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    Home » Non categorizzato » Il nuovo ordine mondiale secondo Putin

    Il nuovo ordine mondiale secondo Putin

    In uno storico discorso, Putin richiama la necessità di un nuovo ordine internazionale. E invita l'Europa a formare uno spazio comune di cooperazione economica e umanitaria che si stenda dall’Atlantico al Pacifico.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    5 Novembre 2014
    in Non categorizzato

    Ha sorpreso tutti la franchezza, la spiritosaggine e la self-confidence di Vladimir Putin nel discorso che ha fatto il 24 ottobre scorso a Sochi, la sede dove si sono tenute le olimpiadi invernali, alla sessione plenaria del Forum internazionale del “Club Valdai”, la Fondazione non-profit che da anni si occupa del ruolo geopolitico della Russia nel mondo. È senz’altro il discorso più importante fatto da Putin sulla politica internazionale, dopo quello che fece a Monaco di Baviera nel 2007, e forse sarà ricordato per decenni, come il famoso discorso che fece Nikita Chrušcev alle Nazioni Unite nel 1960, quando per attirare l’attenzione si tolse una scarpa e comincio a sbatterla sul tavolo. D’altra parte, lo stesso Putin, nel discorso di Sochi, lo ha ricordato: “Il mondo intero e soprattutto gli Stati Uniti e la Nato pensarono: meglio lasciarlo da solo questo Nikita, potrebbe tornare e far partire un missile, e poiché ne hanno tantissimi, forse è meglio mostrargli rispetto”.

    A noi non sembra vero quello che ha scritto la settimana scorsa l’Economist di Londra e cioè che Putin ha fatto solo una filippica anti-americana. Anzi, al contrario, gli americani dovrebbero prenderlo per quello che è: un discorso moderato e di apertura verso l’Europa e gli Stati Uniti stessi, che, secondo Putin, stanno facendo un errore dopo l’altro e “stanno segando il ramo dell’albero dove sono seduti”. E soprattutto è un discorso chiaro, come ha ricordato Putin stesso all’inizio del suo discorso, sottolineando che qualche dichiarazione avrebbe potuto essere ritenuta troppo aspra: “Ma se non parliamo in modo chiaro e diretto esprimendo i nostri pensieri reali e veri, allora non avrebbe senso fare incontri di questo tipo”,  lanciando subito dopo una frecciatina alla diplomazia ufficiale: “La lingua è stata data ai diplomatici solo per non dire la verità”.

    Il tema dell’incontro, d’altra parte – “Nuove regole del gioco oppure gioco senza regole?” – deve essere apparso molto intrigante a Putin, uno dei cinque leader mondiali che a Fortaleza lo scorso luglio (vedi qui) hanno lanciato una sfida all’ordine mondiale costituito dopo la guerra a Bretton Woods. E infatti Putin vi ha subito fatto riferimento: “Ma nell’analizzare la situazione attuale non dobbiamo dimenticare le lezioni della storia. In primo luogo, il cambio dell’ordine mondiale (e i fenomeni che osserviamo oggi appartengono proprio a questa scala), veniva accompagnato, di solito, se non da una guerra globale, da intensi conflitti locali… Molti meccanismi atti ad assicurare l’ordine mondiale si sono formati in tempi lontani, influenzati soprattutto dall’esito della seconda guerra mondiale. La solidità di questo sistema non si basava esclusivamente sul bilanciamento delle forze e sul diritto dei vincitori, ma anche sul fatto che i padri fondatori di questo sistema si trattavano con rispetto”.

    Ma poi tutto è cambiato, secondo Putin, dopo la fine della guerra fredda: “Gli Stati Uniti, dichiarandosi i vincitori della guerra fredda hanno pensato – e credo che lo abbiano fatto con presunzione – che non fosse necessario un nuovo equilibrio, ma hanno intrapreso passi che hanno portato a un peggioramento repentino degli squilibri mondiali… Pare di capire che i cosiddetti vincitori della guerra fredda abbiano deciso di sfruttare fino in fondo la situazione per ritagliarsi il mondo intero a misura dei propri interessi. E se il sistema assestato delle relazioni e del diritto internazionale, il sistema di contenimento e contro-bilanciamento, impediva il raggiungimento di questo scopo, veniva da loro immediatamente dichiarato inutile, obsoleto e soggetto ad abbattimento istantaneo”.

