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    Home » Net & Tech » Leone XIV, e Ursula: una “Magnifica” problematica comune

    Leone XIV, e Ursula: una “Magnifica” problematica comune

    L’enciclica Magnifica Humanitas: come si confronta con il cantiere europeo sull’intelligenza artificiale e con la questione sempiterna, irrisolta, delle radici etiche del legiferare

    Roberto Zangrandi di Roberto Zangrandi
    25 Maggio 2026
    in Net & Tech, Non categorizzato
    ROBERT PREVOST, PAPA LEONE XIV (Imagoeconomica)

    ROBERT PREVOST, PAPA LEONE XIV (Imagoeconomica)

    L’enciclica Magnifica Humanitas: come si confronta con il cantiere europeo sull’intelligenza artificiale e con la questione sempiterna, irrisolta, delle radici etiche del legiferare. Questa è l’essenza della poco televisiva presentazione del primo esercizio teorico-teologico di Papa Leone diffusa stamane da Vatican TV.

    Due testi, due istituzioni, due vocabolari. Da un lato, Leone XIV firma (il 22 maggio, per la precisione) la sua prima enciclica sociale, Magnifica Humanitas, dedicata alla “custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale”: 105 pagine, cinque capitoli, una genealogia teorico-filosofica, teologico-morale che risale a Leone XIII e alla Rerum Novarum del 1891. Dall’altro, Bruxelles, con le istituzioni (o l’istituzione?) nel mezzo di uno dei cantieri normativi più affollati della propria storia: l’AI Act in fase di attuazione, il Digital Omnibus approvato in via provvisoria il 7 maggio scorso, le scadenze per i sistemi ad alto rischio spostate al 2027 e al 2028, le linee guida sulla trasparenza ancora in consultazione. Due processi paralleli che si sfiorano in punti precisi e si ignorano, o si contraddicono, in altri. Per misurare le distanze, conviene chiedersi chi, concretamente, siede ai due tavoli.

    Chi è cattolico a Bruxelles? La domanda non è facile. Sul piano demografico generale, secondo l’Eurobarometro 2021, il 45,3 per cento dei cittadini dell’Unione Europea si identifica come cattolico, prima confessione nell’intero contesto UE. I Paesi che storicamente esprimono il maggior numero di funzionari, commissari e parlamentari europei, Italia, Francia, Spagna, Polonia, Belgio, Portogallo, Irlanda, sono tradizionalmente a maggioranza cattolica, anche se con traiettorie di secolarizzazione molto diverse tra loro e, in alcuni casi, accelerate e trasfigurate negli ultimi quindici anni.

    Sul piano istituzionale, il progetto accademico RelEP (Religion at the European Parliament), condotto dall’Université Libre de Bruxelles in due fasi tra il 2009 e il 2024, è l’unica fonte disponibile su cosa credono i membri del Parlamento europeo. E su come queste credenze incidano sul loro lavoro. La ricerca ha rilevato continuità significativa tra le due fasi: molti profili coesistono, molte visioni sono divergenti, a volte collidono apertamente, a volte si ignorano, raramente emergono esplicitamente nel dibattito politico. Nel campione della ricerca, vi è una maggioranza di rappresentanti provenienti da società cattoliche, una minoranza da tradizioni protestanti e una presenza significativa di eurodeputati da paesi a tradizione ortodossa, Romania, Bulgaria, Grecia…

    Il punto interpretativo più acuto lo illustra il concetto elaborato dal professor François Foret, coordinatore del progetto: “Nel contesto parlamentare europeo, il secolarismo svolge la stessa funzione che la religione svolge negli Stati Uniti”. Si crea quella che Foret chiama una “secular canopy”, una copertura laica sotto la quale gli eurodeputati sono molto riluttanti a esprimere le proprie credenze personali, indipendentemente da ciò che credono effettivamente. Quando si tratta di lavoro quotidiano, la grande maggioranza degli eurodeputati interpreta la religione come una realtà sociale da considerare nel legiferare, non come una fonte diretta di ispirazione normativa. Una minoranza molto ridotta la descrive come motore dell’azione politica.

    Quasi tutti dichiarano di averla incontrata come lobby. E la lobby esiste, strutturata e riconosciuta. La COMECE, Commission of the Bishops’ Conferences of the EU, fondata nel 1980, ha sede permanente a Bruxelles e rappresenta ufficialmente le conferenze episcopali dei ventisette stati membri presso le istituzioni europee. È un attore registrato, con accesso regolare alla Commissione e al Parlamento; interviene con posizioni scritte su dossier che spaziano dalla bioetica alla politica migratoria, dalla protezione dei minori ai quadri etici per le tecnologie emergenti, fino allo spazio.

