Bruxelles – Gli oceani e i ghiacciai del pianeta possiedono una memoria lunghissima e un’inerzia imponente. Rispondono lentamente al riscaldamento globale, ma quando si mettono in moto, fermarli diventa un’impresa che travalica le generazioni. È per questo che gli scienziati definiscono l’innalzamento del livello del mare il “gigante dormiente” del cambiamento climatico: una minaccia silenziosa che, anche nel migliore dei casi, continuerà a ridefinire le mappe delle nostre coste per i secoli a venire. A quantificare con una precisione finora mai raggiunta la portata di questa sfida è uno studio pionieristico pubblicato sulla rivista Nature Communications. Realizzato dai ricercatori del Met Office e dell’Università di Bristol, in collaborazione con la società specializzata Fathom, il lavoro analizza per la prima volta l’impatto diretto dell’innalzamento dei mari sulla popolazione del Regno Unito, proiettandolo lungo una linea temporale che si spinge fino al ventitreesimo secolo.
I numeri disegnano una trasformazione geografica e demografica inevitabile, sottolineando l’urgenza di strategie di adattamento strutturali. Secondo le stime della ricerca, entro la fine di questo secolo il mare lungo le coste britanniche si sarà alzato tra i 0,4 e i 0,6 metri. Una variazione all’apparenza contenuta, ma sufficiente a far salire del 13 per cento la superficie delle aree classificate a rischio inondazione. Tradotto in termini umani: entro l’inizio del prossimo secolo, almeno mezzo milione di persone in più nel Regno Unito sarà esposto al pericolo di esondazioni costiere, segnando un incremento del 25 per cento rispetto ai livelli attuali. Ma l’impatto non si ferma al 2100. Anche se le politiche globali riuscissero a centrare i più stringenti obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti dall’Accordo di Parigi, l’effetto di accumulo termico negli oceani continuerà a spingere l’acqua verso l’alto: entro il 2200 circa 1,4 milioni di persone in più rischieranno di essere colpite da inondazioni costiere, entro il 2300 la cifra salirà a 1,7 milioni di persone, con un livello del mare che triplicherà rispetto a fine secolo (+1,2 / +1,8 metri) e un’espansione del 56 per cento delle aree esposte.
Per giungere a questi risultati, il team di ricerca ha incrociato i dati forniti dall’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) con un modello idrodinamico ad altissima risoluzione sviluppato da Fathom. Le zone pianeggianti della costa orientale britannica figurano naturalmente in cima alla lista delle aree più vulnerabili. In particolare, il grande insenamento del Wash e l’estuario dell’Humber vengono identificati dagli scienziati come veri e propri hotspot del rischio idrogeologico futuro. Le implicazioni di questa ricerca vanno ben oltre la pura speculazione scientifica e delineano la necessità di ripensare radicalmente l’urbanistica e le infrastrutture costiere. Se da un lato la mitigazione delle emissioni resta la prima linea di difesa per evitare gli scenari più drammatici, dall’altro la politica dovrà prendere atto che una quota di questo innalzamento è ormai “scritta” nella fisica del pianeta.
* In collaborazione con GEA News Agency











![[foto: P. Pérez/Wikimedia Commons]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/07/Venezia_2008_Biennale-120x86.jpg)