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    Home » Politica » Brexit, l’Uk vuole un tribunale internazionale per le dispute sui diritti dei cittadini Ue

    Brexit, l’Uk vuole un tribunale internazionale per le dispute sui diritti dei cittadini Ue

    L’ambasciatrice Uk in Italia illustra il piano di Londra: possibilità di residenza permanente a chi sarà già in Uk prima del divorzio e un meccanismo di arbitrato internazionale per i ricorsi contro le Corti britanniche

    Silvo Boni di Silvo Boni
    24 Luglio 2017
    in Politica

    Roma – Una “priorità” per il governo inglese tutelare i diritti dei cittadini, insieme all’auspicio che per il prossimo autunno ci sia un accordo politico tra l’Unione europea e il Regno unito. La posizione della Gran Bretagna dopo la Brexit è stata ribadita al Senato dall’ambasciatrice britannica in Italia, Jill Morris, sentita dal Comitato per le questioni degli italiani all’estero.

    “Dopo l’uscita dall’Unione europea i diritti saranno tutelati attraverso la legge inglese, le Corti britanniche e infine dal trattato internazionale che definirà le nuove relazioni tra Regno unito e Unione europea. Con ogni probabilità sarà previsto, nell’ambito del Trattato, un meccanismo di ‘dispute resolution’ per le istanze di secondo grado”, ha specificato la signora Morris, ribadendo che “il governo britannico ritiene la tutela dei diritti acquisiti dai cittadini non solo una priorità del negoziato ma anche una responsabilità morale”.

    Entrando nei dettagli, tutti i cittadini residenti nel Regno Unito che già hanno la residenza permanente continueranno a godere dei diritti acquisiti: saranno quindi liberi di lavorare, studiare, accedere al servizio sanitario nazionale, potranno votare alle elezioni locali, ma non a quelle politiche nazionali, connesse alla cittadinanza. Un nuovo status sarà introdotto nell’ordinamento inglese: il ‘settled status’, diverso dalla residenza permanente, legata al diritto dell’Unione europea.

    Per chi dispone di uno status di residenza permanente continuerà ad essere garantito il diritto di mobilità; al riguardo, l’assenza dalla Gran Bretagna non deve essere superiore ai due anni continuativi. Ribadendo la necessità di semplificare le procedure amministrative per il riconoscimento della residenza permanente, la signora Morris ha raccolto il suggerimento di valutare l’uso dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero a tali fini.

    Ai cittadini dell’Unione europea, che alla data del recesso non avranno raggiunto i cinque anni per la residenza permanente, sarà concesso di rimanere fino al compimento del quinto anno e chiedere il settled status. La decorrenza dei termini sarà fissata dal negoziato in corso e verrà ricompresa in una data tra il 29 marzo 2017 e l’effettiva uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea.

    L’ambasciatrice ha riferito poi che il governo britannico sta predisponendo un formulario in formato elettronico estremamente semplificato rispetto all’esistente di 85 pagine, che sarà operativo a partire dal 2018. Anche i cittadini che già dispongono di un certificato di residenza permanente dovranno presentare una nuova richiesta; per questi ultimi le formalità saranno ulteriormente semplificate.

    Quanto ai titoli di studio e l’accesso alle professioni, “non ci saranno difficoltà di riconoscimento per tutti coloro che arriveranno in Gran Bretagna prima dell’uscita dall’Unione europea”, ha confermato l’ambasciatrice britannica.

    Tags: ambasciatricebrexitcittadinidirittidisputeInternazionaleJill Morrisresidenza permanentetribunaleueUk

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