    ROBERTO VIOLA DIRETTORE GENERALE DG CONNECT (Imagoeconomica)

    Sul piano delle biografie individuali, il caso di Roberto Viola, Direttore Generale di DG CONNECT e responsabile dell’architettura tecnica della regolamentazione digitale europea, illustra bene il limite dell’indagine: non esiste documentazione pubblica sulla sua appartenenza o pratica religiosa. Italiano, laurea in ingegneria elettronica alla Sapienza di Roma, carriera tecnocratica lineare tra ESA, AGCOM e Commissione. Nessuna dichiarazione pubblica, nessun profilo che segnali un’esplicita affiliazione confessionale. La domanda rimane quindi senza risposta. Viola è del 1958, come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei, sarà stato educato come cattolico, ma il profilo è indicativo di un’intera generazione di alti funzionari europei formati in Paesi cattolici, professionalmente laicizzati, culturalmente impregnati di una tradizione che non nominano.

    Tuttavia, è innegabile che la tradizione cattolica abbia già plasmato il diritto europeo. Il canale più consolidato e meno visibile è quello della tradizione democratico-cristiana. Sussidiarietà, solidarietà e bene comune, sono termini che compaiono nei Trattati dell’Unione e nel DNA del PPE, primo gruppo parlamentare per decenni, e sono lessico della dottrina sociale cattolica travasato nella grammatica istituzionale europea a partire dai padri fondatori Adenauer, De Gasperi, Schuman. Quando Leone XIV usa quei termini nell’enciclica, non sta usando un linguaggio estraneo a Bruxelles: sta parlando in parte “l’idioma ideologico originale del progetto europeo stesso”, fa notare un alto funzionario a riposo. Una lingua che Bruxelles ha secolarizzato, reso operativa e, in alcuni casi, quasi autonoma.

    Il canale più recente riguarda invece le politiche etiche nelle aree biomediche e digitali. In molti paesi europei la Chiesa cattolica continua a svolgere un ruolo rilevante nella definizione delle politiche educative e nelle scelte giuridiche concernenti questioni etiche e bioetica, tra cui esplicitamente l’intelligenza artificiale, l’aborto, il fine vita e la libertà di religione. La COMECE ha presentato posizioni scritte nel processo di consultazione sull’AI Act, insistendo sulla necessità di proteggere la dignità umana, di “garantire la trasparenza algoritmica” e di prevedere “una supervisione umana obbligatoria nelle decisioni ad alto impatto”. Alcune di queste notazioni sono entrate nel testo finale. Non è possibile stabilire il peso specifico di quella pressione rispetto ad altri attori, ma la direzione è verificabile. L’appartenenza alle denominazioni adottate opera come “path dependence”, influenzando le attitudini e i comportamenti degli eurodeputati, ma il livello di integrazione in un sistema religioso differenzia sensibilmente un eurodeputato cattolico da un altro della stessa confessione. Un cattolico polacco e un cattolico belga non votano allo stesso modo su quasi nulla. E tuttavia, su certi dossier di bioetica e di tutela della persona, la coalizione trasversale tra il centrodestra cattolico e i conservatori di diversa matrice produce maggioranze che il solo calcolo politico non spiegherebbe.

    Il punto più solido della convergenza tra l’enciclica e il quadro normativo europeo riguarda la responsabilità diffusa lungo la catena dell’IA. Il documento pontificio usa esplicitamente il termine inglese accountability, cioè rendicontabilità: ogni passaggio del ciclo di vita di un sistema, dalla progettazione all’uso, deve essere tracciabile e contestabile. L’AI Act, nella sua versione emendata dall’AI Omnibus, ha codificato obblighi di trasparenza e supervisione umana per i sistemi classificati ad alto rischio, richiedendo che le decisioni automatizzate sul lavoro, sul credito e sull’accesso ai servizi restino impugnabili. La grammatica è diversa, il problema è lo stesso: chi risponde quando l’algoritmo sbaglia e causa danni?

    Analogo l’allineamento sulla non neutralità degli strumenti digitali. L’enciclica afferma con nettezza che “ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza”. L’AI Act, classificando come ad alto rischio i sistemi di selezione del personale, di valutazione del credito e di scoring delle persone fisiche, riconosce implicitamente che alcuni usi sviluppano asimmetrie di potere che l’efficienza tecnica, da sola,  non neutralizza. Il Vaticano chiama questo “discernimento morale”; Bruxelles lo chiama “valutazione del rischio per i diritti fondamentali”. Il risultato pratico non è lontano, anche se il percorso è diverso.