    E così è cambiato il concetto stesso, secondo Putin, della sovranità nazionale, che per molti stati è diventato un valore relativo. “In sostanza, è stata proposta la seguente formula: più forte è la lealtà a un unico centro di influenza nel mondo, più alta è la legittimità del regime governante… Le misure per esercitare pressioni sui disubbidienti sono ben note e collaudate: azioni di forza, pressioni di natura economica, propaganda, intromissione negli affari interni… Recentemente, siamo venuti a conoscenza di ricatti non velati nei confronti di una serie di leader. Non è un caso che il cosiddetto Grande Fratello spenda miliardi di dollari per lo spionaggio in tutto il mondo, compresi i suoi più stretti alleati”.

    A questo punto Putin si pone alcune domande: “Forse il modo in cui gli Usa detengono la leadership è un bene per tutti? Le loro onnipotenti interferenze negli affari altrui implicano pace, benessere, progresso, prosperità, democrazia? Bisogna semplicemente rilassarsi e godersela?”. E la risposta alla domanda retorica è intuibile: “Il diktat unilaterale e l’imposizione dei propri stereotipi producono un risultato opposto: al posto di una soluzione dei conflitti, l’escalation; al posto degli stati sovrani stabili, l’espansione del caos; al posto della democrazia, il sostegno a gruppi ambigui, dai neonazisti dichiarati agli islamici radicali… Continuo a stupirmi di fronte agli errori ripetuti, uno dopo l’altro, dagli Stati Uniti che si danno da soli la zappa sui piedi. A suo tempo, nella lotta contro l’Unione Sovietica, avevano sponsorizzato i movimenti estremistici islamici che si sono invigoriti in Afghanistan, fino a generare sia i talebani che Al Qaeda”.

    Putin parla poi delle conseguenze dell’invasione dell’Iraq e dell’intervento in Libia, “un Paese diventato ora un poligono di tiro per i terroristi”. Anche in Siria l’intervento degli Stati Uniti, secondo Putin, è stato disastroso: “Gli Usa e i loro alleati hanno cominciato a finanziare apertamente e a fornire le armi ai ribelli, favorendo il loro rinforzo con gli arrivi dei mercenari di vari paesi. Permettetemi di chiedere dove i ribelli trovano denaro, armi, esperti militari? Com’è potuto accadere che il famigerato Isis si sia trasformato praticamente in un esercito?”.

    E infine Putin delinea la sua idea su come potrebbero essere i rapporti con l’Europa: “Avremmo gradito l’inizio di un dialogo concreto tra l’Unione Eurasiatica e l’Unione Europea. Ma finora ci è stato praticamente sempre negato e non si capisce perché: cosa c’è di tanto spaventoso?”. Non è vero, secondo Putin, che la Russia abbia voltato le spalle all’Europa, dopo le sanzioni. “La nostra politica in Asia e nel Pacifico risale ad anni fa e non è affatto legata alle sanzioni”. La Russia vorrebbe formare uno spazio comune di cooperazione economica e umanitaria, uno spazio che si stenda dall’Atlantico al Pacifico. “Ne ho parlato spesso in precedenza trovando l’appoggio di molti nostri partner occidentali, almeno quelli europei”.

    La conclusione di Putin del discorso non è di chiusura, ma di apertura: “Siamo riusciti a elaborare le regole di interazione dopo la seconda guerra mondiale, siamo riusciti a trovare un accordo negli anni settanta a Helsinki. Il nostro obbligo comune è trovare soluzioni nel contesto di una nuova tappa di sviluppo”.

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