Bruxelles – La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) bacchetta il Teatro alla Scala e smentisce la Cassazione. L’ente di giustizia ha chiarito, in una sentenza interpretativa, che la normativa italiana tutela solo in parte gli artisti dello spettacolo. Nel caso specifico, i giudici del Lussemburgo parlano di una successione di contratti a termine abusiva da parte del teatro milanese, a fronte di una prestazione continuativa della ballerina Eliz Duygu.
La ballerina precaria
La questione è tecnica e risale al 2020. La ballerina Eliz Duygu ha lavorato alla Scala dal 2014 al 2019, prima con un contratto a tempo determinato e poi come lavoratrice autonoma. In questi cinque anni non le è stato mai proposto un contratto a tempo indeterminato, nonostante fosse impegnata in maniera continuativa nel corpo di ballo del teatro. La sua storia è passata così dal Tribunale di Milano fino alle corti del Lussemburgo che ieri (29 gennaio) hanno espresso un parere a riguardo.
Le sentenze della Cassazione su un caso simile
Per capire meglio la vicenda bisogna però comprendere che nel mondo dello spettacolo non sono una novità trattamenti di questo genere. Proprio per questo anche i coristi e i professionisti dell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma avevano lamentato, negli stessi anni, un abuso di contratti a termine. L’esito del loro processo, era arrivato fino alle sezioni unite della Corte di Cassazione. All’ultimo grado di giudizio però era stata una “vittoria di Pirro”. Le sentenze gemelle (5542 e 5556) del 2023 avevano sancito come limite massimo risarcibile 12 mensilità, anche al cospetto di diversi anni di precariato.
Proprio qui si intrecciano le storie di sfruttamento dei due teatri. In virtù dell’indirizzo della Cassazione, il Tribunale di Milano ha deciso di richiedere un parere ai giuristi dell’Unione europea prima di esprimersi. L’obiettivo per la sezione lavoro del Palazzo di Giustizia era comprendere come interpretare le normativa europea che appariva in contrasto con le decisioni del 2023 della Cassazione.
La decisione della Corte
La sentenza interpretativa ha dato ragione ai dubbi dei giudici milanesi. Nel documento la CGUE ha chiarito che “l’imposizione di un massimale al risarcimento non può consentire né un risarcimento proporzionato ed effettivo […] né un risarcimento adeguato e integrale” qualora l’abuso superi una certa durata. L’indirizzo della Corte si basa sulla direttiva UE (1999/70/CE) e, in termini generali, sancisce che l’illegalità del precariato “non debba essere conveniente”. In sostanza, i giudici europei hanno ritenuto illegittimo il “tetto” imposto dalla Cassazione.
Ora la decisione spetta al Tribunale di Milano
Nelle conclusioni la Corte di Giustizia sollecita il Tribunale di Milano a “adoperarsi al meglio nei limiti del suo potere al fine di garantire la piena efficacia della direttiva europea 1999/70” e quindi a “sanzionare debitamente il ricorso abusivo […] ed eliminare le conseguenze della violazione del diritto dell’Unione”.
Uscendo dai toni pomposi del gergo giuridico, il Tribunale ha ottenuto il via libera per soprassedere alle norme della Cassazione italiana e concedere o un risarcimento veramente riparatorio (senza limite massimo) o convertire il contratto della ballerina della Scala da determinato a indeterminato. La palla passa ora al Palazzo di Giustizia milanese forte però del parere della CGUE.

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