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    Home » Editoriali » Gli indipendentismi falliti d’Europa

    Gli indipendentismi falliti d’Europa

    Lorenzo Robustelli</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@LRobustelli" target="_blank">@LRobustelli</a> di Lorenzo Robustelli @LRobustelli
    28 Settembre 2015
    in Editoriali
    referendum

    Una manifestazione per l'indipendenza catalana

    Anche la Catalogna ha detto “no” all’indipendenza. Se quello di ieri è stato, come lo volevano leggere gli indipendentisti, un referendum sull’abbandono della Spagna, ebbene, Barcellona lo ha perso. Oltre la metà dei catalani ha votato per partiti contrari all’abbandono di Madrid, e non basta una maggioranza nel parlamento locale per invertire questo risultato, non può una legge elettorale che premia il maggior partito per favorire la governabilità sostituirsi ad una espressione chiara dei cittadini su una questione così capitale con la secessione. Questa espressione non c’è stata, in primo luogo perché non si è svolto un referendum e in secondo perché, comunque, Artur Mas e i suoi non hanno raggiunto il 50 per cento dei consensi, anche ammettendo che per una questione così il 50 più uno per cento possa essere un esito sufficiente.

    Qualche mese fa hanno fallito anche gli Scozzesi, e questi proprio in un referendum, chiaro ed esplicito. Ora stanno lavorando a farne un secondo, ma sembra un’ipotesi molto velleitaria al momento. A meno che se il referendum per l’altra autonomia, quello che il Regno Unito terrà sull’abbandono dell’Unione europeo dovesse avere successo (e oggi gli opinion polls dicono che i favorevoli all’abbandono sono la maggioranza) allora tutte le carte sarebbero rimescolate e gli unionisti scozzesi si dicono legittimati a una nuova consultazione. In Italia la Lega Nord, neanche quella più dura di qualche anno fa, non è mai riuscita a trovare un consenso tale da poter proporre un referendum, e ora non se ne parla più di indipendenza, se non per qualche piccolo gruppo che la reclama per il Veneto. I fiamminghi belgi lavorano a una “evaporazione” del Paese, così l’ha definita il loro attuale leader Bart de Wever, ma è un processo di lunga lena, che non sembra avere una reale consistenza. Di fatto i fiamminghi si sono presi il governo nazionale (dove solo il premier con il suo piccolo partito conservatore sono francofoni) e per il momento hanno superato il problema. In altre parti d’Europa esistono movimenti indipendentisti, ma sono per lo più insignificanti dal punto di vista elettorale o non hanno comunque una agibilità politica per andare davvero sino in fondo.

    Perché queste istanze non funzionano? Perché nell’Unione europea gli autonomisti contano una sconfitta dopo l’altra (benché i partiti che li rappresentano facciano spesso il pieno di voti e questo può essere considerato un successo)? Intanto perché non si è creato nell’Unione un dibattito, una coscienza comune sul tema, nulla che abbia “normalizzato” la questione rendendo poi possibile scelte conseguenti. Questo avviene perché, evidentemente, la stragrande maggioranza degli europei, nei loro singoli Paesi ma anche come comunità globale, non si pone il problema di indipendenze, non le vuole e non le tollera. Poi anche perché gli indipendentisti non hanno una vera rete tra loro. Probabilmente è nella loro natura, si inseguono progetti particolari e con motivazioni ogni volta diverse, il filo comune è troppo sottile per creare una fune da scalata che ponga la questione a a un livello più alto, più diffuso.

    Un altro motivo è che il moto indipendentista è antistorico, semplicemente. L’Europa delle “piccole patrie” non va confusa con “l’Europa delle mille nazioni”. Il processo di unificazione nelle politiche dell’Unione va nel senso, in questa fase, di mettere in comune le grandi politiche (Energia, Banche, Mercati, ci sono anche dei timidi tentativi nella Politica estera) e di lasciare al livello locale la regolazione delle questioni che meglio si regolano a livello locale. Questo permette di essere forti dove è necessario, di avere cioè una dimensione da player globali (o almeno di provarci) mantenendo, come è giusto che sia, tradizioni, costumi locali, a livello sociale, amministrativo, anche giudiziario e così via. Probabilmente i cittadini europei, anche quelli catalani o scozzesi, si rendono conto che in questo progetto c’è qualcosa di più, che può dare di più in termini di benessere, di socialità, che dividersi in tanti piccoli stati.

    Se istanze locali esistono e sono forti la risposta forse si può trovare nella strada che stanno seguendo in Gran Bretagna, con la concessione di ancor più forti autonomie alla Scozia, o come si stava facendo in Spagna, con la proposta di un nova autonomia per la Catalogna alla quale lavorava l’ex premier José Luis Zapatero e che il governo di Mariano Rajoy ha buttato nel cestino. Non è una caso, forse, che la grande tensione autonomista a Barcellona è riesplosa proprio quando ha preso il potere a Madrid il Partito Popolare, che infatti alle elezioni di eri è stato ridotto ai minimi termini.

    E forse, infine, la gran parte dei cittadini delle regioni indipendentiste (che sono quasi sempre decisamente europeiste) non ha voglia di uscire dall’Unione e poi riavviare il processo di associazione. Sarebbe una questione molto rapida, ovviamente, ma bisognerebbe farlo, restando fuori dall’Ue per qualche tempo.

    Tags: CatalognaFiandreindipendentistilegareferendumspagna

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