Bruxelles – La Corte europea dei diritti dell’uomo ha notificato al governo italiano due ricorsi per la “presunta” mancata esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale (CPI) nel gennaio 2025 nei confronti di Osama Elmasry Njeem, ex capo della polizia paramilitare libica, accusato di crimini contro l’umanità. Njeem è stato arrestato in Italia a gennaio 2025, ma è stato rimpatriato in Libia poco dopo. Ad aver avviato il caso sono stati due cittadini, provenienti dal Sudan e dalla Costa d’Avorio, che hanno presentato i due ricorsi e che sostengono di essere stati vittime di tortura e maltrattamenti durante la loro detenzione nelle carceri controllate da Njeem.
Il 18 gennaio 2025 il procuratore della CPI ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Osama Elmasry Njeem, accusandolo di tortura, stupro, schiavitù sessuale, omicidio e crimini contro l’umanità. Il 19 gennaio 2025, il libico è stato arrestato dalla polizia italiana e posto in custodia cautelare. Dopo due giorni, la Corte d’Appello di Roma ha rifiutato di convalidare il suo arresto. e Njeem è stato rilasciato e immediatamente rimpatriato in Libia.
Nel suo ricorso, il cittadino sudanese spiega di esser fuggito dal Sud Sudan nel 2018 e di esser arrivato in Italia a giugno 2022. Prima, però, è stato detenuto in Libia, nel carcere di Al-Jadida e nella base militare di Mitiga, entrambi controllati da Njeem che l’avrebbe torturato e costretto a combattere in un gruppo militare da lui guidato. L’altra ricorrente è una cittadina della Costa d’Avorio fuggita in Libia quando era ancora minorenne. Racconta di esser stata tenuta in schiavitù, sottoposta ad abusi sessuali e infine condotta nella prigione di Mitiga, e denuncia di essere stata sottoposta a tortura, violenza sessuale e maltrattamenti, anche per mano di Njee stesso.
I due ricorsi sono stati presentati alla CEDU rispettivamente il 16 aprile 2025 e il 7 febbraio 2026. Entrambi denunciano alla Corte di Strasburgo la violazioni degli articoli 2 e 3 della Convenzione europea dei diritti umani, e la cittadina della Costa d’Avorio invoca anche l’articolo 4 e lamenta la mancanza di giustizia dopo il rifiuto del tribunale di Roma di autorizzare l’apertura di un procedimento penale nei confronti di membri del governo italiano. Secondo il comunicato della CEDU, questo rifiuto “ha avuto l’effetto di impedire che venisse fatta luce sulla sua vicenda”. Nell’informare l’Italia dei due ricorsi, la Corte europea spiega di aver deciso di trattare entrambi i casi con procedura prioritaria e invia a Roma una serie di domande in modo da poter ricostruire il quadro giuridico delle vicende. Il governo ha tempo fino al 18 settembre per rispondere, salvo eventuali proroghe.


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