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    Home » Opinioni » Stato e mercato nella crisi energetica

    Stato e mercato nella crisi energetica

    Quali sono gli ambiti di mercato che pure in un periodo così critico dovrebbero essere protetti e salvaguardati perché rispondenti ad un interesse superiore che è quello dei consumatori?

    Antonio Gozzi di Antonio Gozzi
    15 Luglio 2022
    in Opinioni, Economia
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    Negli ultimi 20 anni l’esigenza di ridurre drasticamente le emissioni di CO2 ha orientato tutti i comportamenti e le politiche in campo energetico. Ma oggi, come conseguenza dell’invasione russa in Ucraina, oltre alle preoccupazioni per il climate change, anche la sicurezza degli approvvigionamenti energetici è ritornata al centro dell’attenzione dei policymakers.

    Queste due priorità congiunte stanno riconfigurando le pianificazioni energetiche nazionali, i flussi del commercio dell’energia, e le caratteristiche dell’economia globale all’interno della quale le esigenze della sicurezza e quelle strategiche saranno almeno altrettanto importanti che quelle di costo e di decarbonizzazione.

    In particolare lo shock che l’Europa sta vivendo, soprattutto con riferimento alla disponibilità di gas e ai prezzi di questo, che sono esplosi negli ultimi mesi e che si trascinano dietro il prezzo dell’energia elettrica, avrà conseguenze future molto importanti con il rischio che nuovi nazionalismi e egoismi dei singoli Stati e un crescente orientamento agli interventi pubblici mettano a repentaglio la faticosa costruzione del mercato unico europeo anche dell’energia.

    Assistiamo ad un’enorme difficoltà nell’approntamento di politiche energetiche comuni e la mancanza di iniziativa europea sembra troppo spesso spingere i Paesi membri verso soluzioni individuali che rischiano di creare nuove asimmetrie all’interno dell’Unione, ad esempio riguardo all’efficienza e alla competitività delle industrie dei diversi paesi.

    La contraddizione è evidente.

    L’Europa negli ultimi anni ha perseguito con durezza e non senza qualche ideologismo politiche comuni contro il cambiamento climatico e per la decarbonizzazione delle economie, politiche ritenute da molti persino eccessive se non inattuabili: si vedano le polemiche sulla cosiddetta ‘tassonomia’ relativa alle tecnologie consentite e a quelle no; o la discussione sugli obiettivi del pacchetto di misure denominate ‘Fit to 55’; le direttive sulla mobilità e sulle auto per l’eliminazione di tutti i motori a scoppio entro il 2035; il cosiddetto Cibam Carbon Border Adjustment Mechanism, che aumenta il costo delle importazioni dai Paesi meno virtuosi dell’UE e così via.

    È chiaro a tutti che non è possibile da un lato un eccesso di dirigismo comunitario sulle politiche climatiche e di decarbonizzazione e dall’altro un’incapacità evidente dell’Unione Europea a fare altrettanto sulle politiche energetiche, scaricando tutto sulle spalle più o meno forti degli Stati membri.

    E qui si pone un’altra questione molto importante.

    È evidente che il ruolo dello Stato in periodi di crisi, o addirittura di guerra come gli attuali, è di enorme importanza. Ma la domanda che ci poniamo è: fino a dove si può spingere il ruolo e l’intervento pubblico in materia di energia e dove invece è bene difendere e salvaguardare il ruolo del mercato faticosamente costruito in questi anni anche sulla base di direttive comunitarie?

    La mia opinione è che anche in questo caso a proposito dell’energia e della transizione energetica il grande tema del rapporto tra Stato e mercato vada affrontato senza ideologismi o pregiudizi teorici ma solo sulla base di considerazioni pragmatiche e di efficienza ed efficacia rispetto agli obiettivi.

    È opinione diffusa che la crisi odierna metta in evidenza alcune debolezze del mercato che non possono essere mitigate e risolte senza importanti interventi dei Governi. In particolare la tesi di taluni (si veda tra gli altri J. Bordoff e M.L. O’Sullivan, The New Energy Order, How Governments Will Transform Energy Markets, su Foreign Affairs, n.4 luglio/agosto 2022) è che senza il ruolo dello Stato non si riescano a tenere insieme i due obbiettivi della sicurezza energetica da una parte e dell’azzeramento delle emissioni carboniche dall’altro.

    Varie sono le situazioni che mostrano le debolezze del mercato e sembrano giustificare la validità dell’assunto di cui sopra.

