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    Home » Economia » Commercio, l’Italia con altri quattro Paesi chiede una politica UE più forte verso USA e Cina

    Commercio, l’Italia con altri quattro Paesi chiede una politica UE più forte verso USA e Cina

    In un non-paper firmato insieme a Spagna, Francia, Paesi Bassi e Lituania, Roma sottolinea la necessità di una "risposta adeguata" da parte di Bruxelles per "ristabilire condizioni di parità competitiva". Pur se mai citati nel documento, nel mirino ci sono i dazi trumpiani e le pratiche commerciali 'sleali' di Pechino

    Giorgio Dell'Omodarme di Giorgio Dell'Omodarme
    25 Maggio 2026
    in Economia
    [credits: Jonathan Raa / IPA agency]

    [credits: Jonathan Raa / IPA agency]

    Bruxelles – Per anni l’Unione europea ha raccontato sé stessa come la grande custode del libero commercio globale. Oggi, però, qualcosa sta cambiando, con un numero sempre maggiore di potenze mondiali che sembrano pronte a mettere in discussione questo sistema. E un non paper (il tipico documento informale prodotto dai governi per agevolare il dibattito su una determinata questione) rivolto ai vertici di Bruxelles e diffuso oggi (25 maggio) riflette le crescenti preoccupazioni in merito da parte di diversi Stati membri. Il documento – sostenuto dagli esecutivi di Italia, Spagna, Francia, Paesi Bassi e Lituania – è dedicato al rafforzamento della difesa commerciale europea e fotografa una (parte di) Unione decisamente più orientata alla protezione della propria base industriale rispetto al passato.

    Per i Paesi firmatari, che l’industria UE stia soffrendo è un fatto (i numeri riportati nel documento parlano di un milione di posti di lavoro persi tra il 2019 e il 2025) e la diagnosi che viene fatta è netta. Secondo il testo, “il sistema commerciale multilaterale basato su un insieme di regole comuni applicate da tutti i membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO, ndr) è oggi minato da diversi attori e dalla crescita di pratiche commerciali sleali“. In particolare sarebbero proprio alcuni dei principali partner economici dell’Unione a “rompere con questo quadro multilaterale”.

    Nonostante il loro nome non figuri mai in sei pagine di relazione, è evidente che il dito sia puntato soprattutto contro gli Stati Uniti e la Cina. A Washington si imputa implicitamente il ritorno a una politica protezionista e basata sui dazi che non si vedeva dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Pechino è invece ‘colpevole’ di aver adottato pratiche sleali come il dumping, le triangolazioni commerciali e lo sfruttamento strumentale delle dipendenze strategiche dell’Europa.

    In un contesto di questo tipo – è il ragionamento dei firmatari del non-paper – l’Europa non può continuare a vedere quello del libero commercio come un dogma intoccabile. Almeno fino a quando il resto del mondo continuerà a farne strame. Per questo, è necessaria una “risposta adeguata” per “ristabilire condizioni di parità competitiva affinchè il commercio possa prosperare e la concorrenza svolgere pienamente il proprio ruolo all’interno di un quadro giuridico più sicuro”.

    Una DG Trade più efficiente e strategica

    La prima richiesta avanzata dai cinque Paesi riguarda un tema molto concreto: la presunta lentezza della macchina europea. Negli ultimi anni la Direzione Generale Commercio (DG Trade) della Commissione ha visto esplodere il numero di indagini antidumping e antisovvenzioni, ma con risorse giudicate insufficienti.

    Per questo il documento chiede di rafforzare immediatamente personale e capacità di uno dei bracci operativi più importanti di Palazzo Berlaymont. “Le questioni di personale non possono diventare un fattore limitante per il numero e la qualità delle indagini future e l’attuale arretrato non può attendere il prossimo quadro finanziario pluriennale per essere risolto”, si legge nel testo.

    Non solo. Il non-paper propone anche di superare il principio del “first come, first served” (“chi prima arriva, meglio alloggia”) nella gestione delle indagini, sostituendolo con un meccanismo basato su “una maggiore priorità per casi e settori strategici”. In altre parole, settori considerati cruciali per l’autonomia strategica del Vecchio Continente dovrebbero avere la precedenza, a prescindere da quando è stata presentata la richiesta di intervento da parte della DG Trade.

