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    Home » Agrifood » Granchio blu, altrove è diventato un business e l’UE non viene in soccorso dell’Italia

    Granchio blu, altrove è diventato un business e l’UE non viene in soccorso dell’Italia

    La commissaria all'Ambiente, Jessika Roswall: "E' oggetto di pesca e commercializzazione in alcuni Stati membri, non la includiamo nell'elenco delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale". Ora il Belpaese o sceglie il nuovo business o deve bonificare a sue spese il mar Tirreno

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    15 Ottobre 2025
    in Agrifood
    Un esemplare di granchio blu [foto: WitherSweat/Wikimedia Commons]

    Un esemplare di granchio blu [foto: WitherSweat/Wikimedia Commons]

    Bruxelles – Il granchio blu non si tocca. Siccome si mangia e si vende l’Unione europea non ha intenzione di intervenire, essendo diventato fonte di reddito e di opportunità. Tradotto: l’Italia si arrangi. Di fronte all’avanzata di un crostaceo giunto nel Mediterraneo trasportato dagli scafi delle navi e diffusosi causa assenza di predatori naturali, il suo impatto sull’ambiente marittimo locale è qualcosa a cui l’Italia deve abituarsi.

    Dario Nardella e Giuseppe Lupo, europarlamentari del PD, hanno anche lanciato l’allarme, con tanto di interrogazione. Il granchio blu, denuncia, specie aliena invasiva proveniente dalle coste atlantiche americane, “si è stabilito anche nel mar Tirreno e in particolare nella laguna di Orbetello, in Toscana, dove sta causando gravi danni alla biodiversità e alle attività di pesca“. La richiesta di intervento comunitaria viene però respinta al mittente, complice la diversa reazione al problema.

    “Tenendo presente che questa specie è attualmente oggetto di pesca e commercializzazione in alcuni Stati membri, la Commissione non ha ancora proposto di includerla nell’elenco delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale”, spiega Jessika Roswall, la commissaria per l’Ambiente. Certo, è stato riconosciuto il potenziale negativo del granchio blu per la sua presenza e la sua diffusione, ma si è optato per non intervenire e per il momento non si intende cambiare avviso.

    Per l’Italia le cattive notizie non finiscono qui, perché spetta agli Stati membri provvedere a sradicare la presenza delle specie invasive che impattano sugli ecosistemi. Quindi, nel caso specifico, è l’Italia che deve provvedere, da sola, a eliminare il granchio blu dalle proprie acque. Roswall, del resto, è chiara quando in punta di diritto ricorda che la direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino “impone agli Stati membri di affrontare e correggere i danni causati dall’ambiente marino nelle loro acque e di conseguire un ‘buono stato ecologico'”, laddove il  buono stato ecologico riguarda le specie non indigene che alterano negativamente l’ecosistema. “È responsabilità dello Stato membro stilare un programma di misure che elenchi le azioni nazionali volte a raggiungere il buono stato ecologico”.

    Il granchio blu è dunque un problema che spetta all’Italia dover risolvere. Il Paese è dunque di fronte a un bivio: o fa del crostaceo un business, come altri Stati membri, oppure rinuncia al nuovo giro di affari e ai mancati guadagni ci rimette anche per i costi di bonifica dei propri mari. La scelta è politica e tutta tricolore. L’UE può al massimo garantire sostegno alle imprese di pesca e acquacoltura con il finanziamento di iniziative nazionali nell’ambito del Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (FEAMPA).

    Tags: ambientebiodiversitàgranchio bluitaliajessika roswallmarepescaspecie aliene invasiveue

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