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    Home » Non categorizzato » Immanuel Kant e la leadership morale tedesca

    Immanuel Kant e la leadership morale tedesca

    [di Yanis Varoufakis] Di fronte alla crisi dei rifugiati la Germania ha mostrato una notevole leadership morale. È ora che applichi lo stesso spirito kantiano anche agli altri problemi dell'eurozona.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    14 Settembre 2015
    in Non categorizzato

    di Yanis Varoufakis

    Gli economisti sbagliano a pensare che la razionalità umana consista semplicemente nell’utilizzare al meglio i proprio mezzi al fine di raggiungere uno scopo. Impiegare efficientemente le risorse disponibili nel perseguimento dei propri obiettivi è senz’altro un aspetto importante della ragione. Ma gli economisti, e coloro che da essi sono influenzati, sbagliano a pensare che la razionalità si riduca a questo.

    Questo tipo di approccio strumentale alla ragione sottovaluta enormemente l’ingrediente della ragione umana che forse più di qualunque altro ci distingue dagli altri animali: la capacità di sottoporre i nostri fini allo scrutinio della ragione, di andare oltre domande del tipo «Dovrei investire in titoli o azioni?» per porci domande del tipo «Mi piace X, ma è giusto che mi piaccia?».

    Questa estate l’integrità e l’anima dell’Europa – di tutti noi – è stata messa a dura prova dall’ondata di rifugiati siriani. La nostra umanità e la nostra razionalità hanno dovuto sopportare il peso di scelte difficile. La maggior parte dei governi europei ha fallito miseramente questa prova: frontiere chiuse, treni bloccati, gente bisognosa trattata come una minaccia esistenziale, battibecchi a livello istituzionale su chi dovesse sobbarcarsi il fardello maggiore. L’Europa, in generale, si è comportata in maniera abominevole. Come ha dichiarato il premier italiano Renzi: «Se questa è la vostra Europa, tenetevela pure».

    Un paese si è distinto dagli altri, però, mostrando una notevole leadership morale: la Germania. La vista di migliaia di tedeschi che accoglievano a braccia aperte quei rifugiati che erano stati respinti da molti altri pesi europei ha dato a tutti noi ragione di credere che forse l’Europa non avesse smarrito del tutto la propria anima. La leadership rilassata della cancelliera Merkel e l’atteggiamento magnanimo manifestato persino dai peggiori tabloid tedeschi hanno espiato in parte il fallimento dell’Europa di fronte alla crisi umanitaria.

    Molti hanno scorto dei secondi fini dietro alla generosità dei tedeschi: non è forse vero che i rifugiati siriani – perlopiù giovani, motivati e ben istruiti – rappresentano una manna dal cielo per la preoccupante situazione demografica del paese? Guntram Wolff, sul Financial Times, ha tracciato di recente un paragone con l’afflusso di rifugiati protestanti riversatisi dalla Francia nello stato di Brandeburgo nel diciassettesimo secolo, che portarono con sé un notevole dinamismo economico. Mentre i macroeconomisti si chiedono quanto i nuovi immigrati peseranno sulle finanze pubbliche, al netto dell’aumento della domanda aggregata, i datori di lavori gioiscono per l’aumento della forza lavoro, che gli permetterà di esercitare una pressione al ribasso sui salari.

    Questa cinica analisi costi-benefici, però, non coglie per nulla il nocciolo della questione. Che l’immigrazione porti con sé tutta una serie di benefici è noto a tutti (fuorché ai razzisti). Per rendersene conto basterebbe fare il confronto tra i paesi di destinazione – paesi come gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia – e quelli da cui la gente fugge. Ma lo stesso vale per tutti paesi dell’Europea centrale e del Nord, le cui popolazioni stanno invecchiando molto rapidamente. Perché, allora, solo la Germania ha aperto le proprie porte ai rifugiati siriani? È chiaro che la risposta non ha nulla a che vedere con i calcoli economici. Deve essere stato qualcos’altro a spingere i tedeschi ad aprire i loro confini e i loro cuori ai rifugiati. Ma cosa?

    Gli studenti di filosofia potrebbero essere tentati, come lo sono io, di cercare la risposta nel pensiero di uno dei più grandi doni della Germania all’umanità: Immanuel Kant. A differenza degli economisti e dei filosofi anglosassoni, Kant non si accontenta di analizzare la razionalità umana in termini puramente strumentali. Questo può andar bene per i gatti e per i robot ma non per gli umani. Gli esseri umani, infatti, hanno la capacità di ragionare in termini di categorie morali.

