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    Home » Editoriali » Non siamo in guerra

    Non siamo in guerra

    Diego Marani di Diego Marani
    11 Dicembre 2015
    in Editoriali

    La posizione italiana nella nuova offensiva lanciata contro Daesh da Francia, Gran Bretagna e Russia è come al solito ambigua e rivela in fin dei conti una mancanza di politica estera del nostro paese. Renzi ha un bel dire che non si deve bombardare la Siria senza una strategia per evitare gli errori fatti in Libia. Ma a suo tempo se Francia e Gran Bretagna sono intervenuti in Libia provocando la frammentazione del paese e il disordine che conosciamo, è stato anche perché l’Italia non è stata capace di proporre e di perseguire credibilmente un’alternativa valida all’eliminazione di Gheddafi. Ora il presidente del Consglio spera di tenere alla larga i terroristi islamici evitando di coinvolgersi attivamente nella coalizione ma intanto continua lui stesso a non avere nessuna strategia, facendo di nuovo fare al nostro paese la parte del nano geopolitico. “Non siamo in guerra”, dice perentorio Renzi snobbando le richieste di aiuto francesi. Ma dimentica che non siamo noi a scegliere se siamo in guerra oppure no e che se proprio non la si vuole combattere, una guerra si deve cercare di prevenirla. Con una politica estera. Secondo il pensatore pacifista tedesco Ekkehart Krippendorff, la politica estera è sempre un’ingerenza sugli altri priva di ogni moralità anche quando si pone nobili principi e nessun paese democratico dovrebbe averne una. Una tesi discutibile ma che può avere una sua coerenza, ancora una volta se ispira una strategia. Nella vicenda siriana, l’Italia sembra porsi a metà strada fra l’esserci e il non esserci, rischiando di subire ora le conseguenze della guerra sobbarcandosi il maggior peso dell’ondata migratoria suscitata dai combattimenti e di restare esclusa poi dal processo di normalizzazione in Siria. Questo non significa soltanto la spartizione delle commesse della ricostruzione, che per quanto poco nobile sia, fa parte del quadro. Ma implica anche l’esercizio appunto di una politica estera nella regione che dovrebbe perseguire i nostri obiettivi di sicurezza e contribuire allo sviluppo di società democratiche nei paesi ora devastati dalla guerra. Con la sua ambivalenza, il governo esclude l’Italia da questo grande gioco e ci toglie ogni possibilità di svolgere un ruolo nella normalizzazione della regione. Una volta sconfitto Daesh, Francia, Gran Bretagna e Russia potranno raccogliere i frutti della loro campagna estendendo la loro influenza in Siria. Una politica analoga potrà esercitare la Germania che ora ospita il maggior numero di profughi siriani e che avrà così la via aperta ad investimenti e canali preferenziali. In tutto questo noi avremo fatto la parte dello zatterone di transito e la nostra politica estera la faranno gli altri a loro vantaggio. Lo stesso vale per un’altra regione del mondo, ora dimenticata. Il regime di Isaias Afwerki, al potere in Eritrea da 23 anni, è una dittatura sanguinaria che sta terrorizzando i suoi connazionali con detenzioni arbitrarie, sequestri di persona, coscrizione di bambini, lavoro forzato e tortura. Milioni di eritrei sono fuggiti lasciando il paese quasi spopolato e ora facile preda delle milizie islamiche che imperversano sull’altra riva del Mar Rosso. Cosa succede se le milizie Houthi attraversano lo stretto di Bab el-Mandeb, rovesciano Afwerki e si insediano in Eritrea come Daesh in Siria? Avremmo l’integralismo islamico nel Corno d’Africa, pronto a dilagare anche in Somalia e a ricongiungersi con i terroristi di Al-Shabaab. Con tutti i rischi che questo comporta. Malgrado il passato coloniale, l’Italia gode ancora di credibilità e stima fra gli eritrei. Molti eritrei parlano italiano, sono cristiani e vedono ancora nell’Italia un punto di riferimento. Asmara e anche Massaua conservano ancora interi quartieri edificati nello stile modernista italiano degli anni Trenta. Anche questo ha contribuito a infondere negli eritrei una vicinanza con l’antica potenza coloniale, dove vive un’importante comunità di emigrati. Se l’Italia avesse una politica estera, oggi starebbe cercando di aiutare gli oppositori di Afwerki a rovesciare il regime, starebbe formando nelle sue università una nuova classe dirigente da insediare nel paese una volta liberato dalla dittatura, starebbe preparando assieme alle sue grandi aziende un piano di aiuti e di investimenti. Per un paese di media potenza come il nostro, questo sarebbe avere una strategia geopolitica, una visione del mondo che ne colga le opportunità e i pericoli. In questo modo si prevengono le guerre e si impedisce che ci arrivino in casa. L’Italia invece si accontenta di fare l’Italietta di sempre e la sua politica estera oggi è una preghiera a Gesù Bambino perché tenga i terroristi lontano dal Giubileo.

     

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