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    Home » Non categorizzato » Ricostruire dal basso un sistema monetario internazionale in Europa e nel mondo

    Ricostruire dal basso un sistema monetario internazionale in Europa e nel mondo

    [di Bruno Amoroso] Negli ultimi decenni si è imposto in Europa un modello di integrazione economica a scapito della solidarietà sociale e del co-sviluppo tra paesi, europei e non. Oggi è più urgente che mai la costruzione dal basso di una nuova società, riscrivendo leggi e regole sui bisogni delle persone.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    24 Giugno 2016
    in Non categorizzato

    di Bruno Amoroso 

    Il mio amico e collega Jesper Jespersen mi sollecita da tempo a riprendere insieme il progetto di Keynes sulla riforma del sistema monetario internazionale, noto come Bretton Woods. Questo nella convinzione che oggi, come allora (1944), c’è bisogno di una ricostruzione del sistema economico e monetario in Europa e nel mondo, e gli strumenti e le conoscenze necessarie per farlo sono a disposizione. Si è scelta invece la strada della moneta unica e dell’euro, imponendo un processo di integrazione economica a scapito della solidarietà sociale e del co-sviluppo tra paesi, europei e no.

    Questo non vale solo per il sistema monetario. Gli squilibri economici e sociali tra l’Europa e il Mediterraneo sono noti da tempo e nel Primo rapporto sul Mediterraneo elaborato per il CNEL nel 1991 avevamo scritto con chiarezza che l’andamento demografico dei paesi euro-mediterranei e il divario economico segnalavano con chiarezza che di lì a venti anni, in assenza di nuove politiche di cooperazione (le chiamammo di co-sviluppo) tra le due sponde saremmo andati incontro al disastro attuale, di una emigrazione selvaggia da quei paesi e una ripresa generale della conflittualità tra Stati europei. Fummo accusati (dalla sinistra e sindacati) di allarmismo economico.

    Tuttavia quelle elaborazioni contribuirono a dar vita ad alcune spinte positive con il progetto euro-mediterraneo di Barcellona (1995) («un’area di benessere condiviso») interrotto poi bruscamente con l’invenzione prodiana delle “politiche di vicinato” (2004), che scambiarono il welfare condiviso con la difesa comune, trasformando una strategia di cooperazione e stabilizzazione in quella di destabilizzazione e di guerra voluta dalla NATO.

    Lo stesso si può dire delle politiche dell’occupazione e della coesione sociale, tutte affrontabili con misure che conciliano l’economia con la società, e che con una sana pianificazione europea che parta dal riconoscimento della sua natura policentrica, rimetterebbero il progetto europeo sui suoi giusti binari.

    Tuttavia la storia insegna: a Bretton Wood si arrivò alla fine di una guerra spaventosa, e come compromesso tra le maggiori potenze “vincitrici”, con il risultato che bastò qualche anno per abbondonare il progetto di una nuova Europa (un’Europa di pace, di cooperazione e di solidarietà) e per riorganizzarsi sui vecchi binari del conflitto armato, della competizione tra Stati e tra popoli, della rinascita di vecchi e nuovi poteri (militari e finanziari).

    Tolta di mezzo la competizione positiva che l’Unione Sovietica rappresentava per il capitalismo, costringendolo a dare attenzione al consenso e al benessere interno dei cittadini europei, si è ripresa la strada dell’autoritarismo gettando alle ortiche le chiacchiere sulla democrazia (post-democrazia), sulla solidarietà e la cooperazione sostituite con lo stato competitivo e l’individualismo.

    Quella che fino agli anni Novanta veniva utilizzata con valenza negativa – la fortezza Europa – è divenuta oggi una formula politica invocata proprio dagli “europeisti” che prima parlavano di solidarietà e cooperazione tra paesi e sistemi economici.

    Tutto questo era stato previsto. In un suo noto testo sul futuro dello Stato del benessere (1960) l’economista svedese Gunnar Myrdal indicava la strada da seguire che era quello di passare dal welfare nazionale al welfare mondiale. Così come gli stessi economisti scandinavi misero in guardia dai pericoli della globalizzazione proponendo (1971) il controllo sui capitali mediante forme di democrazia economica da gestire nell’interesse nazionale e con strategia di solidarietà internazionale.

    Testi e indicazioni sui quali alcuni di noi hanno insegnato all’università per decenni con il consenso o assenso passivo dei nostri colleghi. Nonostante il clima di tensione in Europa e nel mondo si consolidò in Europa, accanto alle proposte e alla resistenza dei partiti comunisti, un nucleo dirigente socialdemocratico (Willy Brandt, Olof Palme, Anker Jørgensen, ecc.) che apertamente contrastava la politica della divisione Est-Ovest, deciso a porre fine al “muro” non con il crollo dei sistemi socialisti dell’Est ma con l’avvio di politiche di cooperazione e di coesistenza pacifica.

    Poi tutto è improvvisamente cambiato. La “guerra fredda” è stata l’incubatrice del nuovo piano di dominio mondiale (la globalizzazione) e di divisione dell’Europa mettendo al centro la rinascita della Germania come paese egemone. Si procedette all’eliminazione fisica e “giudiziaria” dei dirigenti socialdemocratici dei paesi del nord, i più ostili al “crollo del muro” a scapito della cooperazione e della coesistenza tra sistemi, ed all’eliminazione delle due anomalie dell’Occidente, i paesi scandinavi e l’Italia a sud, entrambi infidi rispetto alle politiche di aggressione che si volevano attuare.

