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La Linke riparte da due donne

La Linke riparte da due donne

Di Alessandro Ricci

Che la sinistra sia spaccata non è una novità. E questo vale anche per quella tedesca, che da tempo vive in un limbo tra l’ala movimentista e quella che guarda al governo. Del resto, almeno nel Land di Berlino la Linke è al governo con SPD e Verdi, in un’alleanza che potrebbe riproporsi anche alle prossime elezioni locali. Dall’altro lato, con consensi che non volano e lotte interne, sembra difficile trovare una quadra per settembre, quando le nuove elezioni del Bundestag potrebbero mettere l’opzione coalizione sul tavolo delle trattative. È quindi lecito domandarsi dove andrà la sinistra anticapitalista tedesca.

L’occasione la offre il congresso digitale di sabato scorso con l’elezione del nuovo Spitzenduo, tutto al femminile, formato daSusanne Hennig-Wellsow e Janine Wissler che sostituiscono dopo 8 anni Katja Kipping e Bernd Riexinger. La prima è molto famosa in Germania per aver lanciato un mazzo di fiori ai piedi del temporaneo presidente della Turingia eletto con i voti di Afd, la seconda, piuttosto sconosciuta, ha creato scalpore, almeno nella stampa più conservatrice tedesca, per l’appartenenza al movimento estremista Marx21.

È stata una scelta che ha visto rinnovarsi la dualità del partito: Hennig-Wellsow fedele di Bodo Ramelow, governatore della Turingia, pragmatica e orientata a possibili alleanze governative; Wissler, invece, più radicale e stimata dal fondatore Oskar Lafontaine, marito di Sahra Wagenkecht. Si tratta di uno Spitzenduo che assomiglia molto ad un Giano bifronte e che ancor di più mette in luce come l’ala attorno a Sahra Wagenknecht abbia perso influenza. Tanto da far parlare i fedeli della fondatrice del movimento Aufstehen ed ex candidata cancelliere per Die Linke di una vera e propria epurazione e da far ipotizzare la fondazione di un nuovo partito.

Con due volti nuovi l’idea è quella di smettere di parlare di se stessi e tornare a fare politica, il punto però rimane ancora che tipo di politica.
Con l’elezione di un nuovo duo dirigente, la sinistra ha gettato via la zavorra psicologica: le controversie interne al partito, soprattutto lo scontro tra Katja Kipping e Sahra Wagenknecht che hanno privato il partito di forza ed energia.

La 39enne Wissler è in sintonia con lo spirito movimentista del partito, come mostra il suo risultato elettorale dell’84% ottenuto al congresso del partito. La sua appartenenza di lunga data alla rete trotskista Marx 21, sotto controllo da parte dell’organismo per la protezione della Costituzione, la rende vulnerabile agli occhi della parte più moderata. Ma dall’altra parte la leader del gruppo parlamentare di Die Linke in Assia incarna anche una sinistra che cerca il networking verso l’esterno – non solo con i sindacati, ma anche con i movimenti per il clima, con quello degli inquilini o con i migranti. La 43enne Hennig-Wellsow, invece, dovrà capire dove si trovano attualmente i limiti del partito e cercare di riportarla su un binario governativo (si legga coalizione).

Simbolo Die Linke – ©Wikimedia Commons

Se infatti per la prima volta la sinistra ha ottenuto un cambio di leadership più armonioso, i nuovi presidenti Susanne Hennig-Wellsow e Janine Wissler non appartengono a nessuno dei campi profondamente divisi le cui lotte di potere sono state un peso per anni, non si può parlare di unità. La più grande linea di conflitto corre tra coloro che vogliono governare a livello federale e sono disposti a scendere a compromessi, e coloro che fanno affidamento su una fondamentale opposizione al sistema. Questa crepa non risparmia nemmeno la nuova leadership del partito. Almeno guardando il voto, i delegati hanno dimostrato di preferire le posizioni di estrema sinistra ai compromessi necessari per governare. Hennig-Wellsow ha ottenuto un risultato significativamente peggiore di Wissler, quindi sembrerebbe profilarsi una Linke “di lotta e di lotta”.

Questa discrepanza è tanto più visibile nella base del partito. Da una parte si cerca di non perdere persone che non condividono l’antifascismo della sinistra a favore di AfD e spingerle a destra, o di perderle perché ci si concentra troppo sul clima e sulla politica antirazzista. Dall’altra si teme che si possano perdere elettori a favore dei Verdi o trascurare un potenziale nella società se non si alza il proprio profilo proprio su questi temi collegandolo alle istanze sociali. Insomma, da un lato il rischio di essere un milieu-partei, ossia un partito di nicchia, dall’altro quello di perdere la propria identità.

La separazione è tanto più forte per l’atteggiamento nei confronti delle missioni della Bundeswehr all’estero, in un partito che ha fatto dell’antimilitarismo uno dei suoi valori fondanti. Questo sarebbe almeno uno dei punti da considerare nel caso di una possibile alleanza con Verdi e Spd a livello federale. Hennig-Wellsow si era dimostrata aperta alla partecipazione ad alcune missioni di pace delle Nazioni Unite salvo poi, durante un’intervista, dirsi totalmente contraria e fare scena muta alla domanda dell’intervistatore su dove fossero presenti le forze armate tedesche. Wissler, invece, esclude tassativamente qualsiasi partecipazione. E non stupisce quindi che Wissler abbia riscosso così tanto successo, anche vista la debacle al congresso di Mathias Höhn, sostenitore della rottura del dogma contro le operazioni dei caschi blu che coinvolgono le forze armate.

Bundesweher va di pari passo con la politica estera. Con la perdita di potere dell’ala di Wagenknecht mancherà nel partito il sostegno ai paesi socialisti dell’America Latina e si andrà verso una linea che tratterà Russia e Cina alla stregua di Stati Uniti e Unione Europea, in un partito tradizionalmente legato a Mosca. Così piuttosto che concentrarsi su quella che viene chiamata “pace coerente” si guarderà alla politica estera semplicemente come alla riduzione dell’esportazione di armi, vero cavallo di battaglia di Die Linke.

Infine le migrazioni sono un altro tema caldo. Con l’estromissione del cerchio magico di Sahra Wagenknecht, se ne va anche l’idea di un limite all’accoglienza di migranti in Germania. Idea nata dal mutato orientamento politico negli stati dell’Est, dove Die Linke è sempre stata tradizionalmente molto forte, e strategia messa a punto per rincorrere AfD. Con l’entrata nella catena di comando della “meglio gioventù” della sinistra il legame con i movimenti extraparlamentari, Antifa, per l’accoglienza e per i diritti universali è molto più forte. Questo creerà uno spostamento nel partito, alla ricerca di un maggiore consenso nei più giovani e nella Germania occidentale, lasciando indietro l’elettorato tradizionale del partito, senior e Ossi.

Ma se Die Linke è stata fondata anche per distanziarsi dalla riforma dello stato sociale Agenda 2010 voluta da Schroeder e dall’invio delle truppe in Afghanistan volute da SPD e i Verdi, risulta chiaro che quelle di settembre potrebbero diventare elezioni in cui non si punta ad una svolta governativa, ma piuttosto a conquistare più consenso possibile con la purezza, sottraendo parte dell’elettorato di SPD rimasto deluso dalla Große Koalition e parte di quello deluso dalla svolta centrista dei Verdi.

 

Questo approfondimento fa parte della collaborazione di Eunews con Derrick, newsletter settimanale che indaga la Germania in vista delle elezioni del Bundestag di settembre 2021.