Bruxelles – L’Europa prova a colmare il divario con Stati Uniti e Cina nella corsa globale alla potenza di calcolo – la potenza computazionale necessaria per addestrare, far funzionare e sviluppare modelli di intelligenza artificiale. Una partita che non riguarda soltanto la competitività tecnologica ma anche la capacità dell’Unione di difendere la propria autonomia strategica e i propri valori. È la tesi di Elizabeth Kuiper, Direttrice associata e responsabile del programma per la salute e la resilienza sociale dell’European Policy Centre (EPC), secondo cui investire nel “compute” significa anche rafforzare la resilienza delle società europee di fronte all’intelligenza artificiale.
Il tema è al centro della nuova iniziativa della Commissione europea per la realizzazione delle AI Gigafactories, grandi infrastrutture dedicate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Bruxelles ha lanciato una call per selezionare fino a sette strutture in Europa, sostenute da fino a 10 miliardi di euro di finanziamenti pubblici, con l’obiettivo di mobilitare almeno 20 miliardi di investimenti privati. Le fabbriche dovranno mettere a disposizione capacità di calcolo per startup, imprese, università e autorità pubbliche e potranno iniziare a essere operative dal 2027.
Secondo Kuiper dell’EPC, la posta in gioco va però “oltre la costruzione di nuovi data center”. La capacità di calcolo è ormai “una componente della sicurezza economica europea”: aumentarla significa “creare le condizioni per sviluppare tecnologie e modelli di IA sul territorio europeo, riducendo la dipendenza dalle infrastrutture statunitensi e cinesi”. Un maggiore accesso al compute potrebbe inoltre sostenere ecosistemi industriali e tecnologici capaci di preservare posti di lavoro, anche se i data center, essendo altamente automatizzati, genereranno relativamente pochi impieghi diretti. “Investire nel compute assicura molto più della sicurezza economica”, sottolinea Kuiper.
C’è poi una dimensione politica. Una maggiore capacità europea di calcolo permetterebbe all’UE di avere più voce nella gestione dei dati e nello sviluppo dell’IA, offrendo alternative alle piattaforme delle Big Tech americane e ai valori che ne orientano lo sviluppo. Le Gigafactories dovranno infatti operare nel rispetto delle norme europee su protezione dei dati, sicurezza ed etica.
Ma il progetto non vede ancora tutti i Ventisette sulla stessa linea. Diciotto Stati membri hanno aderito all’accordo per l’approvvigionamento congiunto del compute, tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna. Nove Paesi, invece, non hanno ancora partecipato. Tra questi c’è l’Olanda, che secondo Kuiper privilegia “un approccio basato sugli investimenti privati e sulle dinamiche di mercato”.
È proprio questa scelta, avverte la direttrice associata dell’EPC, a mettere in secondo piano una questione più ampia: la strategia tecnologica europea deve “procedere insieme a una strategia di resilienza sociale dell’IA”. Perché la corsa al compute, in ultima analisi, non riguarda solo chip, server e data center, ma la capacità dell’Europa di decidere come l’intelligenza artificiale trasformerà le sue economie e le sue società, mantenendo al centro regole e valori europei.



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