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    Home » Non categorizzato » La lotta ai paradisi fiscali può attendere

    La lotta ai paradisi fiscali può attendere

    [di Andrea Baranes] Ve lo ricordate lo scandalo dei Panama Papers? Come pensate che sia andata a finire?

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    28 Aprile 2017
    in Non categorizzato

    di Andrea Baranes 

    Ve lo ricordate lo scandalo dei Panama Papers? Undici milioni di documenti confidenziali di un solo studio legale panamense che mostravano al mondo intero un immenso fiume di denaro nascosto da società anonime, 200 paesi coinvolti, l’indignazione dei governi… Da allora è trascorso solo un anno e abbiamo ancora nelle orecchie l’eco tonante delle dichiarazioni infuocate e la solennità delle promesse, in particolare della Commissione europea, di farla finita una volta per tutte con il riciclaggio, la corruzione e gli altri abomini dell’economia “illegale”. Bene, anzi benissimo. Volete sapere com’è andata a finire? E magari vorreste anche sapere quale dei governi europei ha approvato il testo più deludente per garantire il pieno accesso pubblico ai registri contenenti l’indicazione del reale proprietario di ogni impresa e trust che opera sul territorio dell’UE? Ma come, non lo indovinate?

    Aprile del 2016, scoppia il caso dei Panama Papers. Vengono divulgati oltre undici milioni di documenti confidenziali provenienti da uno studio legale di Panama, e riguardanti società di oltre duecento nazioni del mondo che usavano compagnie anonime e trust per nascondere i più svariati giri di denaro. Uno dei più grandi scandali nella storia dei paradisi fiscali.

    Non si contano, nei giorni successivi, le dichiarazioni indignate e quasi offese dei politici di tutto il mondo. Il commissario europeo agli affari fiscali Moscovici parla apertamente di un comportamento «immorale, non etico e, in una parola, inaccettabile». L’Unione europea ha il dovere di porre fine a questo genere di trucchi fiscali, tuona il commissario. Lo seguono a ruota tutti i governi europei. È ora di agire. Mentre da anni si chiedono sacrifici e austerità, è possibile che simili comportamenti privino i governi di miliardi e miliardi di euro?

    Un fenomeno di dimensioni inimmaginabili. I Panama Papers riguardano un singolo studio legale di una singola giurisdizione. Quanti sono gli avvocati a Panama? E perché solo gli avvocati e non i commercialisti, i notai, i consulenti, i banchieri? E perché solo Panama e non anche le decine e decine di territori che il Tax Justice Network classifica tra i paradisi fiscali del pianeta?

    Il problema è che parliamo di un vero e proprio mercato della segretezza, dell’evasione fiscale, del riciclaggio, della corruzione, dell’illegalità, in cui ogni giurisdizione si specializza in alcune operazioni e in una particolare nicchia. Una corsa verso il fondo su normative e controlli per attrarre capitali e imprese offrendo le condizioni più vantaggiose. Pensare di contrastare tale fenomeno inseguendo l’isoletta tropicale di turno significa fermare una valanga a mani nude. Se anche si chiude uno studio di consulenti ne spunta un altro, se convinci una giurisdizione a adottare leggi più stringenti un’altra offrirà normative ancora più compiacenti. L’approccio seguito dall’OCSE, che per anni ha stilato liste nere, grigie e bianche di presunti paradisi fiscali si è dimostrato fallimentare.

    Non è quindi possibile fare nulla? Al contrario. Se i Panama Papers e gli altri scandali hanno insegnato qualcosa, è che dobbiamo ribaltare l’approccio; risalire alla fonte. Non guardare dove finiscono i soldi, ma da dove provengono, quale sia l’origine e quali siano i beneficiari. In altre parole iniziare a guardare in casa nostra e non scaricare le responsabilità (solo) su Panama, le Cayman o qualsiasi altro territorio offshore. Grazie al lavoro delle reti internazionali della società civile, il contrasto ai paradisi fiscali negli ultimi anni sta finalmente andando in questa direzione. Le proposte oggi in discussione riguardano l’obbligo per le multinazionali di pubblicare i propri bilanci suddivisi per ogni giurisdizione in cui operano (country by country reporting), in modo da potere immediatamente sapere fatturato, profitti e carico fiscale in ogni Paese in cui operano. Un’altra misura fondamentale è la cosiddetta beneficial ownership, ovvero rendere noto il reale beneficiario di ogni impresa, in modo da evitare le scatole cinesi e l’anonimato che nascondono dai profitti delle imprese ai proventi dei peggiori traffici delle mafie internazionali.

    A luglio la Commissione pubblica una proposta di revisione della normativa anti-riciclaggio per garantire un pieno accesso del pubblico – quindi anche di giornalisti e società civile – ai registri contenenti l’indicazione del reale proprietario di ogni impresa e trust che opera sul territorio dell’UE. Una procedura che esiste già in alcuni Paesi, come la Gran Bretagna. Negli ultimi mesi, però, l’eco dei Panama Papers e l’attenzione del pubblico si sono affievolite. A dicembre 2016 i negoziati europei hanno ridotto di molto le aspettative, in particolare abbandonando la proposta della Commissione di rendere pubblico l’accesso a questi registri. Il nuovo testo prevede che sia necessario dimostrare un “interesse legittimo” alle informazioni, per potervi accedere, a meno che i singoli Stati non prevedano esplicitamente un accesso pubblico. Non solo viene meno l’accesso pubblico, ma nel momento in cui ogni Paese dell’UE può definire autonomamente cosa intende con “interesse legittimo” si crea un gap tra le diverse legislazioni europee. Gap che può essere sfruttato per cercare nuovamente il Paese più “compiacente” dal punto di vista della riservatezza e della non-trasparenza.

    Il governo italiano ha adottato una definizione estremamente deludente. Di fatto è difficilissimo per i cittadini e persino per i giornalisti riuscire a provare il “legittimo interesse”. Il decreto del governo dovrà ora passare al vaglio del Parlamento, ma sta di fatto che l’Italia ha al momento la definizione di legittimo interesse probabilmente peggiore di tutta l’UE. La prossima volta che critichiamo la burocrazia europea, informiamoci sulle responsabilità dei singoli governi, anche di quelli che poi se la prendono con la stessa UE promettendo di andare a Bruxelles a fare la voce grossa.

    Nel frattempo il Parlamento europeo sta cercando di spingere per una maggiore trasparenza dei registri. Un voto del febbraio 2017 ha chiesto una risposta ambiziosa allo scandalo dei Panama Papers, in particolare introducendo un registro pubblico dei reali beneficiari di imprese e trust che operano nell’UE, e rimediando ad alcune mancanze della proposta originale della Commissione, tra le quali l’obbligo per le banche di interrompere ogni rapporto con le compagnie che non possono identificare il loro reale beneficiario.

    Le resistenze a tale proposta sono molte, il tira e molla continua. Nel frattempo nelle scorse settimane dalla Russia arriva lo scandalo denominato “lavatrice globale” – global laundromat. Decine di miliardi di dollari di soldi di origine criminale ripuliti e sbiancati tramite società anonime e banche di mezza Europa. Scandalo a cui sono seguite dichiarazioni indignate e ferme prese di posizione di governi e politici di tutta Europa. Secondo voi come andrà a finire?

    Pubblicato su Comune.info il 22 aprile 2017. 

    Tags: europamoscovicioneuroparadisi fiscaliue

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