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    Home » Diritti » Violenze e garanzie zoppe, il preoccupante referto ONU sulla tortura in Italia

    Violenze e garanzie zoppe, il preoccupante referto ONU sulla tortura in Italia

    Le osservazioni conclusive sull'Italia redatte dal Comitato contro la Tortura delle Nazioni Unite dipingono un quadro nazionale che desta "preoccupazione". Allo studio la situazione di migranti, detenuti, ma anche di attivisti dei diritti umani e la condizione dello Stato di diritto del Paese

    Giulia Torbidoni di Giulia Torbidoni
    15 Maggio 2026
    in Diritti
    Photo de Andrew Vsur Unsplash

    Photo de Andrew Vsur Unsplash

    Bruxelles – Dalla definizione di tortura alle condizioni di vita nelle carceri, dagli accordi con Libia e Albania alla situazione delle persone migranti nei centri per il rimpatrio passando per i decreti del governo e la criminalizzazione del lavoro a tutela dei diritti umani: le osservazioni conclusive sull’Italia redatte dal Comitato contro la Tortura delle Nazioni Unite dipingono un quadro nazionale che desta “preoccupazione”. Uno scanner di dodici pagine che passa al setaccio il sistema di garanzie e tutele dello Stato per le persone. E il referto che dà è impietoso, oltre che allarmante.

    Il Comitato contro la tortura (CAT) è un organismo composto da 10 esperti indipendenti che monitora l’attuazione della ‘Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti’ da parte degli Stati che ne fanno parte. Il suo lavoro ha l’obiettivo di responsabilizzare gli Stati per le violazioni dei diritti umani, indagando sistematicamente sulle segnalazioni di tortura per fermare e prevenire questo crimine.

    In base al documento, l’Italia parte subito con il piede storto, cioè dalla stessa definizione del termine tortura contenuta nel Codice penale che non conforme a quella stabilita dalla Convenzione perché tralascia elementi essenziali, come l’intenzione e lo scopo per gli atti di tortura, e ne inserisce altri – quali le “minacce gravi” e i “traumi psicologici verificabili”. Inoltre, nel sistema penale italiano la tortura è trattata come un reato generico che può essere commesso da chiunque, mentre il coinvolgimento di un pubblico ufficiale – che invece la caratterizza – è incluso solo come circostanza aggravante: un elemento deplorato dal Comitato che si dice anche “preoccupato per i recenti tentativi in Parlamento di abolire il reato di tortura e sostituirlo con una circostanza aggravante”.

    Mancanza pesante per il CAT è quella di un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani, che il Paese non ha ancora messo in piedi, mentre è preoccupante che ci siano accuse di “nomine politiche, basate su considerazioni di natura politica, a ruoli di rilievo all’interno del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà”. A pagare il conto è l’indipendenza e la percezione della figura di garanzia.

    Capitolo detenzione

    Qui il Comitato suona l’allarme per “le accuse secondo cui le persone non sempre sono in grado di informare un parente o un’altra persona di loro scelta della propria detenzione”, per il fatto che “le visite mediche talvolta si svolgono in presenza di agenti delle forze dell’ordine”, che “le persone non sempre sono sufficientemente informate dei propri diritti, in particolare gli stranieri che non parlano italiano”, che “possono essere detenute fino a 96 ore prima di essere condotte davanti a un giudice” e che, “in caso di sospetto di determinati reati, possano comunque essere detenute fino a cinque giorni senza poter accedere a un avvocato”. Una lista nutrita cui si aggiunge la segnalazione delle “difficoltà nell’accedere al patrocinio gratuito” e il fatto che in alcuni casi le persone “non siano state in grado di incontrare il proprio rappresentante legale fino a poco prima della loro comparizione davanti al giudice, compromettendo la loro capacità di preparare la difesa”. Pericolose sono poi le disposizioni “che consentono alle forze dell’ordine di trattenere le persone per un massimo di 24 ore a fini di identificazione“, e le accuse secondo cui, dato che le persone trattenute in questo modo non sono tecnicamente in stato di arresto, “le detenzioni non vengono adeguatamente registrate e i detenuti non beneficiano di tutte le garanzie”.

