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    Home » Economia » Se le materie prime critiche ucraine servono di più all’Ue che agli Usa

    Se le materie prime critiche ucraine servono di più all’Ue che agli Usa

    Al netto dell’effettivo valore commerciale delle riserve minerarie di Kiev (tutto da verificare), il vero punto di domanda inerente lo sfruttamento del sottosuolo ucraino riguarda la prospettiva strategica. Bruxelles potrebbe avere maggiori interessi di Washington, ma non si muove con altrettanta velocità

    Francesco Bortoletto</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/bortoletto_f" target="_blank">bortoletto_f</a> di Francesco Bortoletto bortoletto_f
    23 Aprile 2025
    in Economia, Politica Estera
    Donald Trump

    Il presidente statunitense Donald Trump (foto via Imagoeconomica)

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    Bruxelles – Da mesi si parla di un fantomatico accordo sulle “terre rare” ucraine, che Donald Trump vorrebbe concludere come risarcimento per il sostegno di Washington a Kiev (passato e futuro) e che, dice, il suo omologo Volodymyr Zelensky dovrebbe accogliere come la miglior garanzia di sicurezza per il proprio Paese. Ma di cosa si tratta realmente, e a chi converrebbe realmente mettere le mani sulle ricchezze del sottosuolo dell’ex repubblica sovietica?

    Lo scorso giovedì (17 aprile), la ministra dell’Economia ucraina Julija Svyrydenko ha annunciato la firma di un memorandum d’intesa con il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe costituire un primo “passo verso un accordo di partenariato economico congiunto” più ampio. “È importante riaffermare con i nostri accordi il desiderio del popolo americano di investire insieme al popolo ucraino in un’Ucraina libera, sovrana e sicura”, ha dichiarato, sottolineando che il testo finale del documento dovrà essere approvato sia dal Parlamento di Kiev sia dal Congresso statunitense.

    We are happy to announce the signing, with our American partners, of a Memorandum of Intent, which paves the way for an Economic Partnership Agreement and the establishment of the Investment Fund for the Reconstruction of Ukraine. pic.twitter.com/AQsHPkWh5X

    — Yulia Svyrydenko (@Svyrydenko_Y) April 17, 2025

    Il condizionale rimane d’obbligo, dopo l’agguato teso a Volodymyr Zelensky da Donald Trump e il suo vice, JD Vance, nello Studio ovale a fine febbraio. L’inquilino della Casa Bianca interpreta l’accordo sui minerali ucraini come un risarcimento dovuto al proprio Paese da parte dell’ex repubblica sovietica a fronte dei generosi aiuti – finanziari e militari – elargiti in oltre tre anni di guerra.

    Kiev e Washington stanno lavorando da mesi per trovare la quadra sui termini dell’intesa, dopo la bocciatura da parte della leadership ucraina di diverse versioni ritenute esageratamente onerose (tanto che alcuni osservatori le hanno definite addirittura “coloniali”). Ora, non è chiaro cosa sia contenuto precisamente nel memorandum, ma si sa da tempo che tra i punti cardine dell’accordo dovrebbe esserci l’istituzione di un fondo d’investimento ad hoc con “proprietà congiunta” tra i due Paesi.

    L’Ucraina dovrebbe contribuirci col 50 per cento dei proventi derivanti dalla commercializzazione delle risorse minerarie nazionali, e con quei soldi andrebbero finanziati progetti di ricostruzione i quali, è lecito immaginare, prevederanno una sorta di “prelazione” per le aziende a stelle e strisce. L’accesso privilegiato alle ricchezze del sottosuolo ucraino (incluso il petrolio e il gas naturale) assicurato agli Usa costituirebbe inoltre, sostiene Trump, un elemento cruciale delle famigerate garanzie di sicurezza chieste da Kiev per assicurare la sostenibilità di qualunque tregua o pace stipulata con Mosca.

    Zelensky Trump
    Il presidente statunitense Donald Trump (destra) accoglie nello Studio ovale il suo omologo ucraino Volodymyr Zelensky (foto via Imagoeconomica)

    Tuttavia, i dettagli tecnici del patto non sono l’unica cosa fumosa. È poco chiaro anche quale sia la reale entità delle risorse ucraine al centro delle trattative, nonché il loro valore commerciale e strategico. La dicitura “terre rare” include 17 minerali ferrosi come l’ittrio, il lantanio, il lutezio e lo scandio. Ma sarebbe più corretto, nel caso dell’accordo Ucraina-Usa, parlare di materie prime critiche, una gamma più ampia di elementi indispensabili ai settori strategici al centro della competizione globale – che si basa sulle batterie per la transizione verde, sul nucleare, sull’industria aerospaziale e della difesa, giusto per citarne alcuni – tra cui si annoverano anche berillio, grafite, litio, titanio e uranio.

    Il punto è che, come sostengono diversi analisti, l’Ucraina non è così ricca di tali risorse, o quantomeno non particolarmente più ricca di altri Paesi in altre regioni del mondo. Di sicuro, inoltre, non si tratta di risorse sfruttabili nel breve-medio termine: al netto del fatto che la guerra è ancora in corso (e che molti giacimenti si trovano vicini al fronte o addirittura sotto occupazione russa), per individuare ed estrarre i minerali in questione si impiega in media una dozzina d’anni.

    Nell’ex repubblicano sovietica ci sarebbero importanti depositi di uranio, che però rappresentano solo il 2 per cento delle risorse recuperabili a livello globale (contro il 28 per cento dell’Australia, il 13 per cento del Kazakistan o il 10 per cento del Canada). Si contano poi circa l’1 per cento delle riserve mondiali di titanio e di grafite, ma non sono stati condotti studi approfonditi in epoca recente sulla redditività di una potenziale estrazione, ad esempio, di litio e altre terre rare (la cui presenza è documentata sin dai tempi dell’Urss).

    Peraltro, l’unica potenza globale per cui risulterebbe effettivamente conveniente sfruttare le riserve ucraine è l’Unione europea, sia per la vicinanza geografica (che accorcia le catene di approvvigionamento) sia per la sostanziale carenza di tali materie prime nel sottosuolo dei Ventisette, cui è molto più complesso sopperire dopo lo smantellamento degli imperi coloniali.

    Antonio Costa, Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen
    Da sinistra: Antonio Costa, Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen (foto: European Council)

    Del resto, l’Ue ha in piedi un memorandum d’intesa con l’Ucraina dal 2021, in cui i materiali critici giocano un ruolo primario. E può mettere sul tavolo la prospettiva dell’adesione di Kiev al club a dodici stelle, anche se la Commissione ha messo in guardia rispetto ad eventuali violazioni delle norme comunitarie sulla libera concorrenza nel caso in cui l’accordo con lo zio Sam favorisca sproporzionatamente le imprese statunitensi a scapito di quelle europee.

    A maggior ragione dato l’approccio di Trump al commercio globale, a Bruxelles farebbe molto più comodo mettere le mani sul tesoretto di Kiev di quanto non servirebbe a Washington, che ha già in casa una quantità non indifferente di risorse minerarie (e di idrocarburi). Semmai, osservano gli esperti, quello che le terre rare forniscono agli Stati Uniti è una giustificazione accettabile – soprattutto nell’ottica della competizione sistemica con la Cina – per la prosecuzione di un impegno militare nel Vecchio continente. Impegno che cozza pesantemente con la politica estera isolazionista sbandierata dal tycoon in campagna elettorale con l’agenda America first.

    Tags: accordo terre raredonald trumpguerra ucrainamaterie prime critichevolodymyr zelensky

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