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L’unione bancaria e la mezzogiornificazione della periferia

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[di Thomas Fazi] L’unione bancaria non offre ai paesi più deboli strumenti comunitari con cui gestire le crisi bancarie, ma – al contrario – priva gli Stati membri di qualunque discrezionalità in materia di gestione delle crisi, lasciandoli ancora più in balìa della turbolenza dei mercati (e dei capitali dei paesi più forti).

di Thomas Fazi 

In un recente articolo scrivevo che gli eventi delle ultime settimane sembrano confermare l’analisi fatta un anno fa da Emiliano Brancaccio secondo cui l’unione bancaria entrata in vigore il 1° gennaio 2016 – ed in particolare la famigerata norma sul bail-in (di cui abbiamo avuto un assaggio in Italia con il recente decreto “Salvabanche”) – determinerà un’escalation del processo di “centralizzazione” dei capitali bancari in Europa, ossia ad una resa dei conti definitiva tra i capitali più fragili dislocati soprattutto nel Sud Europa ed i capitali più forti situati prevalentemente in Germania. Questo perché l’unione bancaria, così come è costruita, non riduce ma enfatizza le asimmetrie tra i sistemi bancari dell’eurozona. Vediamo di capire perché.

A prima vista, la norma sul bail-in – che prevede che siano sostanzialmente impediti gli aiuti di Stato alle banche in crisi, e che in caso di dissesto di una banca siano chiamati a pagare in primo luogo gli azionisti, poi gli obbligazionisti ed infine i depositanti – potrebbe apparire lodevole, se non addirittura rivoluzionaria: finalmente si pone fine alla logica dei maxi-salvataggi bancari a spese dei contribuenti che tanto abbiamo criticato in questi anni, no? «E allora – per riassumere in una frase le varie critiche ricevute al mio precedente articolo – di cosa vi lamentate?».

Per capire perché la nuova cura (bail-in) rischia di essere peggiore della precedente (bail-out), è utile innanzitutto fare chiarezza sulla questione dei salvataggi bancari di questi anni. La nostra critica alla logica dei bail-out – che tra il 2008 ed il 2009 nei paesi dell’UE ha comportato un intervento pubblico a favore delle banche di oltre 2.000 miliardi di euro – non ha mai riguardato il salvataggio delle banche in sé – che molte di queste fossero “too big to fail” (‘troppo grandi per fallire’), e dunque andassero salvate, era evidente – ma piuttosto (come scrive Ugo Marani in questo articolo):

  1. la caratterizzazione nazionale degli interventi;
  2. l’origine statale degli aiuti;
  3. la prevalenza di ricapitalizzazioni prive di condizionamenti strutturali sulle istituzioni sulle quali veniva effettuato il “salvataggio”.

In altre parole, la criticità dei salvataggi bancari europei di questi anni sta nel fatto di: non aver previsto alcun fondo di salvataggio europeo comune, legando i destini dei singoli Stati membri a quello dei loro sistemi bancari (a differenza di quello che avviene nelle federazioni compiute come gli Stati Uniti); di non essere avvenuti con creazione di base monetaria aggiuntiva da parte della banca centrale – come previsto dal principio del “lender of last resort”, ovvero del ruolo del banchiere centrale quale prestatore di ultima istanza nelle situazioni di panico e di illiquidità – ma per mezzo di interventi statali, con conseguente esplosione dei debiti pubblici, determinando una redistribuzione di ricchezza dai contribuenti verso le istituzioni beneficiarie (e giustificando successivamente l’imposizione di devastanti piani di austerità); e, soprattutto, di non aver previsto alcun intervento di riforma della governance delle istituzioni interessate (o di nazionalizzazione delle stesse, ad eccezione di pochi casi) e più in generale dei sistemi bancari (a partire da interventi atti a risolvere una volta per tutte il problema del “too big to fail”).

