precedenti. Serve un ruolo e un intervento degli Stati in economia. C’è necessità di una liquidità che non può essere creata dalla politica monetaria. Serve la mano pubblica. C’è la possibilità di riuscire.

E: Quindi, per concludere: preoccupato ma pur sempre ottimista?
J: “Ottimista, ma molto preoccupato per una cosa: che la rapidità e l’ampiezza delle misure già prese faccia pensare a qualcuno che quanto fatto è abbastanza. Questo è il presupposto del disastro”.