Bruxelles “fa tanto” per la cultura ed il cinema. Il mio film? “Di questi tempi ci si stupisce quando le cose van bene”…
Abbiamo incontrato il regista siciliano all’Istituto italiano di cultura in occasione dell’anteprima belga del suo ultimo lavoro “La migliore offerta”, una pellicola fortunata, ambientata in Europa con un cast importante e della quale “mi chiedono in continuazione perché secondo me abbia avuto tanto successo… beh, la verità è che di questi tempi ci si stupisce di più quando le cose vanno bene…” scherza Tornatore.
“La migliore offerta” è una pellicola di respiro internazionale, non soltanto per il cast, ma anche per lo scenario mitteleuropeo che la caratterizza… come mai questa scelta?
Il panorama europeo mi è stato utile nel ricreare quella che voleva essere un’ambientazione generica in un tempo sospeso, in una vaga Mitteleuropa che non avesse vincoli territoriali o culturali: perfetta per le allegorie di questo film. Ritenevo, invece, che una caratterizzazione italiana avrebbe potuto nuocere alla storia; le avrebbe dato un realismo che film come questo non vogliono. Era una storia non – italiana: se l’avessi ambientata in Italia o in America avrei commesso un grave errore.
Virgil Oldman (Geoffrey Rush), il protagonista, è un battitore d’aste di grande fama: in che senso l’Europa era, per lui, uno scenario “utile”?
Intendo più universale. Mi consentiva di dare maggiore credibilità ad un battitore d’aste così importante da essere richiesto, nelle sue prestazioni, in più città. Cosa che, per esempio, in Italia o in altri paesi può essere meno probabile. Un battitore d’aste italiano lavora tendenzialmente in Italia o per un periodo limitato di anni a New York o Londra, ma solo un grandissimo professionista viene talvolta coinvolto in varie missioni che lo portano in diverse città e a me serviva che lui si muovesse. In questo senso io dico che l’ambientazione mitteleuropea era “utile” per il film: sia dal punto di vista dei contenuti che dal punto di vista di esigenze di falegnameria della narrazione.
A proposito di Europa. La commissione europea finanzia la distribuzione di film prodotti sul suo territorio. Le sembra una cosa che funziona?
Io credo che sia una cosa giusta. Non so dire se funziona o meno, ma ho la sensazione di sì: apprendo dai titoli di coda che alcuni dei film che vedo al cinema sono stati finanziati anche dalla Comunità europea per la loro distribuzione e quasi sempre si tratta di opere interessanti. Che la Comunità europea si faccia carico dell’esigenza di rendere più agile la veicolazione di film europei mi sembra importantissimo. Ora, non so se il dispositivo di legge funziona alla perfezione o può essere perfettibile, non me ne sono occupato poiché per i miei film non ho mai, fino ad ora, usufruito di questo tipo di finanziamento, ma, da spettatore, mi sembra che funzioni: vedo molte pellicole che hanno questo “marchio di qualità”, così mi vien da chiamarlo.
Ad esempio il programma Media, che sarà poi sostituito da Europa Creativa 2014 – 2020, e che eroga finanziamenti a sostegno del cinema europeo e dei settori culturali e creativi permettendo loro di contribuire maggiormente all’occupazione e alla crescita. Ne ha già sentito parlare?
Il Programma Media è importantissimo e validissimo, spero si arricchisca sempre più e che abbia un orizzonte di mezzi sempre più ampio.
Rimanendo in tema di occupazione: può, secondo lei, il cinema concorrere al rilancio creando occasioni di lavoro per i giovani?
Sarebbe senza dubbio meraviglioso se si implementassero i mezzi finanziari per accrescere la produttività del cinema, ma non mi sento di dire che questo risolverebbe il problema della disoccupazione. Forse se si duplicasse la produzione avremmo anche il doppio di tutte le figure professionali, in questo senso certo, è un aiuto. Noi tutti nel mondo del cinema desidereremmo che le nostre industrie fossero messe nelle condizioni di aumentare la quantità dei film che si producono e in questo modo verrebbe occupata anche più gente nel mondo del cinema; non si risolverebbe il problema generale della disoccupazione, ma si risolverebbero molti problemi del cinema. A me piacerebbe molto tornare alle grandi produzioni di duecento – trecento film all’anno, ma oggi in Italia non arriviamo nemmeno a cento.
Secondo lei l’Unione europea fa abbastanza per l’arte e per il cinema in particolare?
Credo che faccia tanto. Anche se, sulla base del periodo storico che stiamo vivendo sappiamo che mai è “abbastanza”. Mi sembra che la Comunità europea sia sensibile al problema della conservazione dei beni culturali, ma se si vuole si può fare sicuramente di più.
Cosa si può fare di più?