    Il ruolo dei meccanismi di salvaguardia e degli strumenti anti-elusione

    Tra le altre proposte a breve termine, figura anche quella relativa ad un maggiore utilizzo delle cosiddette safeguard measures, cioè le misure di salvaguardia previste dal WTO per affrontare aumenti improvvisi delle importazioni.

    Finora Bruxelles le ha utilizzate raramente (solo due volte, secondo il non-paper) e secondo una logica che i Paesi firmatari definiscono “prodotto per prodotto”. Si tratta di un approccio che viene ritenuto improduttivo, poiché ormai sempre più crisi colpiscono intere filiere industriali, creando “perturbazioni sistemiche” che si abbattono su “diversi segmenti della catena del valore”.

    Da qui la proposta di adottare una visione più ampia e flessibile. Il testo sostiene che “la Commissione dovrebbe modellare il proprio approccio sulla base di questi casi più settoriali e adottare una posizione più aperta verso le misure di salvaguardia, così da fornire una protezione più efficiente e agile”.

    Spostandosi dall’orizzonte a breve termine a quello di medio periodo, il documento propone una soluzione ancora più ambiziosa. Si tratta del rafforzamento degli strumenti anti-elusione per garantire che – se Bruxelles si trova costretta a fare i conti con i dazi imposti dai suoi tradizionali partner commerciali – valga anche il principio inverso e i Paesi terzi non trovino scappatoie per evitare il pagamento delle tariffe europee.

    Negli ultimi anni Bruxelles ha spesso accusato aziende straniere di aggirare le misure commerciali trasferendo piccole fasi produttive in Paesi terzi. Un prodotto cinese, per esempio, può essere assemblato o rifinito in Vietnam, Turchia o Taiwan e poi riesportato verso l’UE con una diversa origine doganale. Secondo il documento, “sebbene tali pratiche costituiscano tavolta una chiara elusione, le norme attuali e il loro utilizzo da parte della Commissione non consentono sempre di contrastarle efficacemente“.

    Le soglie europee – almeno il 25 per cento di valore aggiunto locale e meno del 60 per cento di componenti provenienti dal Paese colpito dai dazi – sarebbero ormai insufficienti. Per questo si propone di irrigidirle: abbassare dal 60 al 50 per cento la quota massima di componenti provenienti dal Paese sanzionato e aumentare dal 25 per cento al 40 per cento il valore aggiunto minimo richiesto.

    “Alla luce dell’aumento globale dei casi di difesa commerciale – conclude il documento – il rischio di pratiche elusive crescerà ulteriormente e un rafforzamento del quadro normativo risulta ancora più necessario”.

    Un nuovo protezionismo europeo?

    Il grado di radicalità – o ambizione – delle proposte del paper cresce con l’allargamento della propsettiva che viene presa in considerazione. Adottando una visione di lungo termine, i Paesi firmatari arrivano a suggerire l’introduzione di provvedimenti che – pur non mettendo in discussione l’impegno dell’UE verso il libero mercato – ridefinirebbero in modo molto più rigido le condizioni della sua apertura economica.

    Tra le proposte più singificative, c’è quella di permettere alla Commissione di colpire con dazi antisovvenzioni non solo un Paese o un prodotto specifico, ma l’intero gruppo industriale che beneficia di aiuti pubblici distrosivi. L’idea nasce dal fatto che molte multinazionali spostano la propria produzione in Paesi terzi per eludere queste tariffe, ma continuano a beneficiare indirettamente dei sussidi ricevuti nel Paese d’origine. In questo modo, invece, anche le esportazioni provenienti da filiali situate in altri Paesi potrebbero finire nel mirino dell’esecutivo UE.

    Altre azioni suggerite in questa prospettiva di lungo termine includono nuove misure contro multinazionali sostenute da governi stranieri e persino un possibile nuovo “strumento di resilienza” europeo per proteggere settori strategici in caso di eccessiva dipendenza dall’estero.

    Chiunque abbia letto queste righe iniziando ad immaginare la preparazione di una imminente ‘rivoluzione commerciale’ nei corridoi di Consiglio e Commissione farà bene a ridimensionare le proprie aspettative. Il documento è un non-paper, dunque informale, e come tale, per ora, servirà a sondare gli umori e il terreno per eventuali future convergenze sul tema e sugli obiettivi descritti. Ma arriva, comunque, nella settimana in cui la Commissione ha in programma un collegio dei commissari, per venerdì 29 maggio, che si concentrerà su un dibattito di orientamento sulle relazioni UE-Cina.

    Tags: cinaCommercio Uedazipolitica commerciale Ue

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