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    Home » Non categorizzato » L’Europa e l’uso politico delle “riforme”

    L’Europa e l’uso politico delle “riforme”

    [di James K. Galbraith] Quelle che i creditori chiedono alla Grecia non sono riforme. Sono contro-riforme che mirano a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e a imporre un singolo modello di politica economica in tutta Europa.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    19 Giugno 2015
    in Non categorizzato

    di James K. Galbraith

    Di ritorno da Berlino, la settimana scorsa, il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis mi ha fatto notare come l’attuale uso della parola “riforma” abbia origine nel periodo intermedio dell’Unione Sovietica, all’epoca di Kruscev, quando si cercò di introdurre degli elementi di decentralizzazione e di mercato in un sistema pianificato sempre più sclerotico. In quegli anni, quando in America ci si batteva per i diritti civili e in Europa occidentale molti giovani sognavano ancora di fare la rivoluzione, la parola “riforma” non era molto diffusa in Occidente. Oggi, in una curiosa convergenza, è diventata la parola d’ordine delle classi dominanti.

    Le riforme sono al centro del braccio di ferro tra la Grecia ed i suoi creditori. Un alleggerimento del debito greco non viene escluso – ma solo se i greci acconsentono a fare “le riforme”. Ma di quali riforme stiamo parlando, e a che fine? La parola è sbandierata quotidianamente dalla stampa, come se il significato del termine fosse scontato.

    La verità è che le riforme che vengono oggi richieste alla Grecia dai creditori sono di una variante particolare: mirano tutte a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia. In questo senso si possono definire “di mercato”. Ma esse non hanno nulla a che vedere con la promozione della decentralizzazione e del dinamismo. Al contrario, servono a distruggere le istituzioni locali e a imporre un singolo modello di politica economica in tutta Europa, con la Grecia nel ruolo di avanguardia anziché di fanalino di coda. In un altro senso, dunque, non sarebbe esagerato definire queste proposte totalitarie; se il loro padre filosofico è Friedrich von Hayek, il loro predecessore politico si può considerare Stalin, per metterla in maniera un po’ brutale.

    Lo “stalinismo di mercato” oggi propagandato in Europa si articola su tre livelli, almeno per quello che concerne la Grecia. Le pensioni, il mercato del lavoro e le privatizzazioni. Poi ci sono le questioni più generali delle tasse, dell’austerità e della sostenibilità del debito, su cui ritorneremo più avanti.

    Per quanto riguarda le pensioni, i creditori chiedono già da quest’anno un taglio della spesa pensionistica pari all’incirca all’1% del PIL, in un paese in cui la maggior parte degli esborsi pensionistici sono inferiori alla soglia di povertà. Più precisamente, chiedono un taglio di circa 120 euro a pensioni che si aggirano già sui 350 euro al mese o meno. Da parte sua, il governo riconosce che il sistema pensionistico greco va riformato – l’attuale limite d’età per ricevere il pensionamento anticipato è insostenibile – ma obietta che deve trattarsi di una riforma graduale e associata all’introduzione di un sussidio di disoccupazione effettivo.

    Per quanto riguarda il mercato del lavoro, i creditori hanno già ottenuto la quasi totale cancellazione della contrattazione collettiva e la riduzione del salario minimo. Il governo ha fatto notare che questo ha avuto l’effetto di “informalizzare” il mercato del lavoro, allargando il bacino del lavoro sommerso e diminuendo i contributi previdenziali, minando ancora di più la stabilità del sistema pensionistico. La proposta del governo è di creare un nuovo sistema di contrattazione collettiva in linea con gli standard dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL).

    Infine, le privatizzazioni: i creditori chiedono la messa in vendita – e in fretta – di porti, aeroporti e imprese elettriche, oltre a tutta un’altra serie di asset pubblici. Ciò che il governo critica non è la possibilità che alcuni asset siano gestiti da privati e/o da stranieri, ma che questi vengano svenduti senza condizioni e senza ritenere alcuna partecipazione statale. Giusto per fare un esempio, nella trattative per la vendita del porto del Pireo al colosso cinese Cosco, il governo insiste affinché l’accordo preveda un piano di investimento e misure a difesa dei diritti dei lavori.

