Dall’inviato a Strasburgo – Ancora bufera sulle regole europee di due diligence e di rendicontazione di sostenibilità per le imprese. Il fragile compromesso tra popolari, socialisti e liberali per semplificare le direttive e alleggerire gli oneri per le aziende è saltato: l’Eurocamera l’ha respinto sul filo di lana, con 309 voti favorevoli, 318 contrari e 34 astensioni. Ora il testo sarà riaperto e il Partito popolare potrà fare il bello e il cattivo tempo, alleandosi a piacimento con l’estrema destra per approvare ulteriori emendamenti di semplificazione normativa.
Le due direttive in questione, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), sono state approvate con immensa fatica nella scorsa legislatura, quando il patto tra i tre gruppi era ben più saldo, e i numeri dell’Eurocamera non permettevano maggioranze alternative. Sono state tra le prime vittime della nuova agenda di semplificazione della Commissione europea, che ha inserito una loro revisione nel primo dei sei pacchetti ‘Omnibus’ proposti negli ultimi mesi.
Lo scorso 13 ottobre, la commissione giuridica del Parlamento europeo aveva adottato il mandato per avviare i negoziati con gli Stati membri, sulla base di un accordo raggiunto in extremis tra Ppe, S&d e Renew. Il testo approvato in Juri mirava a ridurre ulteriormente l’ambito di applicazione di entrambe le leggi: per quanto riguarda le regole di rendicontazione, chiedeva che si applicassero per le aziende con più di 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro; per gli obblighi di controllo su ambiente e diritti umani su tutta la catena di approvvigionamento, solo alle grandi imprese con più di 5.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 1,5 miliardi di euro.
I numeri negoziati erano stati figli di un ‘prendere o lasciare’ del Ppe che, forte di una possibile maggioranza con i gruppi di estrema destra, aveva imposto le proprie condizioni a liberali e socialisti per ottenere un compromesso con le forze europeiste. Soprattutto i socialisti avevano giustificato tale accordo come il ‘male minore’, e la stessa Iratxe Garcia Perez, capogruppo S&d, aveva assicurato ieri il supporto del gruppo al testo.
Ma l’obiezione al mandato sollevata da The Left, il gruppo di sinistra radicale, e la richiesta di voto segreto in plenaria presentata dai gruppi di estrema destra, Conservatori (Ecr), Patrioti (PfE) e Sovranisti (Esn), hanno sparigliato le carte. E alla fine, nel segreto dell’urna, la fragile maggioranza è saltata. Ora il testo approvato in Juri sarà riaperto, discusso e votato il prossimo 13 novembre.

In una conferenza stampa a margine del voto, la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, ha commentato: “Questo voto dimostra che per una gran parte dell’Aula il compromesso non era sufficiente, e per altri era eccessivo”. Perché, nonostante il voto segreto, si può facilmente ipotizzare che ad opporsi siano stati i tre gruppi dell’estrema destra da un lato, i Verdi e la Sinistra dall’altro. Ma, anche tutti insieme, contano 290 eurodeputati. Significa che qualcuno, all’interno della stessa maggioranza, ha fatto fallire il compromesso.
Per Jörgen Warborn, eurodeputato del Ppe e relatore del testo di compromesso, i colpevoli sono da cercare nelle file dei socialisti. Ci sarebbero “31 membri di S&d” tra i firmatari dell’obiezione che ha innescato il voto di oggi, e dunque “è abbastanza chiaro che hanno fatto la differenza”. D’altra parte, il capodelegazione del Partito democratico – e eurodeputato socialista – Nicola Zingaretti, ha affermato che “i numeri dicono” che “almeno una parte” del Ppe ha affossato il testo. Per il dem “nel segreto dell’urna si è rimanifestata quell’alleanza tra partito popolare e estrema destra” che ora “aggredirà con violenza” il Green Deal. Lo stesso Warborn è stato chiaro: “Sul tavolo c’era anche un compromesso alternativo“, ha avvertito. Quello molto più radicale, proposto dall’estrema destra. Alla fine, l’ha vinta il Ppe. Che tra due settimane potrà liberamente tenere un piede in due scarpe.











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