    Le condizioni di vita negli istituti penali

    Il primo allarme che compare in questo paragrafo è per il sovraffollamento delle carceri che “ha raggiunto livelli fino al 138 per cento, con migliaia di detenuti ospitati in spazi inferiori a 4 metri quadrati per persona”. Ma il documento va più a fondo e segnala una situazione deprecabile anche per “il deterioramento delle condizioni materiali, l’accesso ridotto alle attività educative, ricreative e professionali e all’assistenza medica, nonché la violenza tra detenuti” che, esacerbati “da un organico insufficiente”, “rende anche difficile, nella pratica, un’attuazione significativa dei principi di sicurezza dinamica”. Nello specifico dell’assistenza psicologica durante la detenzione, il Comitato è preoccupato perché “il trattamento dei detenuti con disturbi mentali si basa prevalentemente sulla somministrazione di farmaci” e “i detenuti con problemi di salute mentale possano essere tenuti in isolamento o rimanere in carcere per lunghi periodi in attesa del trasferimento in strutture residenziali per l’esecuzione di misure di sicurezza”, le cosiddette REMS.

    Un’attenzione a parte è dedicata ai regimi di detenzione speciali perché il Comitato rimane preoccupato per le severe restrizioni imposte dal regime di detenzione speciale previsto dall’articolo 41 bis della legge penitenziaria e per il fatto tali misure siano applicate per un periodo iniziale di quattro anni, prorogabile ogni due anni. Viene segnalato con inquietudine, poi, come “un giudice possa condannare una persona a periodi di isolamento che vanno da due mesi a tre anni“, e che non esistano mezzi di ricorso per i detenuti.

    Oltre a questo, gli esperti si soffermano sul considerevole numero di morti in carcere: da inizio 2026 al 14 maggio, la rivista Ristretti Orizzonti conta già 80 morti di cui 22 per suicidio, mentre il picco di chi si è tolto la vita tra le sbarre si è raggiunto nel 2024, con 91 persone. “Il Comitato rimane preoccupato per i livelli persistentemente elevati di decessi in custodia nello Stato parte, con un numero alto di suicidi segnalati, in particolare tra la popolazione detenuta straniera e le persone sottoposte a regimi di isolamento”. In più, viene segnalato con apprensione come “una grande percentuale dei decessi in custodia sia attribuita a cause che rimangono indeterminate in attesa di chiarimenti forensi, il che indica ritardi significativi nell’esecuzione delle perizie forensi”.

    E la tortura negli istituti penali? 

    Il Comitato rileva e accoglie “con favore” il fatto che in Italia ci siano indagini e procedimenti penali relativi a presunti atti di tortura, ma deplora il fatto di non essere “stato in grado di dedurre il numero di funzionari pubblici” o di altre persone che agiscono su loro istigazione o con il loro consenso, sottoposti a indagini e a procedimenti penali. E ciò è dovuto “a causa dell’ampia definizione di tortura prevista dalla legislazione nazionale dello Stato, che consente di perseguire penalmente qualsiasi individuo per il reato di tortura indipendentemente dal coinvolgimento dello Stato”. Inoltre, nei casi di indagini e procedimenti penali a carico di funzionari pubblici, il Comitato “deplora le informazioni secondo cui spesso i funzionari pubblici non vengono sospesi dal servizio in attesa dell’esito” e i “notevoli ritardi nella conclusione delle indagini e dei procedimenti penali relativi ad atti di tortura”, con ripercussioni “non solo sulle vittime, ma anche sulla percezione del grande pubblico riguardo alla giustizia e alla responsabilità”.

    Persone migranti

    Qui gli esperti del CAT sono “preoccupati” per il fatto che l’attuazione pratica del principio di non respingimento “appaia sempre più compromessa da politiche che legano la gestione della migrazione alla sicurezza e danno priorità alla deterrenza e ai rimpatri forzati“. E ciò va ad aggiungersi anche alle accuse di suddivizioni “arbitrarie” delle persone nei centri di accoglienza – gli ‘hotspot’ – in categorie di richiedenti asilo o migranti economici, in gran parte sulla base della nazionalità. Altra sirena viene suonata per il fatto che le persone che chiedono asilo non ricevano sempre una decisione personalizzata, ma che ci sia una “espulsione collettiva”. In più, a volte i ricorsi contro le decisioni negative sull’asilo non sospendono automaticamente il diniego precedente in attesa del nuovo pronunciamento e i processi di screening e identificazione presso gli ‘hotspot’ sono “insufficienti a identificare le persone in situazioni di vulnerabilità, comprese le vittime di tortura o maltrattamenti”. Tutti punti che si aggiungono alle “accuse di respingimenti alla frontiera con la Slovenia” e “nei porti dell’Adriatico”.