Non basta solo finanziare la diffusione delle opere europee, bisognerebbe anche intensificare le risorse per la produzione. Ma il vero problema è che non si è all’altezza di ciò che l’Europa fa: ci sono iniziative, certo, ma non sempre gli enti, soprattutto le periferie, sono attrezzati e hanno progetti utili per ottimizzare le risorse e sfruttare i finanziamenti che l’Unione europea invia. Quante volte sentiamo dire “il paese o la regione o il comune Tal dei Tali non ha progetti sufficienti per utilizzare i finanziamenti che arrivano dall’Europa” e che pertanto restano passivi… ma questo in tutti i settori. Curiosamente il tessuto europeo non è ancora attrezzato ad utilizzare ciò che la Comunità europea dà.
Il tessuto europeo o il tessuto italiano?
Io mi riferisco ad esperienze italiane, ma credo che non sia un problema solo italiano
In Europa la formazione continua sta diventando un tema centrale. Nel mondo dello spettacolo a che punto siamo?
Nel mondo dell’insegnamento c’è molto da fare. In Italia non abbiamo una grande tradizione nella didattica del cinema. Ci sono un paio di scuole importanti, poi per il resto la formazione sul cinema è affidata a istituzioni private e a corsi che la gente si inventa e che usufruiscono di finanziamenti episodici. Non ci sono radici profonde; è un settore nel quale l’Europa potrebbe fare moltissimo. Del resto quello audiovisivo è il linguaggio del futuro e la gente che vorrà esprimersi attraverso di esso sarà sempre più numerosa allora è giusto che l’insegnamento di questo entri già nelle scuole tradizionali.
Nel suo campo di lavoro quali differenze nota quando lavora all’estero?
Nel mettere in piedi una produzione, nell’organizzarla, nel chiedere alla gente di collaborare… non noto grandi differenze. Il mio è un mondo un po’ particolare: la stessa passione che trovo nel cinema italiano la trovo ovunque vada. Il cinema per certi versi è una religione unica che rende tutti uguali o simili nel modo di lavorare.
La Migliore Offerta, una storia d’amore narrata come un giallo, affronta molti temi tra i quali, forse, l’idea che l’epoca in cui viviamo sia così impregnata di incertezze che persino i sentimenti subiscono questa precarietà … è d’accordo?
Se nel film c’è qualcosa di vicino a quello che stiamo vivendo è, più in generale, l’impossibilità di riconoscere ciò che è autentico da ciò che autentico non è. Questo talvolta finisce per invadere anche il campo delicatissimo dei sentimenti ovviamente… Il protagonista è un esperto d’arte, infallibile nel distinguere opere autentiche da opere false, che però poi nella vita privata non sa riconoscere una persona sincera da una persona che sincera non è. Beh la nostra vita oggi è bombardata da messaggi e da informazioni di cui spesso non siamo più in condizione di sapere quanto queste siano autentiche o meno. E questo non può non influenzare anche il mondo, fragilissimo e misteriosissimo dei sentimenti umani.

Il nucleo del suo film, ovvero il continuo rincorrersi, nella vita e nell’arte, di realtà e finzione mi fa venire in mente una frase di Fernando Pessoa: “La letteratura, come tutta l’arte è la comprensione che la vita non basta”…
L’istinto di trovare qualcosa che vada oltre l’orizzonte della vita quotidiana, del “conosciuto” è una cosa che attraversa le epoche storiche. La riproduzione di se stessi e della propria vita è stato da sempre un sogno dell’uomo e la caratteristica peculiare del cinema, che è quella di poter usufruire di più punti di vista, realizza un desiderio che questi aveva fin dall’inizio; fin da quando il cavernicolo si divertiva a rappresentare sulle pareti “scene di vita” . Quindi sì, “la vita non basta”, abbiamo bisogno di ennesime trasfigurazioni della vita, per via letteraria, per via artistica, per via cinematografica, sonora eccetera. Tuttavia nessuno di questi codici artistici può sostituire la vita: questo è l’insegnamento della modesta avventura del personaggio del mio film. Virgil è un uomo che non ama la vita, che non ama gli altri, che non sa amare le donne, che non sa neanche guardarle negli occhi. Tutta questa incapacità la sublima nella rituale contemplazione di ritratti di figure femminili. Sembrerebbe che ciò gli consenta di sostituire la vita con l’arte ma poi non ci riesce perché non è possibile. La vita senza l’arte non basta, sarebbe noiosissima, ma si potrebbe dire, forse un po’ troppo schematicamente, che non va bene neanche il contrario: l’arte senza la vita sarebbe troppo astratta, indefinibile . Le due cose hanno bisogno l’una dell’altra.
Loredana Recchia











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