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    Home » Non categorizzato » Ttip: perché l’Italia sta facendo il gioco degli Usa?

    Ttip: perché l’Italia sta facendo il gioco degli Usa?

    Nonostante l'opposizione di Francia e Germania, il responsabile dell'Italia per il negoziato sull'accordo transatlantico, Carlo Calenda, insiste per l'inclusione nel Trattato del controverso meccanismo di risoluzione tra investitori e stato, fortemente voluto dagli Usa. Perché?

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    26 Novembre 2014
    in Non categorizzato

    Dopo che anche il ministro francese per il commercio estero, Matthias Fekl, allineandosi con la posizione presa dai socialdemocratici tedeschi, aveva dichiarato che il governo francese non avrebbe mai portato nel parlamento francese la proposta del Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), soprattutto nella forma attuale contenente la sezione sulla risoluzione delle dispute tra stati e imprese multinazionali, l’Isds, sembrava che a difendere il trattato, così come è ora, fossero rimasti solo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

    Ma così non è. Ora apprendiamo dal Financial Times che a suonare l’allarme sul passo lento con cui procede il negoziato, che rischia di non essere approvato in tempo utile entro il 2015, c’è anche l’Italia. “Europe-US trade talks delay upsets Italy”, titola il quotidiano finanziario britannico. Chi ha suonato la tromba dell’allarme per tutti  gli italiani? Carlo Calenda, il viceministro per lo sviluppo economico che ha la delega per occuparsi del Ttip. Secondo Calenda, rimangono poche settimane per dare una nuova spinta propulsiva al negoziato e salvare quello che, sempre secondo Calenda, sarebbe il più grande trattato sul commercio mai fatto. “È normale”, dice il viceministro, “chiudere tutto all’ultimo minuto, ma non è normale stare ancora a discutere di cosa dovrebbe essere incluso nel Trattato”.

    Sorprende molto la posizione del governo italiano, allineata a quella degli Stati Uniti, soprattutto dopo la recente dichiarazione di Angela Merkel secondo cui mai avrebbe permesso che ai tedeschi fossero dati da mangiare polli al cloro (i polli americani sono disinfettati con il cloro per impedire l’infestazione delle carcasse mentre viaggiano), dopo che il viceministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel si era detto contrario all’inclusione nel Trattato dell’Isds (vedi qui), e dopo che direttore della divisione investimenti dell’Ocse, Andrea Goldstein, ha dichiarato al convegno organizzato lo scorso weekend a Firenze da eunews e oneuro che secondo lui ormai l’inclusione dell’Isds nel Trattato è a tutti gli effetti defunta.

    Se l’Isds fosse incluso nel Trattato gli stati potrebbero essere chiamati in giudizio davanti a corti arbitrali composte da tre membri specialisti di diritto commerciale internazionale, qualora un’impresa multinazionale ritenesse che un’azione legislativa del governo le abbia arrecato un danno (anche solo una riduzione dei profitti attesi dalle loro attività).

    Secondo noi il premier Matteo Renzi, considerata l’importanza che sta assumendo il negoziato sul Trattato agli occhi dell’opinione pubblica europea (anche se non ancora di quella italiana, tenuta quasi completamente all’oscuro), condotto in un’atmosfera di segretezza e non trasparenza da parte dei burocrati della Commissione, dovrebbe prendere in mano il pallino di questa questione. Sono temi che riguardano la vita dei cittadini non meno di altri ora al centro dell’agenda politica. Non c’è per adesso nessuna prova che il Trattato farebbe aumentare il commercio tra Stati Uniti ed Europa e soprattutto il Pil dei paesi coinvolti. Sempre più, secondo noi, il Trattato incontrerà l’ostilità dei cittadini, giustamente preoccupati per le implicazioni del Trattato in termini di sicurezza ambientale e alimentare, salute pubblica, ecc.

    Ricordiamo infine che il Trattato, sponsorizzato soprattutto dagli Stati Uniti, ha anche, o forse soprattutto, una valenza geopolitica. Molte imprese multinazionali americane si avvantaggerebbero dalla riduzione delle normative protettive europee e quindi potrebbero allargare la loro penetrazione sul mercato europeo, considerando che le prospettive non sono favorevoli per un allargamento delle loro posizioni verso altre aree economiche, come quella asiatica e sudamericana.

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