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    Home » Cronaca » Corte di giustizia Ue: sì a test di integrazione per gli immigrati di lunga data

    Corte di giustizia Ue: sì a test di integrazione per gli immigrati di lunga data

    Per il tribunale comunitario verificare la conoscenza della lingua e della società nazionale di adozione è legittimo e "favorisce lo sviluppo dei rapporti sociali e l'accesso al mercato del lavoro"

    Lena Pavese di Lena Pavese
    4 Giugno 2015
    in Cronaca

    Bruxelles – I Paesi Ue possono sottoporre agli immigrati di lunga data un test per verificare la loro conoscenza della lingua e della società locale e multarli se non si dimostrano ben inseriti. È quanto ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea esprimendosi sul caso di due cittadine di Paesi terzi residenti regolarmente in Olanda da più di cinque anni. Il diritto olandese prevede che i “soggiornanti di lungo periodo” possano essere sottoposti ad un esame di integrazione civica per dimostrare la propria capacità di espressione orale e scritta nonché una sufficiente conoscenza della società olandese. Se l’esame non viene superato, lo Stato impone una multa e fissa un nuovo esame a cui seguirà, se il risultato non cambia, un’ammenda ancora più elevata. Le due immigrate residenti in Olanda hanno però impugnato le decisioni che gli imponevano di superare il test e la Corte suprema amministrativa dei Paesi Bassi si è rivolto alla Corte di giustizia europea per chiedere: dopo avere concesso ad un cittadino di un Paese terzo lo status di soggiornante di lungo periodo, uno Stato può porre condizioni di integrazione, come appunto l’esame in questione?

    Sì, risponde oggi la Corte di giustizia europea: la direttiva Ue sul riconoscimento dello status dei soggiornanti di Paesi terzi (definiti come coloro che hanno soggiornato sul territorio di uno Stato legalmente e ininterrottamente per cinque anni immediatamente prima della presentazione della loro domanda), non esclude l’imposizione dell’obbligo di superare un esame di integrazione civica. Unica condizione è che le modalità di applicazione del test non siano tali da compromettere la realizzazione degli obiettivi della direttiva.

    “È innegabile – sottolinea la Corte – che l’acquisizione di una conoscenza tanto della lingua quanto della società dello Stato membro ospitante favorisca l’interazione e lo sviluppo di rapporti sociali tra i cittadini nazionali e i cittadini di Paesi terzi e faciliti l’accesso da parte di questi ultimi al mercato del lavoro e alla formazione professionale”. Inoltre l’esame, fa anche notare la Corte, non costituisce una violazione al diritto di parità di trattamento tra cittadini di Paesi terzi e cittadini nazionali: la situazione dei cittadini di Paesi terzi infatti “non è analoga a quella dei cittadini nazionali per quanto concerne l’utilità delle misure di integrazione quali l’acquisizione di una conoscenza tanto della lingua quanto della società del Paese”. Importante inoltre che il superamento dell’esame non sia una condizione per ottenere o conservare lo status di soggiornante di lungo periodo, ma che possa portare al massimo all’imposizione di un’ammenda.

    Occorre però fare attenzione che le modalità di attuazione di tale obbligo non compromettano gli obiettivi della direttiva: bisogna tenere conto in particolare, spiega il tribunale di Lussemburgo, “del livello di conoscenze richiesto per superare l’esame, dell’accessibilità ai corsi e al materiale necessario per preparare l’esame, degli importi applicabili a titolo di costi d’iscrizione o ancora delle circostanze individuali particolari, come l’età, l’analfabetismo o il livello di istruzione”. Ad esempio in Olanda, dove l’ammenda per ogni esame non superato è al massimo di 1000 euro, l’iscrizione ad ogni test costa 230 euro a carico del cittadino: un importo elevato che, secondo Lussemburgo, “può compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva e pertanto privarla del suo effetto utile”.

    Tags: corte di giustizia ueimmigratiintegrazioneolandaue

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