    Il settore privato molto spesso non ha interesse a costruire infrastrutture e altri asset di cui molti Paesi hanno bisogno per assicurarsi la certezza degli approvvigionamenti. I tempi di payback di questi investimenti sono troppo lunghi, o c’è un rischio regolatorio incipiente.

    Si veda a questo proposito il caso del North Stream 2, costruito da privati tedeschi, francesi e olandesi, oltreché dalla Gazprom, e poi bloccato per ragioni geopolitiche con immani perdite delle imprese private che vi avevano investito.

    Ancora una volta il caso del gas è emblematico. Come sostenere gli ingentissimi investimenti per realizzare o potenziare infrastrutture tipo rigassificatori o pipe-line, di cui si ha un immediato bisogno per ridurre la dipendenza dal gas russo, quando non è chiara la durata del loro utilizzo a causa delle politiche europee contro l’uso degli idrocarburi?

    Si ripropongono per questi asset i problemi già visti con la drammatica caduta degli investimenti delle oil-company fatta registrare negli ultimi anni a proposito di nuove ricerche e nuovi pozzi di olio e gas: incertezza di prospettive e di reperimento di mezzi finanziari adeguati.

    Solo gli Stati possono farsi carico di questi rischi e maneggiarli senza le drammatiche ripercussioni che si producono sui bilanci aziendali delle imprese private. La ragione per la quale l’Italia non ha deciso di costruire nuovi rigassificatori da aggiungere agli esistenti ma si sta limitando al solo acquisto di navi galleggianti adibite a questa funzione, così riducendo un po’ l’investimento, sta proprio qui. Lo Stato italiano, in qualche modo, sta ragionando come un privato e dovendo investire per migliorare la capacità di approvvigionamento gas del Paese lo fa con la minore spesa e il minor rischio possibili.

    In Germania lo Stato si sta facendo carico invece, direttamente, di costruire sei rigassificatori nel Mare del Nord con un investimento di circa 10 miliardi di euro.

    I privati lasciati soli molto spesso non se la sentono neanche di realizzare le infrastrutture richieste per la transizione energetica. Tipico il caso della produzione di idrogeno attraverso elettrolizzatori alimentati da energie rinnovabili.

    Il costo di queste installazioni è per ora così elevato, sia sul lato dei costi di investimento (capex) che sui costi operativi (opex), che l’Unione Europea ha deciso enormi sussidi e sovvenzioni per sostenere la realizzazione di questi progetti e favorire l’affermarsi dell’idrogeno come vettore energetico totalmente decarbonizzato, così come avvenne, più di venti anni fa, con i ricchissimi incentivi e sussidi attribuiti agli investitori in parchi fotovoltaici ed eolici.

    Infine le industrie private, in particolare quelle energivore, le cosiddette hard to abate (quelle che fanno più fatica per la natura intrinseca dei loro processi produttivi ad abbattere le emissioni di CO2), non riescono, se non sostenute dagli Stati, a gestire la trasformazione tecnologica e i connessi investimenti necessari per rientrare nei limiti imposti dall’Europa al 2030 e al 2050. L’acquisto di certificati ETS (quote di CO2) in caso di non abbattimento delle emissioni, tenuto conto del continuo aumento di prezzo degli stessi, sarà sempre meno sostenibile economicamente, fino a diventare incompatibile con l’esistenza stessa delle imprese che non saranno riuscite a decarbonizzare i loro processi produttivi.

    Queste dunque le debolezze delle imprese private; di qui la necessità di intervento dello Stato sia in tema di sicurezza degli approvvigionamenti energetici sia in tema di investimenti per la transizione.

    Ma quali sono gli ambiti di mercato che pure in un periodo così critico dovrebbero essere protetti e salvaguardati perché rispondenti ad un interesse superiore che è quello dei consumatori?

    Questo interesse è certamente quello di evitare la risorgenza di oligopoli e monopoli, spesso con caratteristiche pubbliche o parapubbliche; di disporre di strutture  diffuse e flessibili particolarmente idonee a servire una domanda di energia sempre più attiva e protagonista (prosumer); di avere operatori di mercato capaci di creare condizioni concorrenziali e disponibili ad assumersi i rischi di operazione a medio e lungo termine come sono i PPA (o Power Purchase Agreement, e cioè contratti di vendita di energia rinnovabile a soggetti industriali a prezzo normalmente fisso ed aventi una durata tra i 5 e i 15 anni) che invece organismi pubblici non possono per definizione assumersi.

