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    Home » Non categorizzato » Perché a Bruxelles non piace la flessibilità

    Perché a Bruxelles non piace la flessibilità

    Renzi dichiara di aver ottenuto una vittoria sulla "flessibilità". Ma alla Commissione la pensano diversamente.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    15 Luglio 2014
    in Non categorizzato

    di Berlaymont

    Con questo articolo inauguriamo la nostra collaborazione con Berlaymont, personaggio molto vicino agli ambienti della Commissione il quale ci terrà aggiornati su quello che si dice nei corridoi del potere di Bruxelles. In questo primo articolo, gli abbiamo chiesto di spiegarci come la Commissione vede la presunta vittoria di Renzi sulla “flessibilità”.

    Le argomentazioni a favore di una maggiore “flessibilità” nell’implementazione delle politiche di bilancio, largamente condivise in Italia, le conosciamo bene. Meno note sono invece le ragioni per cui Bruxelles e la maggior parte delle capitali della zona euro vi si oppongono. È vero che ultimamente sia la Commissione che il Consiglio hanno riconosciuto (a parole) il bisogno di una maggiore flessibilità, ma in sostanza trattasi di tutto fumo e niente arrosto. La verità è che a Bruxelles non hanno nessuna intenzione di permettere all’Italia di arrestare o anche solo di rallentare il suo percorso di riduzione del disavanzo pubblico.

    Ci sono tre tipi di argomentazioni che vengono addotte per rifiutare di dare più spazio alle politiche di bilancio italiane. Il primo è che la flessibilità è già prevista nel Patto di stabilità e crescita e nel Fiscal Compact cosi come sono, e che questa flessibilità non sempre viene sfruttata appieno. Poi c’è un secondo tipo di argomentazione, di carattere generico e valido per tutti gli stati membri. E poi ci sono le argomentazioni che riguardano la situazione specifica dell’Italia. Vediamole più in dettaglio.

    Il Patto di stabilità prevede una certa flessibilità per quegli stati membri che fanno le riforme strutturali e hanno un debito sotto al 60% o un disavanzo strutturale in pareggio. Non è ovviamente il caso dell’Italia, che ha un debito superiore al 135% del Pil e un disavanzo strutturale di una dozzina di miliardi. Il parere della Commissione, contenuto nelle sue raccomandazioni del 2 giugno e adottato dal Consiglio la settimana scorsa, è che l’Italia risulta già in violazione delle regole: secondo la Commissione, per aderire alla famosa regola sul debito (che impone di ridurre di un ventesimo l’anno il debito in eccesso rispetto al 60%) è necessario da parte dell’Italia uno sforzo strutturale (sarebbe a dire una finanziaria) di 0.7% del Pil nel 2014. La Commissione prevede che lo sforzo strutturale per il 2014 sarà invece dello 0.1%: manca quindi uno 0.6% di Pil, superiore al quarto di punto di margine ammesso. Da questo punto di vista, l’Italia abusa di una flessibilità a cui non avrebbe neanche diritto data la situazione delle sue finanze pubbliche.

    Questo perlomeno è quello che impongono le regole attuali. Dovremmo allora cambiare le regole per permettere agli stati membri di adottare politiche di stimolo della domanda? Non tutti a Bruxelles pensano che le politiche d’ispirazione keynesiana siano intrinsecamente pericolose – si riconosce che in certi casi le politiche di rilancio sono desiderabili –, ma è opinione diffusa che esse debbano essere inquadrate molto bene per evitare ricadute negative. La Commissione non è contraria a priori a tali politiche: non dimentichiamo che la Commissione stessa, nel 2009, aveva promosso un piano di rilancio dell’economia. Quello che conta è però il timing dei piani di rilancio. Per essere efficaci, questi devono arrivare al momento giusto in cui la domanda è depressa, non durante la ripresa quando la domanda è al suo livello fisiologico. Secondo varie stime, tra il momento in cui si prende la decisione di adottare misure di rilancio e quello in cui queste fanno sentire il loro effetto sul tessuto produttivo passano circa diciotto mesi. È quindi difficile valutare l’impatto di queste misure nel tempo. Un altro problema è che i piani di rilancio per mezzo della spesa pubblica stimolano di più i settori meno produttivi che non sono esposti alla concorrenza internazionale (come l’edilizia), quando il bisogno di sostegno e il potenziale di dinamismo economico si trovano piuttosto nei settori delle esportazioni. Un terzo problema viene dalla necessità di difendere l’affidabilità del Patto di stabilità: se il Patto non fosse visto come vincolante e capace di garantire la sostenibilità a lungo termine dei debiti pubblici, i mercati si spaventerebbero, facendo crescere i tassi d’interesse sul debito italiano con effetti negativi immediati sulla crescita.

    A queste argomentazioni generiche si sommano poi delle argomentazioni che riguardano la situazione specifica dell’Italia. La prima è che, data la situazione particolarmente pesante del debito pubblico italiano, non è il caso di fare ulteriore disavanzo: mancano pochi miliardi per raggiungere il pareggio di bilancio strutturale (0.8% del Pil, circa 12 miliardi) e sarebbe un peccato vanificare proprio ora i benefici finanziari e “di immagine” derivanti dagli sforzi fatti finora. Un’altra argomentazione riguarda la scarsa qualità della spesa pubblica italiana: un piano di rilancio dell’economia non avrebbe un effetto molto forte vista la bassa efficienza dell’amministrazione pubblica e l’alto livello di corruzione. Lo dimostra il fatto che l’Italia non è neanche in grado di spendere i fondi europei già allocati al paese, e che progetti come il Mose o l’Expo di Milano sono bacati e beneficiano più le mafie che l’economia reale. E vero che si può anche rilanciare l’economia con i tagli alle tasse, ma con un debito cosi alto la possibilità di un rinculo ricardiano è molto forte: gli attori economici risparmierebbero la maggior parte del reddito aggiuntivo invece di spenderlo, temendo nuove tasse nel futuro. Un’ultima argomentazione viene dall’osservazione che, secondo quasi tutte le previsioni, la crescita del Pil dell’Italia sarà superiore all’1% l’anno prossimo. Se si pensa – come fa la Commissione – che il potenziale di crescita del paese non sia, purtroppo, molto superiore a quello, l’argomentazione per un rilancio della domanda diventa più debole: stimolare un’economia che già cresce al suo massimo potenziale è inutile e può essere pericoloso.

    In conclusione, le argomentazioni sfavorevoli alla flessibilità sono sufficientemente numerose e potenti da rendere altamente improbabile un significativo cambio di opinione a Bruxelles o negli altri stati membri in merito alla questione. È più probabile che si prosegua sulla strada delle concessioni simboliche e delle dichiarazioni senza alcuna ricaduta concreta.

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