Purtroppo, la norma sul bail-in – e l’unione bancaria più in generale – non risolve nessuno dei suddetti problemi, a partire dalla frammentazione dei sistemi bancari. Per ora, l’unione bancaria non prevede alcun fondo europeo comune (tra diversi anni forse entrerà in vigore un esiguo fondo di 55 miliardi, pari allo 0,2 per cento del patrimonio complessivo delle banche europeo), per cui il “doom loop” che lega i singoli Stati al destino dei loro sistemi bancari non viene rescisso ma anzi viene addirittura rinsaldato. Il perché lo spiega bene Raffaele Giammetti, che si è laureato alla specialistica con una tesi dal titolo “Austerity, supervisione e ristrutturazioni bancarie nella UE”. In un recente articolo, Giammetti ricorda che dal recente stress test della BCE è emerso che le banche con le maggiori carenze di capitale sono situate proprio nei paesi della periferia: Italia, Grecia, Portogallo, Irlanda e Cipro. I problemi di solvibilità, dunque, sembrano investire soprattutto banche situate nei paesi dell’eurozona maggiormente afflitti dalla crisi economica. Non si tratta di un esito sorprendente, nota l’autore: «Dalla letteratura emerge infatti un chiaro collegamento pro-ciclico tra la performance macroeconomica e la dinamica dei coefficienti di adeguatezza patrimoniale delle banche, elevati in tempi di espansione e bassi in periodi di contrazione». A monte di questo nesso si può aggiungere che la più recente letteratura empirica sui moltiplicatori fiscali ha ampiamente confermato l’esistenza di un legame ulteriore tra politiche di bilancio pubblico restrittive e calo della domanda e della produzione nazionale. Scrive Giammetti:

Mettendo dunque in sequenza le due relazioni, si può affermare che le politiche di bilancio restrittive, deprimendo la domanda, la produzione e il reddito, costituiscono un fattore indiretto di deterioramento dei coefficienti patrimoniali delle banche. Se il filo logico descritto viene ritenuto plausibile, allora si potrà anche sostenere che le politiche di restrizione dei bilanci pubblici, imposte soprattutto ai paesi del Sud Europa, potrebbero aver contribuito alla maggior concentrazione di bocciature dei bilanci bancari in questi stessi paesi, nei quali è dunque emersa più impellente l’esigenza di attivare piani di ricapitalizzazione.

Il problema è che nei paesi periferici dell’Unione la disponibilità di capitali privati nazionali appare limitata. In caso di penuria di finanziamenti privati, però, le norme dettate dall’unione bancaria precludono, come detto, la possibilità di attivare aiuti di Stato, soprattutto a quei paesi caratterizzati da un elevato livello di debito pubblico: vedi il recente rifiuto di Bruxelles alla richiesta dell’Italia di creare una “bad bank” in cui far confluire gli asset “tossici” delle banche. In uno scenario di questi tipo, alle banche sottocapitalizzate che operano nelle periferie dell’eurozona non rimarrà che ricorrere all’intervento di capitali esteri o, appunto, al bail-in (se non addirittura alla liquidazione). Conclude Giammetti:

Alla luce delle evidenze presentate sembra dunque lecito sostenere la seguente tesi: le politiche fiscali restrittive, imposte soprattutto ai paesi del meridione europeo, stanno contribuendo a preparare il terreno per un processo generalizzato di liquidazioni e acquisizioni favorevole alle banche dei paesi relativamente più forti. Siamo insomma al cospetto di una “centralizzazione” dei capitali dal Sud al Nord dell’Unione, che costituisce forse l’aspetto più rilevante dell’attuale tendenza alla “mezzogiornificazione” dei paesi periferici dell’eurozona.

