Bruxelles – Questa mattina (21 maggio) gli ambasciatori dei Paesi Ue hanno dato il via libera a Safe, lo strumento che permetterà di raccogliere fino a 150 miliardi di euro in prestiti per le spese sulla difesa garantiti dal bilancio europeo. Parte integrante del piano di riarmo europeo, con cui Ursula von der Leyen punta a mobilitare 800 miliardi in quattro anni, il fondo è ora a un passo dalla creazione: manca solo l’approvazione definitiva dei ministri dei 27, che è attesa per martedì 27 maggio.
“Quanto più investiamo nell’equipaggiamento dei nostri eserciti, tanto più scoraggeremo coloro che vogliono farci del male”, ha affermato la presidenza di turno polacca del Consiglio dell’Ue annunciando l’accordo. Fonti diplomatiche riferiscono di compromessi “né ovvi né facili” che hanno permesso di superare le resistenze di alcune capitali e che “garantiranno un’equa distribuzione dei prestiti tra gli Stati membri”.
La priorità, come messo ben in chiaro dalla stessa von der Leyen con il ricorso alla procedura d’urgenza per tutto il pacchetto Rearm Europe (che di fatto esautora il Parlamento della funzione colegislativa), era agire con rapidità. Già 16 Paesi hanno richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità e crescita per sostenere spese aggiuntive per la difesa, l’altro strumento messo a disposizione dalla Commissione europea. Ora – ha commentato su X Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo – un altro “passo importante verso un’Europa più forte”, che “mantiene gli impegni assunti dai leader dell’Ue a marzo, aiutando gli Stati membri a investire congiuntamente nella difesa europea e a rafforzare la nostra sicurezza comune”.

L’obiettivo di Safe è raccogliere fino a 150 miliardi di euro sui mercati dei capitali che saranno erogati sotto forma di prestiti diretti agli Stati membri che ne faranno richiesta, sulla base di piani nazionali. Prevede procedure d’appalto comuni semplificate e accelerate, e – spiegano fonti diplomatiche – due categorie di prodotti ammissibili. Da un lato munizioni e missili, sistemi di artiglieria, capacità di combattimento terrestre e relativi sistemi di supporto, piccoli droni e sistemi anti-drone, sistemi di protezione delle infrastrutture critiche e per la mobilità militare. Dall’altro, sistemi di difesa aerea e missilistica, capacità marittime di superficie e subacquee, droni, sistemi per il trasporto aereo strategico e per il rifornimento in volo, risorse e servizi spaziali e sistemi di intelligenza artificiale.
Sui criteri di ammissibilità – l’aspetto “più controverso” della discussione -, gli Stati membri avrebbero insistito per dedicare “particolare attenzione” alle piccole e medie imprese. Su uno dei punti più dirimenti, quello del ‘Buy European’, è stato deciso che il costo dei componenti provenienti da paesi terzi, dagli Stati EFTA o dall’Ucraina non deve superare il 35 per cento del costo stimato dei componenti del prodotto finale. Gli appalti comuni saranno aperti anche ai Paesi candidati all’Ue e a Paesi terzi con cui l’Unione ha concluso partenariati in materia di sicurezza e difesa. Per quanto riguarda gli Stati Uniti e le pressioni di Trump perché Bruxelles acquisti più equipaggiamento militare a stelle e strisce, sarebbe stata aggiunta “una formulazione volta a rafforzare la dimensione transatlantica e garantire la complementarità con la Nato”, spiegano le fonti.












