Buona parte delle elezioni italiane, viste da Bruxelles, si gioca attorno all’Ucraina. L’impegno dell’Unione a sostegno di Kiev è ribadito costantemente, è praticato, anche se tra mille difficoltà causate da governi scettici, filo russi, popolazioni un po’ stanche, storici alleati che cambiano partito, come fanno gli USA, e si schierano, alla fine senza neanche più nascondersi, con il dittatore russo.
È una partita fondamentale, si ritiene, giustamente secondo noi, che sia imperativo impedire a Mosca di vincere questa guerra (che non sta vincendo) perché altrimenti la sicurezza di tutta l’Unione europea sarebbe messa a rischio (come lo sarebbe anche il principio che non vale la legge del più forte). Le aperture verso un’adesione di Kiev all’UE, almeno a livello di dichiarazioni, sono ampie. Il sostegno militare è il più largo possibile. C’è una guerra, e la si combatte con le armi, finché non si riuscirà ad imporre all’invasore di sedersi a trattare una pace decente. L’alternativa, così la vedono a Bruxelles e così sembra sinceramente ovvio, è il dilagare dei militari russi in tutta l’Ucraina. Per ora. Poi andrebbero forse oltre, come Putin ha reso chiaro in mille discorsi.
Sono stati spesi molti soldi, è stato un grande investimento sul futuro, in sostanza. In cambio i Paesi dell’UE, oltre a non avere Mosca nel cuore dell’Europa, cominciano ad avere qualche tecnologia che gli Ucraini hanno sviluppato nell’emergenza, come sempre avviene nelle guerre.
E, va detto, l’Unione ha anche difeso un suo ruolo a livello internazionale. In generale Bruxelles viene più o meno ignorata come potenza mondiale, un’esempio recente è la totale insignificanza in Medio Oriente. Lasciare fare a Mosca nel cuore d’Europa significherebbe alzare tutte e due le mani e consegnarsi ad essere niente, a non avere alcuna considerazione internazionale. Vista poi la disastrosa (anche se recuperabile) situazione dell’economia vorrebbe dire sparire, nel giro di pochi lustri. Sarebbe una decrescita, non felice, e ne patirebbero tutti gli europei.
Descritta, sommariamente, la posizione attuale dell’Unione europea e dunque quella della maggioranza dei suoi governi, diventa semplice capire che se un Paese importante come l’Italia andasse in mano a forze, diciamo così, “incerte” sul percorso sopra descritto sarebbe per Bruxelles una prospettiva terrorizzante. Vista anche la situazione francese, dove le elezioni presidenziali potrebbero essere vinte da un partito succube della Russia come quello di Marine Le Pen, evitare che venga meno anche il sostegno italiano è una priorità.
Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte dunque è un problema, grosso. Ammesso che il “Campo largo” riesca ad abborracciare un accordo per le elezioni, quel che si teme è che, una volta che Conte si siederà, per dire, al Ministero degli Esteri (difficile vederlo alla presidenza del Consiglio al momento) ci si possa trovare di fronte ad un’Italia che diventa inaffidabile sul fronte degli aiuti militari all’Ucraina, a un’Italia che tenta approcci unilaterali con Putin, a un’Italia, insomma, che indebolisce il fronte, sino ad oggi unitario e garantito da Giorgia Meloni, che tenta di fermare l’invasione. È vero, Meloni di armi ne manda poche, Matteo Salvini è un problema (di rumore più che altro) ma politicamente la presidente del Consiglio ha mostrato di essere saldamente con la maggioranza europea che ha deciso di sostenere Kiev.
A Bruxelles, lo abbiamo scritto più volte, sono pragmatici, se uno non è proprio nazista, come l’AFD, tutto sommato viene accolto bene, basta che sia affidabile sulle due o tre cose fondamentali in un dato momento politico. Meloni la è, Conte no (almeno, fino ad oggi, da quando ha lasciato Palazzo Chigi). E dunque António Costa, con il pretesto dei 70 anni dei Trattati di Roma regala per il marzo prossimo, probabilmente a ridosso del voto, un Consiglio europeo celebrativo da tenersi a Roma che per Meloni è una passerella d’eccezione, dove sarebbe la protagonista vera, colei che accoglie i colleghi, la padrona di casa. Uno show formidabile.
Ursula von der Leyen ha qualche difficoltà in più a dare una mano a Meloni, lei ha da gestire i conti, ha da fare cose “vere” non simboliche, dunque trovare uno spazio per fare un regalo è più difficile, ma le richieste di Roma, dalla “flessibilità” dei conti, a quella sulle politiche green, alla rigidità sui migranti sono talmente tante che qualcosa di buono da regalare la presidente della Commissione la troverà.
A meno che il Campo Largo non trovi una posizione unitaria, salda, credibile, che magari potrebbe anche costare qualche voto, ma che permetta di essere un’alternativa diciamo “neutra” per Bruxelles, che allora potrebbe decidere di non puntare su nessun cavallo e lasciare che la corsa si decida da sola.


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