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    Home » Cronaca » Istruzione, l’UE ‘boccia’ l’Italia: ultima per spesa pubblica e scatti salariali dei docenti

    Istruzione, l’UE ‘boccia’ l’Italia: ultima per spesa pubblica e scatti salariali dei docenti

    La relazione della Commissione europea sugli investimenti nell'insegnamento evidenzia le criticità del sistema Paese, indietro in termini di attrattività e possibilità di carriera. Da Bruxelles l'invito alla riforma

    Emanuele Bonini</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/emanuelebonini" target="_blank">emanuelebonini</a> di Emanuele Bonini emanuelebonini
    1 Settembre 2026
    in Cronaca
    Esami di maturità [Bari, 19 giugno 2024. Foto: Saverio de Giglio/imagoeconomica]

    Esami di maturità [Bari, 19 giugno 2024. Foto: Saverio de Giglio/imagoeconomica]

    Bruxelles – Una scuola sana è quella dove gli stipendi sono buoni e la qualità della vita lavorativa soddisfacente. Ecco l’identikit dell’istruzione di successo, secondo il rapporto della Commissione europea dedicato agli investimenti nell’insegnamento. Investimenti che, però, in Italia, lasciano molto a desiderare. Il primo dato che salta agli occhi è quello della spesa pubblica per l’istruzione: l’Italia (dati aggiornati al 2024) si colloca all’ultimo posto per sostegno allo studio. Due gli indicatori della Commissione europea: percentuale di spesa pubblica totale e percentuale in rapporto al Prodotto interno lordo (PIL). Ebbene, “a livello nazionale, la prima percentuale variava dal 14,3 per cento in Svezia all’8 per cento dell’Italia, rileva il documento.

    Cambia, ma di poco, la situazione se si considera il secondo parametro di spesa, quello relativo al PIL: in Italia il dato si ferma al 4 per cento, e numeri più bassi si registrano solo in Grecia (3,9 per cento) e Irlanda (2,7 per cento). Italia dunque in basso alla classifica per investimento in istruzione, a conferma di un dato sempre più strutturale, visto che i dati del 2023 vedevano altri cinque Paesi UE sotto l’Italia per contributo all’istruzione in rapporto al PIL, mentre adesso ve ne sono due soltanto. Segno di una volontà politica chiara di non concentrarsi qui.

    Del resto, rileva lo studio, c’è un generale disimpegno per la scuola: tra il 2019 e il 2024 è aumentata dello 0,5 per cento la spesa pubblica per la difesa e dello 0,7 per cento la spesa pubblica a sostegno dell’economia, il sostegno dello Stato risulta ridotto nello stesso periodo per istruzione (-0,3 per cento) e politiche sociali (-1,2 per cento).

    Per il sistema Italia però la situazione si aggrava se si guarda alla retribuzione: se “in Danimarca e nei Paesi Bassi occorrono 12 anni per raggiungere il livello salariale più alto, in Italia occorrono almeno 35 anni per raggiungere il vertice della scala salariale”, avverte lo studio. A onor del vero il Paese non è da solo, anche Grecia, Irlanda, Slovacchia e Spagna richiedono “almeno” 35 anni per raggiungere il massimo scatto di stipendio, ma certamente essere insegnante in Italia è poco attrattivo e poco attraente. 

    Numeri alla mano, “i risultati mostrano che oltre tre insegnanti su quattro (76,5 per cento), se avessero la possibilità di scegliere una nuova professione, opterebbero per l’insegnamento”. In Italia il dato scende al 50 per cento: una persona su due è tentata di cambiare mestiere, per colpa di una scuola povera e che rischia di rimanerlo. Nell’Italia che non spende in istruzione, il solo Recovery Fund, lo strumento finanziario dei piani per la ripresa nazionali (PNRR), mette a disposizione 28,2 miliardi di euro facendo del Paese il principale beneficiario di risorse fresche europee per scuola, istruzione e formazione. Come avvenuto per il Mezzogiorno, per cui l’Italia ha utilizzato le risorse UE in modo sostitutivo a quelle nazionali anziché in modo aggiuntivo, vi è il rischio che la stessa cosa possa accadere per la scuola. 

    Per l’Italia il documento della Commissione è un richiamo e un nuovo invito ad una riforma vera del settore. Roxana Minzatu, vicepresidente esecutiva responsabile per Diritti sociali e competenze, non ci gira troppo attorno: “Questo rapporto chiarisce che attrarre e trattenere gli insegnanti non riguarda solo gli stipendi. Riguarda anche le condizioni di lavoro, il benessere, il riconoscimento professionale e le opportunità di crescita durante tutta la carriera”. Non proprio il quadro dell’Italia.

    Tags: commissione europeainvestimentiistruzioneitaliaroxana minzatusalariScuolaue

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