    Rapidamente furono reclutate le nuove leve che dovevano diffondere il verbo del neoliberismo occupando tutti gli spazi dell’accademia e della ricerca. È iniziato il trasloco di dirigenti della sinistra europea (socialdemocratica e no) dalle idee, teorie e programmi dei sistemi di welfare, della programmazione democratica, della coesistenza pacifica e del co-sviluppo a quelle dello Stato competitivo, della esportazione dei sistemi economici e politici occidentali. Il tradimento degli intellettuali e dell’accademia è stato rapido e unanime. I libri di testo sono scomparsi dalla circolazione sostituiti dalle traduzioni di quelli di autori statunitensi o affiliati, che iniziarono a spiegare che l’economia era un’altra cosa.

    Dietro questo polverone causato dalla distruzione delle vecchie idee grazie al potere mediatico dei mezzi di informazione e alla falsificazione dei dati della storia si riorganizzarono i signori della guerra. Fu così che l’occasione storica di riorganizzare il sistema mondiale dopo la scelta del campo socialista di non opporsi con la forza ai cambiamenti richiesti al loro interno, ha fatto seguito il rilancio della NATO come braccio militare diretto dagli Stati Uniti e esteso all’Europa. L’adesione alla NATO dei paesi del nord è stata la leva per reclutare i dirigenti politici di quei paesi alle politiche neoliberiste.

    Il nord d’Europa è oggi divenuto l’area maggiormente critica per il rischio di una nuova guerra rivolta contro la Russia. In questi ultimi mesi si è decisa la dislocazione di migliaia di truppe statunitensi nei paesi Baltici e nell’Europa dell’Est in funzione anti-russa, oggi sono in corso manovre militari dirette dagli Stati Uniti ai confini della Russia. Destabilizzato il mondo mediorientale trasformato in una macelleria al servizio delle industrie militari occidentali e dei suoi sciacalli al seguito per il commercio di uomini, donne e bambini, si punta ora a mettere in ginocchio la Russia e l’Iran per poter poi procedere alla resa dei conti con il mondo orientale.

    Mentre si sta attuando la distruzione fisica e morale del pianeta secondo logiche di spartizione e sfruttamento predatorie si tiene aperta la sceneggiata dei vertici mondiali per salvare la terra, per i diritti, ecc. La finzione dei vertici europei che si susseguono incessanti, tutti decisivi, deve oscurare che l’UE ormai non esiste più e sta in piedi solo grazie ai poteri che di essa si sono impadroniti, a partire da quelli militari e dalla BCE di Draghi.

    Siamo di fronte a un processo di omologazione culturale e politica preparato con il decennio di Berlusconi e sul quale marcia oggi per il prossimo decennio il socialfascismo di Renzi e del PD. Oggi come nel passato ventennio – le radici del cambiamento sono le stesse. Far marcire la situazione e ogni speranza di cambiamento per poi invocare il “kapo” che rimetta le cose a posto. Qualunque cosa, ma non l’immobilità è la vera chiave del consenso al regime. All’interno nessuno parla cercando di entrare nella partita e di ottenere il dividendo del regime. Appellarsi ai corpi autonomi dello Stato, magistrati o altri, è come insaponare la corda del cappio che dovrà strangolarci , in “nome della legge” s’intende.

    Intanto la vita quotidiana delle persone continua, alla ricerca di spazi di sopravvivenza per se e le proprie famiglie. Lo sanno bene i milioni di persone in fuga dalla guerra e dalla fame con l’intenzione disperata di scavalcare tutti i vincoli e le frontiere creati per ostacolarli. Un fiume umano nel quale giuste aspirazioni trovano spesso aiuto e risposte concrete dall’industria del crimine e dai professionisti della solidarietà il cui vero limite è quello di agire in nome e per conto dei responsabili di questi disastri.

    In Europa si assiste a tutto ciò con sgomento, consapevoli che il conto finale sarà poi pagato dai cittadini e dai lavoratori, lasciati in questa situazione senza mezzi e senza difesa. Una richiesta ingenua è quella di fare regole e leggi per affrontare tutto ciò. Ma le regole e le leggi ci sono, ma sono quelle che hanno causato questo disastro e le autorità che dovrebbero cambiarle non hanno ovviamente alcuna ragione per farlo. Al contrario.

    Lo ha ben capito papa Francesco che con la sua proposta di aprire le chiese agli immigrati e ai bisognosi e con le ripetute condanne dei poteri causa di tutto propone la costruzione di un nuove ordine sociale e mondiale a partire dalla distruzione di quello esistente oggi nella Chiesa. Nel loro piccolo lo hanno capito i cittadini danesi che informati dell’arrivo alle frontiere del loro paese di centinaia di emigrati si sono precipitati con le loro macchine per accoglierli e portarli laddove volevano evitando i controlli della polizia.

    Una nuova società si costruisce dal basso, riscrivendo leggi e regole sui bisogni delle persone, cittadini e no. Ma vanno riscritte insieme per evitare conflitti, creando i luoghi di incontro e elaborazione fuori dalle istituzioni, in contesti di amicizia e di affetti. Per sostenere la nascita di queste nuove comunità è utile creare gli spazi della nuova economia solidale, dove si scambia il lavoro e l’aiuto tra persone con beni e monete spendibili. Lo stesso vale per il commercio alternativo, le monete locali, ecc. Non strumenti per far star meglio i ceti medi privilegiati ma per includere le famiglie e le persone tutte in circuiti virtuosi di convivenza. Un nuovo modo di vivere che crea le sue regole e le sue istituzioni sottraendosi alle funzioni predatorie di quelle esistenti.

    Pubblicato su Inchiesta il 9 giugno 2016.

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