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    Home » Non categorizzato » La politica che aiuta i ricchi

    La politica che aiuta i ricchi

    [di Carlo Clericetti] Con la liberalizzazione dei movimenti di capitale, la finanza ha preso il sopravvento sulla politica. Oggi ne paghiamo le conseguenze.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    10 Ottobre 2015
    in Non categorizzato

    di Carlo Clericetti

    Si è detto e scritto moltissime volte che le politiche economiche che hanno cominciato a conquistare l’egemonia nel mondo a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso sono intrinsecamente di destra, ossia a vantaggio dei pochi e a danno della maggioranza. Si è detto tante volte che sembrerebbe inutile ripeterlo, se non fosse che le formazioni politiche che agiscono in base a quei principi continuano ad essere al potere in tutti i paesi avanzati. Perciò, quando capitano sotto gli occhi dei grafici che rendono ancor più evidente ciò che per molti ancora non lo è, vale la pensa di diffonderli, hai visto mai che provocassero qualche ripensamento.

    Il 25 e 26 settembre si è svolto alla Sapienza un convegno promosso dal CIRET (Centro interuniversitario di ricerca “Ezio Tarantelli”) e dalla Banca d’Italia, sul tema “Cause e conseguenze della diseguaglianza: che cosa si può fare?” (qui i partecipanti e i titoli degli interventi). È impossibile qui ricapitolare due giorni di relazioni e dibattiti. Si possono solo ricordare gli studi dell’OCSE, citati in vari interventi e soprattutto da Stefano Scarpetta, direttore dell’Organizzazione per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali, e da Mario Pianta, dell’università di Urbino (di cui è in uscita Explaining Inequality, scritto con Maurizio Franzini della Sapienza, uno dei più autorevoli studiosi italiani di questo problema). L’OCSE ha osservato l’evoluzione delle due variabili, disuguaglianza e crescita, e ha scoperto che non vanno d’accordo: più aumenta la prima, più si riduce l’altra. Una verifica empirica che abbatte un caposaldo teorico del neoliberismo, secondo cui bisogna concentrarsi su come produrre più ricchezza senza curarsi della sua redistribuzione: il benessere “gocciolerà” da solo verso gli strati inferiori della società.

    Ma in fondo il succo del problema può essere riassunto da tre grafichetti, mostrati nel suo intervento da Tony Atkinson di Oxford, il padre degli studi sull’ineguaglianza e la povertà, e tratti da un suo saggio scritto con Salvatore Morelli della Federico II di Napoli. Eccoli.

    Atkinson-graf

    Non c’è bisogno di molte spiegazioni, i grafici parlano da soli: basta guardare gli andamenti. Il primo è l’indice di Gini, la più nota misura della disuguaglianza. Nel 1901 era a 48,5. Da allora ha iniziato una lunga e lenta discesa, piuttosto regolare, che l’ha portato a 39,1 nel 1967. Era ancora esattamente a quel livello (dopo qualche zig-zag) nel 1974: da lì ha subito un calo vertiginoso, che in otto anni gli fatto fare la strada degli ottanta precedenti: circa dieci punti, fino al 29,5 dell’82; e lì rimane, più o meno, fino al ‘91, quando segna il minimo a 29,3. Da lì comincia a risalire, all’inizio violentemente. I dati si fermano al 2010, ma si può scommettere che da allora sia aumentato ancora: in pratica siamo tornati al punto di partenza, quasi cinquant’anni fa: solo che allora il trend era in discesa, adesso è in aumento.

