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    Home » Politica » Sanchez si ricandiderà nel 2027 per contrastare l’estrema destra in Spagna e in Europa

    Sanchez si ricandiderà nel 2027 per contrastare l’estrema destra in Spagna e in Europa

    Il premier socialista ha lanciato un appello a tutti i governi progressisti per "dare una risposta costruttiva" al "movimento internazionale di estrema destra". Una risposta che parta dalla Spagna, il Paese che più cresce in Europa

    Simone De La Feld</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@SimoneDeLaFeld1" target="_blank">@SimoneDeLaFeld1</a> di Simone De La Feld @SimoneDeLaFeld1
    10 Novembre 2025
    in Politica
    Pedro Sánchez spagna su Iran

    Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez (foto: Consiglio europeo) su Iran

    Bruxelles – Il premier socialista spagnolo, Pedro Sanchez, non lascia e raddoppia: in un’intervista al quotidiano nazionale El Pais, ha escluso la possibilità di convocare elezioni anticipate – nonostante la defezione dei catalani di Junts dalla coalizione di governo – e ha annunciato che si ricandiderà alla Moncloa nel 2027, per guidare la risposta delle forze socialdemocratiche all’ascesa dell’internazionale dell’estrema destra, in Spagna, in Europa e nel mondo. Sanchez si autoincorona leader del movimento progressista, forte di una crescita economica record che fa di Madrid la nuova locomotiva d’Europa.

    In un lungo dialogo con il quotidiano, il primo ministro leader della famiglia socialista europea ha chiamato alle armi tutte le forze progressiste, sulle due sponde dell’Atlantico, per “dare una risposta costruttiva” al “movimento internazionale di estrema destra”, che è “ben organizzato” ma che “sta iniziando a mostrare segni di esaurimento”. In prima linea insieme a lui, i leader di sinistra dell’America Latina, con cui Sanchez si è confrontato a Santa Marta, in Colombia, in occasione del summit tra l’Unione europea e i Paesi del CELAC. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, quello dell’Uruguay Yamandú Orsi, il cileno Gabriel Boric “e molti altri governi progressisti”.

    In Europa, Sanchez è rimasto il baluardo progressista di fronte all’avanzata impetuosa dei partiti di destra e di estrema destra. Oltre a Madrid, attualmente l’unico governo a guida socialdemocratica tra i 27 Paesi membri è quello di Mette Frederiksen, in Danimarca. Ma la socialdemocrazia di Copenaghen è tutta un’altra storia, durissima nella retorica anti-immigrazione, fortemente a favore delle politiche di riarmo, storicamente austera quando si tratta di spesa.

    Eppure Sanchez, che a Madrid guida un governo di minoranza tenuto insieme da un fragilissimo accordo di coalizione (da cui si sono chiamati fuori poche settimane fa gli indipendentisti catalani), non demorde. “Dopo attenta riflessione, con il mio partito, ma soprattutto con la mia famiglia, che subisce direttamente le conseguenze di questo impegno e di questa responsabilità, annuncio che ho deciso di compiere questo passo”, ha annunciato a El Pais. L’obiettivo dunque è rimanere in sella al Paese anche dopo il 2027, per portare stabilità in una legislatura “più complessa della precedente”, in un ecosistema politico sempre più polarizzato, con il leader del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo che si è “arreso all’estrema destra”.

    Per il leader del Partito socialista spagnolo tutta “la destra politica, mediatica e intellettuale” è colpevole di “ripulire il discorso dell’estrema destra“, un discorso poi amplificato consapevolmente dai proprietari dei social network, che “non diffondono la verità, ma disinformazione e polarizzazione”. Una strategia – ha denunciato ancora Sanchez – “strettamente legata agli obiettivi politici dei tecnocrati che influenzano chiaramente i processi elettorali”. L’avvicinamento tra destra moderata ed universo sovranista è particolarmente visibile al Parlamento europeo, dove il Partito Popolare si allontana sempre più di frequente dai gruppi europeisti sfruttando la possibile maggioranza alternativa con i gruppi di estrema destra.

    A Bruxelles, in molti vedono in Sanchez una garanzia di stabilità, forse l’ultima garanzia della difficile alleanza tra l’universo progressista e la destra moderata. Se saltasse lui, i socialisti potrebbero scaricare il Ppe e far saltare la maggioranza a sostegno della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Sanchez insomma non vuole rompere con il centro destra, anzi ha ammesso che a Madrid sarà necessario “articolare più accordi con il principale partito dell’opposizione”, quello di Núñez Feijóo.

    La sfida lanciata da Sanchez all’universo ultra-conservatore è complessa, vista l’affermazione di politiche reazionarie e del sovranismo in Europa e negli Stati Uniti. Ma proprio a New York, la “capitale finanziaria mondiale” dove ha trionfato il socialista Zohran Mamdani, il premier spagnolo intravede “i sintomi di una rinascita delle opzioni progressiste”.

    La Spagna di Sanchez ne deve essere gioco-forza l’emblema: in controtendenza dal punto di vista politico rispetto al resto d’Europa, ne guida la crescita economica, con un PIL che dal 2023 aumenta del 3 per cento all’anno e una crescita occupazionale senza precedenti. Dalla cabina di comando della nuova ‘locomotiva d’Europa’, Sanchez chiede alle forze progressiste di tutto il mondo di saltare sul suo treno. Che procede spedito, ma in ripida salita.

    Tags: el paispedro sanchezspagna

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