    Sul fronte delle tasse, i creditori hanno chiesto un aumento significativo dell’IVA, la cui aliquota massima è già del 23%. Nel mirino dei creditori vi sono in particolare i medicinali (il cui aumento dei costi colpirebbe soprattutto gli anziani) e le aliquote speciali di cui godono le isole greche, dove si concentra il grosso dell’attività turistica e dove i costi sono già più alti che nel resto del paese. La replica del governo è che questo danneggerà la competitività dell’industria turistica greca e avrà l’effetto paradossale di ridurre l’attività economica, peggiorando la situazione debitoria del paese. Ciò che serve è una migliore esazione fiscale: ridurre l’evasione dell’IVA, infatti, permetterebbe tranquillamente di ridurre le aliquote medie.

    In definitiva, quello che manca nelle richieste dei creditori sono proprio le riforme. I tagli alle pensioni e l’aumento dell’IVA non sono riforme; non contribuiscono minimamente ad aumentare l’attività economica o la competitività della Grecia. Le privatizzazioni selvagge possono facilmente generare pericolosi monopoli privati, come dimostra l’esempio dell’America Latina. La deregolamentazione del mercato del lavoro non è altro che un crudele – e controproducente dal punto di vista economico – esperimento sociale, come dimostrano anche numerosi studi del Fondo monetario internazionale (FMI). Nessuno può seriamente sostenere che ridurre i salari greci serve a rendere il paese più competitivo nei confronti della Germania o dell’Asia. Al contrario, non farà che spingere proprio coloro che possiedono le competenze più competitive fuori dal paese.

    Qualunque riforma che sia degna di questo nome richiede tempo, pazienza, pianificazione e denaro. La riforma del sistema pensionistico e di sicurezza sociale, l’introduzione di standard del lavoro moderni, una politica di privatizzazione oculata, la creazione di un sistema di riscossione delle imposte efficiente: queste sono vere riforme. Così come lo sono le misure relative all’amministrazione pubblica, al sistema giudiziario, all’integrità statistica e così via, su cui il governo sarebbe ben felice di muoversi, se solo i creditori glielo permettessero. Anche un programma di investimenti rivolto al settore dei servizi avanzati – sanità, assistenza agli anziani, istruzione superiore, ricerca, arte – darebbe ottimi risultati in un paese come la Grecia. Persino una ristrutturazione del debito che permetta alla Grecia di tornare sui mercati (sì, si potrebbe fare, e i greci hanno presentato una proposta molto ragionevole in merito) potrebbe a tutti gli effetti considerarsi una riforma.

    Il programma dei creditori, al contrario, è una contro-riforma, un semplice programma di recupero crediti, basato sull’assunto secondo cui tagliare pensioni e ai salari, aumentare la pressione fiscale e privatizzare il privatizzazabile aiuterà la ripresa economica invece di ridurre ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie e favorire il rimpatrio all’estero dei proventi delle privatizzazioni, come è ovvio. È una riproposizione della stessa fallimentare “cura” imposta alla Grecia negli ultimi cinque anni, che ha distrutto il 25% del PIL greco e fatto lievitare il debito pubblico dal 100 al 180% del PIL. Ammettere il fallimento del programma greco, però, minerebbe la credibilità di tutta l’architettura economica europea, oltre che dei suoi sponsor politici.

    È per questo che i negoziati tra la Grecia e l’UE al momento sono entrati in una fase di stallo. Ovviamente è uno scontro impari: se i greci non accettano le condizioni imposte dai creditori, il sistema bancario greco potrebbe implodere, costringendo il paese a fuoriuscire dall’euro, con conseguenze estremamente destabilizzanti (almeno nel breve termine). Questo i creditori lo sanno bene. Ed è per questo continuano a tenere la Grecia con le spalle al muro: da un lato si rifiutano di fare la benché minima concessione, dall’altro non fanno altro che accusare il governo greco di non voler collaborare. E per ogni passo in avanti fatto dal governo greco, i creditori fanno due passi indietro.

    È una dinamica tipica dei negoziati che vedono contrapposti un partito forte e uno debole, per di più sottoposto a forti pressioni. In questo caso, poi, la trattativa è ulteriormente complicata dal fatto che i creditori non hanno una leadership unificata e dunque qualcuno – a parte forse Angela Merkel – che può effettuare delle concessioni per raggiungere un accordo. Per cui il ventaglio delle opzioni è piuttosto limitato. O Syriza accetta le condizioni dei creditori, rischiando di provocare una crisi di governo che spianerebbe la strada ad Alba Dorata o ad un nuovo protettorato europeo. O i greci saranno costretti a prendere in mano il proprio destino, nonostante gli enormi rischi che questo comporta, e sperare che qualcuno sia disposto ad aiutarli.

    Pubblicato su Social Europe Journal il 15 giugno 2015.

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