    Il processo di liberalizzazione del mercato dell’energia, dopo i Decreti Bersani dei primi anni 2000, non si è mai completato nel nostro Paese. Esiste ancora una fetta consistente di utilizzatori di energia elettrica che non sono sul mercato ma nella cosiddetta area della ‘maggior tutela’. Di anno in anno si è rinviata la data della completa liberalizzazione consentendo all’incumbent, cioè all’operatore dominante Enel, non solo di servire una quota assai consistente dei clienti sul mercato libero ma anche di quelli della maggior tutela.

    L’Enel, contrariamente a quanto avvenuto nel mercato gas, dove Eni ha dovuto rinunciare alla distribuzione e Snam è divenuta una società autonoma e indipendente, realizza una quota consistente dei suoi profitti con le attività di distribuzione che sono remunerate con ricche tariffe pubbliche. Inoltre Enel è posizionata lungo tutti i segmenti della filiera: produzione convenzionale e rinnovabile, distribuzione, retail, trading, mobilità elettrica ecc. con l’acquisizione di un potere dominante che non ha eguali in Europa se si fa eccezione per Edf in Francia, che però è completamente nazionalizzata.

    Il tema della posizione dominante non è mai stato seriamente affrontato e sull’argomento anche l’Arera, l’Autorità per l’Energia, in tutti questi anni ha lasciato correre, accanendosi invece contro i grossisti e i trader i quali da che mondo è mondo non determinano il mercato, non sono price maker, ma semmai price taker, (cioè il prezzo non lo fanno, semmai lo subiscono) piuttosto che affrontare seriamente il problema dell’incumbent.

    Oggi l’esplosione dei prezzi del gas e dell’energia elettrica e la conseguente esplosione del capitale circolante per servire i propri clienti sta creando enormi difficoltà a tutti gli operatori di mercato, se è vero che la stessa Enel ha recentemente denunciato i contratti a suo tempo firmati con i clienti industriali, dichiarando che non sarà in grado di onorarli a partire dall’1.1.2023.

    Si può immaginare cosa sta succedendo in questa situazione agli operatori di mercato piccoli e medi, che rischiano di scomparire per asfissia finanziaria lasciando cosi il terreno totalmente in mano all’incumbent e a pochi altri oligopolisti.

    Se non si sostengono finanziariamente gli operatori (con garanzie pubbliche) c’è il rischio che milioni di clienti non più serviti dal mercato finiscano ‘in salvaguardia’ con costi altissimi per la collettività.

    Un altro esempio di erronea gestione della crisi e di comportamenti pregiudizialmente ostili agli operatori di mercato si è avuto nella vicenda degli stoccaggi gas.

    Quest’anno nei mesi cruciali per il riempimento degli stoccaggi, aprile e maggio, la situazione di mercato con prezzi del gas già molto elevati, ha fatto sì che gli operatori privati, che normalmente realizzano i riempimenti nella stagione primaverile ed estiva contando su un prezzo più alto del gas in inverno, non abbiano operato considerando questa attività troppo rischiosa.

    Sarebbe stato sufficiente in quel momento, da parte di Mite e Arera, riconoscere prezzi negativi degli stoccaggi per indurre gli operatori privati a iniettare gas a un prezzo che all’epoca oscillava ancora tra gli 80 e i 100 euro a MWh.

    Ma il dirigismo e l’eccesso di intervento pubblico, il pregiudizio nei confronti degli operatori privati che si è manifestato in questo caso rifiutando l’incentivo rappresentato dai prezzi negativi, ha obbligato la Snam a diventare compratore di ultima istanza di gas da mettere negli stoccaggi a prezzi altissimi, con un probabile extracosto per la collettività assai superiore a quello che si sarebbe creato con il riconoscimento di prezzi negativi degli stoccaggi stessi.

    La notte energetica non sarà breve e abbiamo davanti a noi un periodo di alti costi dell’energia e di connesse difficoltà delle imprese e delle famiglie. Ma come tutte le nottate anche questa passerà e ci sarà un ritorno a una nuova normalità fatta di prezzi più contenuti e più stabili grazie al contributo delle rinnovabili, degli accumuli, e di produzione termoelettrica decarbonizzata, come centrali a gas con sistemi di cattura di CO2 e nucleare di nuova generazione.

    Bisogna lavorare affinché a quel momento il mercato esista ancora con la sua pluralità di soggetti, di funzioni e di regole competitive. Se quel poco che c’è viene distrutto adesso non resterà che un deserto di monopolio e oligopolio con grave danno per famiglie e imprese.

    Tags: gas

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