    E poi arriva il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017 tra Italia e Libia: “Il Comitato rimane preoccupato per il fatto che continui ad essere applicato”, si legge nel documento. Perché ci sono accuse sia di “una sostanziale assistenza e cooperazione fornite dalle autorità italiane nelle operazioni di ricerca e soccorso condotte dalle autorità libiche” sia “di ‘respingimenti privatizzati‘ in cui le autorità italiane chiedono a navi commerciali di riconsegnare le persone bisognose di protezione alla custodia delle autorità libiche, comprese le persone in situazioni di vulnerabilità”.

    Grave preoccupazione viene espressa “riguardo alle accuse di uso eccessivo della forza e di maltrattamenti da parte dei gruppi speciali di intervento delle forze dell’ordine (Interforze), alle condizioni fatiscenti ed eccessivamente carcerarie, e alla quasi totale mancanza di attività significative per i detenuti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR)”. Inoltre, “le persone collocate in tali centri a seguito dell’espiazione di pene detentive possono essere ospitate insieme a persone senza precedenti penali”, mentre “per evitare la detenzione, alle persone può essere richiesto di versare una cauzione irragionevolmente elevata, compresa tra 2.500 e 5.000 euro”. Anche l’estensione dei limiti di detenzione nei CPR per i cittadini stranieri fino a 18 mesi è un motivo di inquietudine.

    Oltre a quello con la Libia, per il Comitato è preoccupante anche il Protocollo concluso con Tirana, in particolare per quanto riguarda la sottoposizione dei richiedenti asilo detenuti sotto la giurisdizione italiana in Albania a procedure di asilo accelerate, gli ostacoli per i detenuti nell’accesso alle garanzie procedurali quali l’accesso alle informazioni, l’assistenza legale e la rappresentanza, nonché l’assistenza psicologica, sociale e umanitaria, e la limitata capacità dei detenuti di partecipare pienamente ai propri procedimenti di asilo. Nel mirino ci sono anche le accuse di carenze nelle procedure di preselezione prima del trasferimento, “che comportano il trasferimento di persone in situazioni di vulnerabilità”.

    Infine, il Comitato esprime preoccupazione per le accuse secondo cui i pubblici ministeri italiani ricorrono raramente al principio della giurisdizione universale. E cita il caso Elmasry. “Nel contesto dell’obbligo del Paese di estradare o perseguire, il Comitato prende atto della decisione della Camera preliminare della Corte penale internazionale del 17 ottobre 2025 relativa alla mancata ottemperanza del Paese a una richiesta di cooperazione, dovuta al mancato rispetto della richiesta della Corte di arrestare e consegnare Osama Elmasry Njeem per presunti crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui tortura e trattamenti crudeli”, riporta il documento.

    Criminalizzazione della solidarietà e restrizioni allo spazio civico

    Tra altri elementi, il documento del CAT guarda con angoscia alle “accuse di vessazioni giudiziarie nei confronti dei difensori dei diritti umani impegnati nell’assistenza ai migranti, compresi coloro che partecipano alle operazioni di ricerca e soccorso nel Mar Mediterraneo, in particolare per la criminalizzazione delle loro attività ai sensi degli articoli del codice penale relativi al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Secondo gli esperti ci sono “pene sproporzionate” richieste, “in alcuni casi fino a 20 anni di reclusione”, e la legge (n. 15/2023, spesso citato come decreto ONG) “contiene formulazioni vaghe ed eccessivamente generiche che pongono problemi di prevedibilità giuridica e che impone sanzioni pecuniarie sostanziali in caso di inadempienza, creando potenzialmente un clima intimidatorio per l’operato dei difensori dei diritti umani e ostacolando la fornitura di assistenza salvavita da parte delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo centrale”. Preoccupazione, infine, viene sollevata per il decreto sicurezza (n. 48/2025, convertito nella legge n. 80/2025), “che è stato segnalato dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa come un atto che mina ‘i principi fondamentali della giustizia penale e dello Stato di diritto’, e che amplia in modo significativo i poteri della polizia sulle assemblee pubbliche, prevede pene severe per le persone che partecipano a manifestazioni non autorizzate e criminalizza la resistenza passiva agli ordini o alle regole nelle carceri e nei centri di detenzione per migranti“.

    I prossimi passi

    L’Italia dovrà fornire, entro il primo maggio 2027, le informazioni sul seguito che darà alle raccomandazioni del Comitato che, incluse nel testo, descrivono quella che sembra una inversione di 180 gradi rispetto alla situazione attuale. Dunque, il modo per porre rimedio c’è. Resta da vedere se c’è la volontà di attuarlo.

    Tags: Comitato contro torturaDetenutidetenzionediritti umanigaranzieimmigrazioneitaliamigrantionutortura

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