Bruxelles – L’Europa traccia la rotta finale per il NextGenerationEU. E, con le linee guida per la chiusura del Dispositivo di ripresa e resilienza, scatta un conto alla rovescia perentorio che obbliga gli Stati membri a una volata finale verso la scadenza del 2026. La Commissione europea ha pubblicato oggi, 4 maggio, le linee guida operative per la fase finale e la chiusura del Dispositivo di ripresa e resilienza (il Recovery Resilient Facility, RRF), il cuore pulsante del piano NextGenerationEU. Il documento stabilisce una scadenza a brevissimo termine per i cambiamenti ai piani da parte dei governi nazionali. In altre parole, gli Stati membri che intendono proporre emendamenti ai propri Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR) dovranno farlo entro e non oltre il 31 maggio 2026. “Per qualsiasi richiesta di modifica presentata dopo tale data, la Commissione non può impegnarsi a completare la propria valutazione in tempo utile affinché il Consiglio adotti la decisione rivista entro il 31 agosto 2026”, specifica la Palazzo Berlyamont.
Cos’è e come funziona il Recovery and Resilience Facility (RRF)
Il Dispositivo per la ripresa e la resilienza è uno strumento temporaneo istituito nel 2021 per sostenere la ripresa economica post-pandemica e rafforzare la resilienza degli Stati membri attraverso riforme e investimenti. Insieme a circa 80 miliardi di euro utilizzati per integrare i fondi esistenti, quali il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e il fondo sociale europe (FSE+), il Recovery and resilience facility punta a sostenere il più ampio Piano “Next generation” che in totale ammonta a 750 miliardi. A differenza dei fondi europei tradizionali, l’RRF si basa su un modello di finanziamento basato sulla performance.
Il funzionamento è semplice ma rigoroso: i fondi non vengono erogati in base alle spese sostenute, ma solo dopo che lo Stato ha dimostrato il raggiungimento di specifici traguardi intermedi e obiettivi finali. Una volta completati questi impegni, i Paesi presentano una richiesta di pagamento alla Commissione che verifica l’effettivo conseguimento prima di procedere all’esborso. Tutti i target devono essere completati entro il 31 agosto 2026, con i pagamenti finali previsti entro il 31 dicembre dello stesso anno. Ogni impegno finanziario che non risulterà onorato entro quest’ultimo termine andrà incontro al disimpegno automatico, venendo così definitivamente perduto. Un aspetto chiave è che, sebbene i pagamenti finiscano nel 2026, la rendicontazione e i controlli continueranno per anni per garantire che le riforme non vengano “invertite” una volta incassati i soldi.
La reazione dell’Italia e il commento di Fitto
L’Italia, che ha recentemente ricevuto l’approvazione per il pagamento della nona rata del suo PNRR pari a 12,8 miliardi di euro, sembra seguire con attenzione questa fase di chiusura. Il vicepresidente e il Commissario per la Coesione e le Riforme, Raffaele Fitto, ha accolto positivamente le nuove indicazioni via social sottolineando che il governo è già al lavoro per ottimizzare le risorse: “Le linee guida servono a chiarire, semplificare e accelerare — le nostre priorità — la fase di rendicontazione e valutazione del raggiungimento degli obiettivi, facilitando la gestione delle richieste di pagamento”, ha scritto aggiungendo che la nuova flessibilità introdotta “consente e incoraggia gli Stati membri a presentare revisioni mirate entro il 31 maggio” e che “in una fase difficile e delicata come questa, è fondamentale lavorare insieme per indirizzare le risorse dove sono più strategiche e necessarie”.
Il caso Bulgaria e le preoccupazioni della Corti dei conti europea
Altri Paesi affrontano concretamente sfide maggiori. La Bulgaria ha recentemente presentato una richiesta di revisione del proprio piano per posticipare due scadenze chiave relative alla creazione di un organismo anti-corruzione politicamente indipendente. Questa mossa è arrivata dopo che la Commissione ha congelato pagamenti per un valore di circa 367,3 milioni di euro a causa del mancato raggiungimento di tali obiettivi. Come confermato da Palazzo Berlaymont, nell’incontro quotidiano con la stampa, la proposta bulgara è attualmente in fase di valutazione da parte delle autorità di Bruxelles.
La situazione della Bulgaria, seppur specifica, si inserisce in un quadro di rallentamenti che ha interessato in passato diversi Paesi dell’Unione e che potrebbe ripercuotersi nel raggiungimento delle prossime scadenze. Secondo i dati della Corte dei Conti Europea, relativi alla fine del 2023, la percentuale di richieste di pagamento presentate rispetto a quelle inizialmente previste per la media UE-27 era pari al 70 per cento. In termini assoluti, nel 2023 gli Stati membri avevano richiesto complessivamente 228 miliardi di euro, una cifra inferiore di circa 45 miliardi (il 16,5 per cento in meno) rispetto ai 273 miliardi di euro inizialmente stimati. Questa tendenza indica che l’assorbimento dei fondi stava procedendo con alcuni ritardi, prefigurando un concreto rischio per il completamento di diverse misure. I dati della Corte rivelavano un sensibile scetticismo tra gli organismi di coordinamento nazionali riguardo al rispetto delle tempistiche: circa il 27 per cento dei rispondenti considerava improbabile o molto improbabile che tutti gli investimenti programmati possano essere effettivamente portati a termine entro la scadenza ultima del 31 agosto 2026.
In questo delicato equilibrio tra la necessità di snellire le procedure e il rischio che alcuni investimenti restino incompiuti, il successo della fase finale rappresenterà il test definitivo per la credibilità di un’Europa che ha scommesso tutto sulla propria capacità di trasformare le riforme in risultati concreti.


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