    Gli altri due grafici non fanno altro che confermare ciò che l’indice di Gini mostra: nello stesso periodo l’1 per cento dei più ricchi ha aumentato il suo patrimonio, mentre il numero dei poveri aumentava a sua volta. Le politiche economiche dei paesi più sviluppati, dicevamo, hanno cominciato a cambiare dall’inizio degli anni Ottanta, con l’avvento di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Ma Regno Unito e USA hanno fatto da battistrada, negli altri paesi sono arrivate qualche anno dopo. In Italia, come appare chiaramente dall’indice di Gini, il punto di svolta è stato il ‘92. Non un anno qualsiasi: fu allora che l’Italia dovette affrontare una delle più gravi crisi della sua storia. Da poco erano stati liberalizzati i movimenti di capitale a livello internazionale, aveva cominciato a crescere la finanza non regolamentata. Le banche centrali ancora non lo sapevano – l’avrebbero capito ben presto – ma i rapporti di forza con la speculazione internazionale non erano più a loro favore, e un braccio di ferro che fino a qualche anno prima avrebbero vinto facilmente ora poteva finire nel modo opposto. Come accadde proprio in quell’anno quando gli speculatori attaccarono lo SME, l’accordo di cambio europeo precursore della moneta unica, e di fatto lo distrussero, costringendo Regno Unito e Italia a uscirne e gli altri paesi a cambiare le regole, facendo passare la banda di oscillazione fra i cambi da più o meno 2,25 per cento a più o meno 15: una variazione potenziale così ampia da rendere l’accordo più formale che sostanziale.

    Fu il primo episodio che dimostrava come la finanza avesse ormai preso il sopravvento sulla politica.

    Uscita dallo SME, la lira si svalutò tra i 20 e il 25 per cento e il governo Amato varò una manovra-monstre da 93.000 miliardi: fu l’inizio dell’“austerità”, da cui non siamo più usciti se non in alcuni anni dei governi Berlusconi che buttavano i soldi dalla finestra (e sotto c’era qualcuno che li raccoglieva). Nel luglio del ‘92 fu anche abolita la scala mobile (dopo i rimaneggiamenti degli anni precedenti) e ci fu un primo accordo con i sindacati sulla moderazione salariale, che sarebbe stato confermato l’anno dopo con il governo Ciampi (il famoso “accordo del ‘93”). Gli effetti della moderazione salariale avrebbero portato negli anni successivi la quota dei salari rispetto al PIL a scendere di una decina di punti.

    Apriamo qui una parentesi. Una recente nota della Confindustria ha affermato che negli ultimi anni la quota di PIL dei salari è tornata ai massimi di metà degli anni ‘70 («Nel manifatturiero è arrivata al 74,3 per cento nel 2014», ed era «74,2 per cento nel 1975»). Era – sia detto per inciso – la premessa alla successiva decisione del presidente Squinzi di interrompere le trattative per i rinnovi contrattuali, ponendo le condizioni per un prossimo intervento legislativo del governo che manderà in soffitta la contrattazione nazionale, assestando il colpo definitivo ai sindacati. Ora, sarà pure vero che i dati sono quelli, e il motivo sta essenzialmente nel fatto che è crollato uno dei termini del rapporto, il PIL (più basso di circa il 9 per cento rispetto al 2008); e che negli ultimi rinnovi contrattuali c’erano aumenti corrispondenti alle previsioni di inflazione: nessuno si aspettava che la dinamica  dei prezzi avrebbe frenato, arrivando addirittura sottozero. Intanto la politica di austerità comprimeva l’attività economica, con pesanti effetti sui profitti e sulla produttività. Insomma, una specie di “sorpasso in discesa”.

    Torneremo su questi argomenti: per ora ci limitiamo ad osservare che questo “recupero” è un effetto secondario, certo non voluto, del modo in cui è stata gestita la crisi. Ma riguarda una fase eccezionale, mentre quello che i grafici mostrano è un trend di un quarto di secolo. Non c’è da preoccuparsi, comunque. Come abbiamo appena detto, le forze che mirano a sanare questa “anomalia” sono già in moto. Non c’è alcun segno che ci si decida a perseguire una maggiore competitività se non seguendo la vecchia strada della compressione del costo del lavoro. Che poi questa strada si sia rivelata perdente evidentemente non interessa.

    Pubblicato sulla Repubblica il 7 ottobre 2015.

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