    Sul fronte ambientale, il testo di Leone XIV segnala il costo energetico degli LLM (grandi modelli linguistici), i datacenter come infrastrutture energivore e il consumo idrico come un’esternalità nascosta. La Commissione, con l’AI Continent Action Plan e i recenti stanziamenti per l’innovazione in salute e sicurezza online, ha iniziato a integrare la sostenibilità come criterio di valutazione, anche se in forma ancora embrionale rispetto a quanto l’enciclica considera urgente.

    Per quanto riguarda la protezione dei minori, secondo le rilevazioni più recenti della Commissione, la tutela dei bambini e minori online è considerata una priorità alta dal 92 per cento degli europei. L’accordo politico del 7 maggio scorso ha introdotto esplicitamente il divieto delle cosiddette applicazioni di nudification, sistemi di IA che generano immagini intime non consensuali, un ambito in cui il testo papale insiste sulla mercificazione del corpo come forma di riduzione della dignità ontologica. Su questo punto specifico, il linguaggio morale e quello giuridico si sovrappongono quasi perfettamente, pur partendo da premesse diverse.

    Ci sono comunque forti divergenze e qui il terreno si fa più scivoloso; l’analisi richiede cautela proprio perché si tratta di piani normativi, per definizione, distinti: uno morale, l’altro giuridico. Ma la sovrapposizione è voluta da entrambe le parti. L’enciclica si rivolge esplicitamente ai legislatori; la normativa europea dichiara esplicitamente di tutelare i diritti fondamentali. Quando due testi rivendicano lo stesso terreno con fondamenti diversi, le divergenze diventano politicamente rilevanti.

    Il primo punto di frizione riguarda il ritmo della regolamentazione. Leone XIV chiede, in un passaggio diretto, che si abbia “il coraggio di rallentare l’adozione dell’AI” quando la maturazione etica non segue quella tecnica. Bruxelles ha fatto la scelta opposta: le istituzioni europee hanno lavorato con urgenza dichiarata per estendere le scadenze e ridurre i costi amministrativi per le imprese, in nome della competitività. Il Digital Omnibus nasce in risposta alla pressione e lobby delle industrie che lamentavano un eccesso normativo. Il Vaticano chiede di frenare; la Commissione, di accelerare la semplificazione. Non è una  trascurabile sfumatura, bensì di una scelta strategica; in direzione opposta.

    Il secondo punto di divergenza tocca il core dell’economia digitale. Leone XIV sostiene che “la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati”, evocando Giovanni Paolo II sulla “destinazione universale dei beni collettivi”. Secondo un guru del digitale UE interpellato con celerità, “la legislazione europea in materia, dal GDPR al Data Act, regola l’uso dei dati personali ma non ne rimette in discussione la struttura proprietaria. Il Digital Omnibus, semplificando l’accesso ai dati e, armonizzando le cosiddette notifiche di incidente, opera per una logica di fluidità del mercato, non di ridistribuzione del patrimonio informativo”. Sono due filosofie incompatibili nel lungo periodo: il Papa considera i dati un bene comune da cui tutti traggono valore e a cui tutti dovrebbero accedere; l’altra li tratta come asset da regolamentare nell’uso, senza toccare il regime di proprietà.

    GENERATIVE BIONICS ROBOT (Imagoeconomica)

    Terzo round: l’intelligenza artificiale nelle applicazioni militari. La Magnifica Humanitas dedica una sezione specifica alle “armi e intelligenza artificiale”, denunciando la normalizzazione della guerra quale effetto collaterale del paradigma tecnocratico. L’AI Act, entrato in vigore il 1° agosto 2024, esclude esplicitamente dal proprio campo di applicazione i sistemi a uso militare e di sicurezza nazionale: una lacuna che l’enciclica, pur senza citare direttamente la legislazione europea, illumina come un’elusione non tollerabile della responsabilità politica. In un momento in cui la Commissione discute di autonomia strategica e di riarmo europeo, questa esclusione non non appare come “tecnica”, ma è una scelta di campo.

