Bruxelles – Un liberale più progressista di una socialista in materia di immigrazione? È il paradossale quadro che sembra emergere dalla conferenza stampa post-Consiglio europeo tenuta oggi (19 giugno) dal presidente francese, Emmanuel Macron. All’inquilino dell’Eliseo è stato chiesto di esprimere la propria posizione sulla recente approvazione del Regolamento Rimpatri da parte del Parlamento UE e – soprattutto – sulla nota con cui questa mattina quattordici Stati membri hanno esortato tutti i governi europei a metterlo in pratica attraverso la costruzione di nuovi centri per il rimpatrio in Paesi terzi. Alla testa di questo fronte – oltre alla premier italiana, Giorgia Meloni – si è posta proprio una leader di orientamento socialdemocratico: la prima ministra della Danimarca, Mette Frederiksen.
Nonostante provenga da una cultura politica assai più centrista, Macron ha espresso parole nette. “La Francia non sostiene la politica degli hub di rimpatrio in Paesi extra-UE”, ha scandito chiaramente il Presidente transalpino, per poi passare ad illustrare le due ragioni principali della sua contrarietà.
Innanzitutto, c’è una questione di efficacia perché – ha spiegato Macron – “non ho mai visto funzionare uno di questi centri, negli ultimi mesi ho sentito soltanto parlarne e firmare accordi”. Ma soprattutto questo tipo di progetti pone seri problemi in materia di rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo. Rivolgendosi indirettamente ai Paesi che hanno già iniziato a sperimentare queste soluzioni o intendono iniziare a farlo nel prossimo futuro, il Presidente francese ha posto una serie di domande retoriche: “Cosa farete? Spingerete persone che non vogliono tornare o che non riuscite a far tornare nel loro Paese di origine in uno Stato terzo che – forse – accetterà in cambio di denaro? Che tipo di relazione creerete? Sulla base di quali diritti umani?”. La auto-risposta di Macron è semplice e senza appello: “Non sono sicuro che siano questi i principi fondamentali su cui si è costruita la nostra Europa”.
Pur precisando che Parigi sostiene una politica migratoria “molto rigorosa e capace di rendere i rimpatri più efficaci”, il leader d’Oltralpe ha ribadito che “per quanto riguarda la Francia, è un no agli hub nei Paesi extra-UE” e che questo rifiuto si fonda su “un disaccordo sia dal punto di vista pragmatico che di principio”. Inoltre, Macron ha contestato lo spirito stesso della lettera siglata da Meloni, Frederkisen e altri 12 leader, ovvero quello di dare una connotazione pienamente europea a una pratica che in molti paragonano a una vera e propria deportazione. “Penso che tutto ciò non abbia nulla a che fare con la politica europea e che rientri nelle competenze nazionali, per questo mi opporrò a che il prossimo bilancio comunitario sia utilizzato per costruire questi centri”, ha avvisato l’inquilino dell’Eliseo.
Per un esponente del mondo progressista (Frederiksen) che si fa scavalcare a sinistra da un moderato (Macron), c’è però un altro nome forte della sinistra europea che tenta di arginare questa dinamica, esprimendo una posizione altrettanto dura nei confronti della lettera targata Meloni-Frederiksen.
Si tratta del premier spagnolo, Pedro Sánchez, che durante la conferenza stampa di questo pomeriggio ha definito la soluzione dei centri per il rimpatrio in Paesi terzi un vero e proprio “inganno”. Anche il leader iberico ne ha fatto una questione tanto pragmatica quanto valoriale. “In primo luogo, non si farà altro che sprecare risorse economiche – e l’Europa non ne ha molte – e in secondo luogo, si trasmette un messaggio sbagliato a quei Paesi di origine e transito con cui dobbiamo invece collaborare ed entrare in empatia”. Secondo Sanchez, il messaggio che questi Stati ricevono dal Regolamento Rimpatri equivare semplicemente a dire: “Questo è un vostro problema, noi ci laviamo le mani della questione“.
Nella sua invettiva, peraltro, il premier spagnolo può rivendicare anche i successi di una politica migratoria di segno diametralmente opposto, che negli ultimi anni ha permesso all’economia del Paese iberico di crescere a tassi molto più alti del resto d’Europa. Sánchez ha ricordato i principali pilastri su cui si fonda il suo modello alternativo. Il primo è quello dell’attuazione di meccanismi per la regolarizzazione di migranti arrivati in Spagna e inizialmente classificati come illegali. “È proprio questo che ci chiedono le imprese”, ha sottolineato Sánchez, ricordando che “gli attori sociali sanno di aver bisogno di manodopera per coprire posti vacanti in settori importanti, ad esempio nell’edilizia”. Il secondo pilastro è quello dell’integrazione, rispetto alla quale il pensiero del leader spagnolo è semplice: “Quelle persone che già vivono nel nostro Paese e che contribuiscono allo sviluppo economico meritano di avere gli stessi diritti degli altri cittadini”.
Con un’Europa che vira sempre più a destra, quella di Sánchez (e Macron) assume sempre più i connotati di una lotta contro i mulini a vento. Ed è forse anche per questo che Madrid prova a puntare sul ‘soccorso’ di forze esterne. “Se avete qualche dubbio (che l’approccio spagnolo sia quello giusto, ndr), beh, parlatene con il Vaticano”, ha concluso il suo intervento Sánchez. Il riferimento è alla recenti dichiarazioni di Papa Leone XIV, che ha definito la remigrazione “una risposta non cristiana”. Proviamo anche con Dio, non si sa mai, cantava Ornella Vanoni.


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