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    Home » Non categorizzato » Poveri paradisi fiscali!

    Poveri paradisi fiscali!

    [di Andrea Baranes] La concorrenza tra paradisi fiscali è sempre più spietata: per attrarre capitali di capitani di industria e trafficanti di droga occorre offrire condizioni sempre migliori, e specializzarsi in poche attività in cui battere la concorrenza degli altri paradisi.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    8 Aprile 2016
    in Non categorizzato

    di Andrea Baranes 

    baranes1

    Clienti provenienti da 204 (duecentoquattro) paesi del mondo. Secondo Wikipedia, i paesi membri dell’ONU sono 193. Il che significa che lo studio [panamense] Mossack Fonseca è più rappresentativo delle Nazioni Unite. 11,5 milioni di documenti, che vedono coinvolte 215,000 società. Confindustria, la principale organizzazione di rappresentanza delle imprese in Italia ne raggruppa poco meno di 150,000. Migliaia, se non decine di migliaia di intermediari finanziari, oltre 500 banche, 150 tra capi di Stato e leader politici.

    Stiamo parlando di uno studio legale. Uno. Che sarà anche stato importante, ma a Panama quanti saranno gli avvocati? E i commercialisti? I notai, i consulenti, gli studi specializzati? Attenzione poi, Panama è solo una delle decine di giurisdizioni considerate un paradiso fiscale. La “blacklist” dell’Agenzia delle Entrate italiana ne segnala oltre cinquanta, praticamente in ogni continente e a ogni latitudine. E teniamo conto che per evidenti motivi diplomatici il Delaware negli USA, la City di Londra o l’Olanda, solo per fare alcuni esempi, non sono inclusi in questa lista, anche se molti ricercatori li considerano tra i più importanti paradisi fiscali del pianeta. E sono posti in cui gli studi di avvocati e consulenti non mancano di certo.

    È vero che da anni le banche centrali inondano di soldi i mercati finanziari. Una quantità sterminata di denaro che non finisce in consumi e investimenti ma rimane incastrata nei circuiti della finanza, e che naturalmente prima o poi trova rifugio nei porti sicuri e discreti di queste giurisdizioni. Vero anche che le diseguaglianze non fanno che crescere e il famoso “1%” diventa sempre più ricco, per non parlare della crema, di quel 1% dell’1% che è il vero target di ogni consulente finanziario che si rispetti. Fatte salve queste dovute considerazioni, deve comunque rimanere una concorrenza spietata per attrarre il banchiere, il mafioso e il dittatore di turno.

    Anche perché non parliamo solo di grandi studi di avvocati con moquette di alpaca e poltrone in pelle umana. Basta farsi un giro su internet per vedere che con poche centinaia di dollari chiunque può aprirsi la propria società di comodo. Un sito a caso tra le centinaia che si trovano in rete segnala che creare una società alle Isole Vergini Britanniche o ad Anguilla costa intorno ai 1,000 euro l’anno, anche meno per approdare alle Seychelles o in Belize. Panama, come Gibilterra o le Bahamas sembra poco più cara, ma è comunque una destinazione ormai alla portata di ogni bravo calciatore e criminale degno di nota.

    Con poche centinaia di euro in più, oltre alla società si può anche aprire un conto corrente in una di queste giurisdizioni, o in altre, a Saint Vincent, in Lettonia o a Hong Kong. Prezzi di assoluta convenienza anche per avere per la propria società un direttore designato, ovvero un prestanome «utilizzato per garantire il massimo livello di confidenzialità. Il nome del direttore apparirà sui documenti dell’impresa, in ogni contratto professionale e nei registri commerciali della giurisdizione. Un altro vantaggio legato al servizio di direttore designato consiste nel piazzare la questione “del controllo e della gestione” al di fuori di una giurisdizione con fiscalità importante».

    La concorrenza non è unicamente tra gli studi, ma anche tra le diverse giurisdizioni. Si fa presto a definirsi “paradiso fiscale”, ma per attrarre i capitali di capitani di industria e trafficanti di droga occorre offrire condizioni sempre migliori, e specializzarsi in poche attività in cui battere la concorrenza degli altri paradisi fiscali. È così che ogni territorio si concentra su poche ben definite operazioni, chi puntando su un fisco nullo, chi sul completo anonimato, chi sulla creazione di scatole cinesi. Occorre trovare la propria nicchia di mercato in cui essere all’avanguardia. Essere il più paradiso di tutti tra più paesi di quanti ne conta l’ONU. Poi essere il più bravo tra stuoli di consulenti a completa disposizione. Superare la spietata concorrenza delle società su internet, che offrono ogni genere di servizi a prezzi stracciati. E proprio quando pensi di avercela fatta, sul più bello una fuga di notizie da 11,5 milioni di documenti mette a rischio tutto. Altro che paradisi – fiscali o meno – lavorare in questo settore deve essere un vero inferno.

    Pubblicato su Non con i miei soldi il 7 aprile 2016. 

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