    Quarto: la partecipazione democratica alla definizione dei valori dell’IA. Il documento pontificio denuncia che l’allineamento etico dei sistemi, se deciso da pochi, diventa “infrastruttura invisibile dei sistemi”, imponendo una morale privata con forza pubblica. Il principale strumento europeo di governo etico delle grandi piattaforme e dei modelli generativi è il Codice di Condotta per i modelli GPAI. Utilizzando la spiegazione che ne da la Wired ( il magazine di Condé-Nast pubblicati a partire dal 1993  e dedicato alle tecnologie avanzate) questi sono i General Purpose AI, Intelligenza Artificiale per Finalità Generali, “sistemi di intelligenza artificiale di base, addestrati su enormi quantità di dati, capaci di svolgere un’ampia varietà di compiti diversi (generare testi, creare immagini, scrivere codici informatici) e adattabili a innumerevoli applicazioni”. Il codice è ancora in fase di seconda bozza ed è redatto in larga misura dai soggetti stessi che dovrebbe regolamentare. La distanza dalla “responsabilità condivisa” invocata da Leone XIV è considerevole, e la circostanza che i principali contributori al codice siano le stesse aziende che detengono i dati, le infrastrutture e la capacità di calcolo non fa che aumentare la preoccupazione. E allargare ulteriormente l’area grigia della governance della rappresentanza d’interessi in un ecosistema legislativo come quello brussellese.

    Ma il punto di frizione più sottile è qui. Quando il Vaticano propone un’etica dell’IA radicata nell’antropologia cristiana, e Bruxelles risponde con un framework procedurale sui rischi, entrambi credono di parlare di dignità umana. Ma stanno usando il termine con fondamenti incompatibili: uno morale-religioso, l’altro funzionale. Per Leone XIV la dignità è “infinita, inalienabilmente fondata nell’essere stesso” di ogni persona, indipendente da ogni prestazione o utilità. Per l’AI Act, la dignità è un diritto fondamentale da proteggere proceduralmente, verificabile attraverso valutazioni di impatto, documentazione tecnica e meccanismi di ricorso. Questa incompatibilità di fondo rende le convergenze quasi momentanee e opportunistiche, ma può rendere le divergenze strutturali.

    In un’agenda legislativa futura sull’AI, la divergenza potrebbe emergere con forza su temi come l’autonomia decisionale dei sistemi in ambito sanitario e assistenziale, la definizione di “persona” rilevante per i diritti algoritmici, la governance dei dati genetici, o la regolamentazione dei sistemi di IA applicati a contesti educativi e di cura. In tutti questi ambiti, il confine tra “discernimento morale” e “valutazione tecnica del rischio” non è una questione di competenza, ma di chi decide quale visione dell’umano codificare nei sistemi.

    L’appartenenza a un credo degli eurodeputati, reale ma operante sotto la “secular canopy”, non offre una risposta automatica a questa domanda. Produce piuttosto una sensibilità diffusa, una predisposizione a certe argomentazioni, una familiarità con un lessico che affiora nei momenti di crisi normativa. Non è poco, ma non è sufficiente a colmare la distanza tra un’etica della persona e la regolamentazione del prodotto.

    Sarebbe scorretto ridurre questo confronto a uno scontro tra etica e mercato, o tra Roma e Bruxelles. L’enciclica non è ostile alla tecnologia; Bruxelles non è indifferente alla dignità umana. Il Vaticano conosce bene i Trattati; la Commissione conosce bene la dottrina sociale. Entrambi cercano un equilibrio tra innovazione e protezione. Ma lo cercano con strumenti e orizzonti temporali radicalmente diversi: uno ragiona, come sappiamo, su secoli di tradizione e su una visione dell’umanità che non cambia con ogni ciclo elettorale; l’altro, come vediamo, su mandati di cinque anni e oggi con pressioni competitive che guardano a Washington e Pechino, attraverso un apparato burocratico che, per sopravvivere, deve dimostrare di non frenare la crescita.

    Il punto più acuto nella sovrapposizione, è forse il più produttivo per chi lavora dove questi mondi si incrociano. È anche il più scomodo per entrambe le parti: sia l’enciclica sia il corpus normativo europeo riconoscono che il vero problema non è tecnico, ma di governance del potere. Chi detiene i dati, chi addestra i modelli, chi fissa gli standard, a chi o cosa può ricorrere in caso di danno. Tra le 105 pagine di Leone XIV e i consideranda del Digital Omnibus emergono aspetti che vanno ben oltre la conformità normativa e il dialogo interistituzionale tra Santa Sede e Commissione. Serve capire quale “idea dell’essere umano” verrà codificata nei sistemi che abitiamo già e in quelli che saranno sviluppati. E quanto il derivato dell’idea sarà negoziabile. E su questa domanda, la “secular canopy” che copre il Parlamento europeo potrebbe non reggere o durare a lungo.

    Tags: enciclicaiaLeone XIV

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