    La ragion pratica di Kant impone di privilegiare quelle azioni che, laddove venissero generalizzate, produrrebbero effetti coerenti. Mentire, per esempio, non può essere considerata una scelta razionale, perché se fosse universalizzata – se tutti mentissero allo stesso tempo – il linguaggio perderebbe la propria coerenza e verrebbe meno la possibilità di comunicare tra individui. È vero che molte persone non mentono per paura di essere scoperte, ma Kant non riteneva questo tipo di spiegazioni strumentali del tutto razionali. Secondo Kant, l’essere umano possiede la capacità di agire in base a dei cosiddetti imperativi categorici: di agire in maniera universalmente valida indipendentemente dalle conseguenze.

    Accogliere i rifugiati è un gesto universale che rientra, appunto, nella categoria degli imperativi categorici. È un gesto che non compi pensando ai benefici che ne potresti trarre in termini di domanda aggregata o di produttività. I gesti razionali, secondo Kant, non sono determinati dalle aspettative di guadagno, che dipendono da un ampio ventaglio di fattori. Non c’è alcuna strategia sottostante, solo l’applicazione della morale deontologica che ci impone di agire in base a regole “universalizzabili”.

    Ovviamente non posso dimostrare empiricamente che la solidarietà dei tedeschi nei confronti dei rifugiati sia di tipo kantiano e non strumentale. Ma nella gentilezza di così tanti tedeschi ho riscontrato quella che, a mio avviso, può considerarsi una sorta di ragione kantiana. Dico «una sorta» perché in altre occasioni l’atteggiamento dei tedeschi si è dimostrato ben poco kantiano. Sempre questa estate, il 12 e il 13 luglio, si è verificato un altro episodio che ha messo a dura prova l’integrità e l’animo dell’Europa, quando il leader di una piccola nazione europea, la Grecia, è stato costretto ad accettare, pena la cacciata dall’eurozona, un piano di riforma economico che tutti (inclusa la Merkel) sanno non essere in grado di fermare la progressiva disintegrazione del mio paese. In quell’occasione non è stato seguito nessun principio universale, col risultato che la Grecia è stata costretta ad accettare un programma illogico per cui tutti in Europa, inclusa la Germania, finiranno per pagarne le conseguenze.

    Ma non è questo il luogo per soffermarci sui dettagli dell’infinita crisi greca, anche perché essa non affonda le radici nei problemi della Grecia, ma nel fatto che il governo tedesco non ha ancor deciso cosa vuol fare dell’eurozona. Berlino sa bene che l’unione monetaria, nella sua forma attuale, non è sostenibile. Ha bisogno di riforme radicali. Ha bisogno di un meccanismo per riciclare le eccedenze dei paesi in surplus nei paesi in deficit. Purtroppo Berlino non si è ancora decisa su quali debbano essere queste riforme, sulla forma di unione politica che vuole o su come portarsi dietro Parigi. Mentre gli elefanti franco-tedeschi si azzuffano, però, centinaia di migliaia di greci sono costretti dalla disperazione ad abbandonare il proprio paese, mentre l’oligarchia locale sta approfittando del vuoto di potere apertosi nel paese dopo la capitolazione del governo greco per portare avanti i propri interessi.

    Mettendo da parte la tragedia greca, il punto è che l’Europa ha bisogno della leadership morale della Germania. Sulla questione dei rifugiati, la Germania si è mostrata all’altezza. Su altre questioni – a partire dalla crisi dell’eurozona – no. Cosa dovrebbe fare Berlino, dunque? Un buon inizio sarebbe quello di applicare il principio kantiano, manifestato in maniera evidente nella crisi dei rifugiati, anche agli altri problemi dell’Europa. La ragion pratica di Kant ci impone di adottare politiche che, se generalizzate, produrrebbero esiti coerenti. I surplus commerciali non possono essere “generalizzati”! Costringere tutti i paesi dell’eurozona ad accumulare surplus commerciali e a diventare più competitivi gli uni nei confronti degli altri, facendo finta di ignorare che il surplus di un paese corrisponde necessariamente al deficit di un altro paese, è un’evidente violazione del principio kantiano.

    È ora che la Germania estenda la sua leadership morale anche alla riforma dell’architettura dell’eurozona. Evocare Kant per soppiantare una volta per tutte l’idea dell’Europa come gigantesca macchina esportatrice sarebbe un ottimo inizio.

    Pubblicato sul blog dell’autore il 14 settembre 2015. Traduzione di Thomas Fazi. 

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