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    Home » Politica » Spagna e Slovenia chiedono all’UE di bloccare le sanzioni USA contro la Corte Penale Internazionale. Ma Bruxelles tace

    Spagna e Slovenia chiedono all’UE di bloccare le sanzioni USA contro la Corte Penale Internazionale. Ma Bruxelles tace

    La proposta dei primi ministri Pedro Sanchez e Robert Golob mira a proteggere anche la relatrice ONU per la Palestina, Francesca Albanese. L'idea è quella di utilizzare lo Statuto di Blocco dell'UE, che permette di neutralizzare gli effetti extraterritoriali di sanzioni di Paesi terzi contro soggetti europei

    Giorgio Dell'Omodarme di Giorgio Dell'Omodarme
    7 Maggio 2026
    in Politica
    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez (Fonte: Imagoeconomica)

    La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez (Fonte: Imagoeconomica)

    Bruxelles – Dopo aver chiesto – senza successo – la sospensione dell’accordo di associazione tra Unione Europea e Israele, la Spagna e la Slovenia provano nuovamente a suscitare una reazione di Bruxelles di fronte a un mondo in cui i principi del diritto internazionale vengono sempre più messi in discussione. Questa volta, la richiesta del primo ministro di Madrid, Pedro Sanchez, e di quello di Lubiana, Robert Golob, alla Commissione europea è di proteggere la Corte Penale Internazionale (CPI) e l’ONU dalle sanzioni imposte contro alcuni loro membri dagli Stati Uniti. In particolare, i due governi invitano l’esecutivo comunitario ad attivare lo Statuto di Blocco, una sorta di scudo legale progettato dall’UE per proteggere soggetti ed entità europei dagli effetti extraterritoriali di provvedimenti stabiliti da Paesi terzi. La risposta di Palazzo Berlaymont, però, è al momento magra, senza espliticare il favore o meno dell’esecutivo UE all’attivazione dello strumento richiesto dai leader di Spagna e Slovenia.

    Le sanzioni USA

    Il tribunale penale internazionale, che dal 2002 giudica gli individui responsabili delle più gravi violazioni del diritto internazionale e umanitario, è finito nel mirino di Washington dopo il ritorno del presidente Donald Trump alla Casa Bianca, nel novembre del 2024. Proprio in quei giorni, la CPI ha emesso il proprio mandato di arresto nei confronti del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in relazione alle azioni dell’esercito di Tel Aviv nella Striscia di Gaza. Accusando i giudici de L’Aia di prendersela con un Paese alleato degli Stati Uniti, nel febbraio 2025 il tycoon ha emanato un ordine esecutivo che imponeva una serie di sanzioni contro diversi membri della CPI: dal congelamento dei beni in territorio americano alla chiusura di conti e servizi bancari, passando per il divieto di ingresso negli USA e una serie di misure contro chi collabora con la Corte.

    Nel complesso, i provvedimenti dell’amministrazione Trump hanno colpito 11 giudici della Corte (tra cui il procuratore capo, Karim Khan, e i due vice-procuratori, Nazhat Shameem Khan e Mame Mandiaye Niang). Successivamente, nel luglio dello scorso anno, la ‘vendetta’ di Washington è arrivata fino alle Nazioni Unite, quando misure analoghe sono state applicate contro la Relatrice Speciale ONU sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. In ultimo, a finire nell’elenco dei sanzionati sono state tre figure di vertice di alcuni movimenti a difesa dei diritti dei palestinesi, proprio per i loro legami con la CPI.

    La natura politica di questi provvedimenti, peraltro, è emersa chiaramente nel dicembre scorso, quando un’inchiesta del sito online Middle East Eye ha rivelato come l’amministrazione americana abbia fatto pressione sulla Corte affinchè interrompesse le proprie indagini sui crimini di guerra israeliani in Palestina (oltre a quelli degli stessi Stati Uniti in Afghanistan dopo l’invasione del 2001) proponendo in cambio la rimozione delle sanzioni.