In sostanza, in maniera non dissimile dalle normative europee in campo fiscale (fiscal compact, ecc.), l’unione bancaria non offre ai paesi più deboli strumenti comunitari con cui gestire le crisi bancarie, ma – al contrario – priva gli Stati membri di qualunque discrezionalità in materia di gestione delle crisi (tra cui la scelta di ricorrere allo strumento delle nazionalizzazioni, per esempio, se non come extrema ratio e comunque solo in seguito al bail-in), lasciandoli, paradossalmente, ancora più in balìa della turbolenza dei mercati (e dei capitali dei paesi più forti). In altre parole, si “nazionalizzano” i problemi rendendo al contempo impossibile qualsiasi soluzione. Più è debole lo Stato nazionale, infatti, meno margine di manovra avrà per salvaguardare gli istituti di credito “basati” sul proprio territorio ed anche i risparmiatori relativi. Con potenziali ricadute sui bilanci pubblici di questi paesi ben peggiori di quelle che comporterebbe un “semplice” bailout.

Risulta evidente, infatti, che la norma sul bail-in rischia di scatenare nei paesi maggiormente a rischio una fuga “preventiva” di capitali verso le grandi banche internazionali, ritenute più sicure a causa delle loro enormi dimensioni (uno degli effetti della nuova normativa europea è proprio quello di amplificare il fenomeno delle banche “too big to fail” ed in generale il consolidamento del settore bancario), scatenando una reazione a catena e originando una crisi di carattere sistemico.

Quest’ultimo punto rischia di essere ulteriormente esacerbato dall’ennesima “trovata” di Wolfgang Schäuble, che va nella direzione di una “rinazionalizzazione” dei sistemi bancari europei ancora più drastica di quella prevista dal bail-in. Il nuovo “piano” di Schäuble – espresso in una lettera inviata dal ministro delle finanze tedesco al capo della commissione finanza e bilancio del Parlamento tedesco e al centro di un preoccupato articolo di Carlo Bastasin, editorialista del Sole 24 Ore –  è piuttosto semplice. I sistemi bancari nazionali sono strettamente irrelati con i titoli del debito pubblico nazionale, visto che è prassi ovunque che le banche private facciano incetta di titoli di Stato, piazzandoli poi in gran parte presso la propria clientela al dettaglio; dunque, visto che i debiti pubblici nazionali sono molto diversi per dimensione e rischiosità, invece di procedere in direzione della “condivisione dei rischi”, secondo Schäuble, bisognerebbe delineare un meccanismo automatico di ristrutturazione del debito pubblico per qualsiasi paese europeo che richieda assistenza finanziaria: una volta che un paese ha chiesto aiuto tramite il Meccanismo europeo di stabilità (MES), quale che sia la ragione, i tempi di scadenza dei titoli pubblici saranno automaticamente prolungati, riducendo il valore di mercato di questi titoli e provocando gravi perdite a chi li detiene. Come spiega Bastasin, si tratta di un meccanismo che rischia di minare la stabilità finanziaria dell’eurozona, unicamente a vantaggio (almeno nel breve) della Germania:

I titoli pubblici hanno un ruolo unico e fondamentale per il sistema finanziario dell’eurozona. Pertanto, una volta che i titoli sovrani nei paesi dell’eurozona sono diventati più rischiosi, l’intero sistema finanziario potrebbe diventare più fragile, e questo potrebbe influenzare negativamente la crescita e la stabilità finanziaria. Da ultimo, anziché imporre una sana disciplina ad alcuni paesi membri, il nuovo regime potrebbe ampliare i differenziali di rendimento dei titoli di Stato e rendere impossibile la convergenza dei debiti, aumentando la probabilità di rottura dell’eurozona.

Che Schäuble abbia elaborato la sua “soluzione finale” con un occhio di riguardo per l’Italia è fin troppo evidente: in caso di crisi bancaria – sempre più probabile, alla luce dell’enorme volume di crediti deteriorati detenuti dalle nostre banche – il nostro paese si vedrebbe quasi senz’altro costretto a chiedere un intervento del MES (proprio in virtù delle norme dell’unione bancaria). Si direbbe che l’obiettivo di Schäuble sia solo quello di accelerare un po’ i tempi.

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