    La richiesta di Spagna e Slovenia

    Di fronte a uno scenario di questo tipo, la proposta avanzata da Spagna e Slovenia è quella di far leva sul Regolamento UE 2271, che nel 1996 ha istituito lo strumento dello Statuto di blocco. Pensato in origine per proteggere gli operatori economici del Vecchio Continente dall’applicazione extraterritoriale di leggi di Paesi terzi (in primis proprio gli USA) che compromettono gli interessi di tutta l’Unione, l’obiettivo dei due governi è quello di far superare a questo meccanismo la sua logica puramente commerciale. La base giuridica per applicarlo nel contesto della CPI, peraltro, sarebbe piuttosto facile da rintracciare: pur non essendo un’istituzione comunitaria, la Corte ha sede in uno Stato membro dell’UE (i Paesi Bassi) e potrebbe così beneficiare della protezione assicurata dallo Statuto.

    “La Spagna non si volta dall’altra parte e l’UE non può restare a guardare di fronte a questa persecuzione“, ha scritto Pedro Sanchez su X per annunciare il suo appello. “Per questo motivo, chiediamo alla Commissione di attivare lo Statuto di blocco per proteggere l’indipendenza della CPI e dell’ONU e le loro azioni per porre fine al genocidio a Gaza: mentre alcuni tentano di demolire l’ordine internazionale con la forza, la Spagna continuerà a difendere i diritti umani e coloro che lavorano perché siano rispettati“, ha aggiunto.

    Assicurando un “forte sostegno” all’iniziativa di Madrid, Robert Golob ha sottolineato come “la risposta dell’Europa non è stata sin qua adeguata alla gravità della situazione” e ha ricordato che “i valori fondamentali dell’UE non possono avere un prezzo e l’indipendenza delle corti internazionali non è negoziabile”.

    A esprimere soddisfazione per la proposta avanzata dai due governi è anche chi come Marco Cappato è da tempo impegnato nella società civile in questa battaglia di salvaguardia del ruolo della CPI. Il fondatore di Eumans ed ex eurodeputato radicale aveva organizzato una manifestazione di fronte a Palazzo Berlaymont lo scorso 14 aprile, annunciando anche l’inizio di uno sciopero della fame a staffetta per chiedere alla Commissione di attivarsi. “Dopo le dichiarazioni di Sanchez – ha dichiarato oggi – ci auguriamo che finalmente Ursula von der Leyen voglia prendere una decisione: noi andremo avanti con il digiuno e con nuove mobilitazioni“.

    La (non) risposta della Commissione

    Se i singoli Stati membri possono richiedere l’attivazione dello Statuto di blocco, la concreta attivazione spetta alla Commissione. E – a giudicare da quanto dichiarato oggi dalla portavoce dell’esecutivo UE Siobhan McGarry – è difficile immaginare che l’auspicio di Cappato possa realizzarsi. Durante il consueto briefing con la stampa di mezzogiorno, McGarry si è limitata a dire che Palazzo Berlaymont “ha verificato con gli Stati membri quali possano essere le soluzioni concrete e fattibili per supportare la Corte”, rifiutando di esprimersi a favore o contro la possiblità di attivare lo Statuto di blocco.

    Nell’attesa di una risposta più netta da parte di Bruxelles, a Sanchez non resta che muoversi in autonomia ed esprimere – anche solo simbolicamente – la solidarietà del suo Paese verso i ‘target’ dell’offensiva diplomatica di Trump. Nella giornata di oggi (7 maggio), il primo ministro spagnolo ha ricevuto Francesca Albanese al Palazzo della Moncloa e le ha consegnato l’Ordine al Merito Civile. “La responsabilità pubblica implica anche l’obbligo morale di non voltarsi dall’altra parte“, ha scritto il primo ministro spagnolo su X.

    Tags: corte penale internazionalepedro sanchezrobert golobsanzioni alla corte penale internazionalestatuto di blocco

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