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Unione fiscale, ecco perché diciamo di no

Unione fiscale, ecco perché diciamo di no

di Thomas Fazi e Guido Iodice 

La crisi finanziaria ha messo a nudo il “peccato originario” dell’euro: l’aver privato gli Stati membri della loro autonomia fiscale – attraverso la creazione di un’autorità monetaria del tutto separata dalle autorità politiche (sia nazionali che europee) e l’istituzione di ferrei vincoli di bilancio – senza prevedere il trasferimento di questo potere di spesa ad un’autorità più alta (un “Tesoro europeo”). Sicché gli Stati membri si sono trovati del tutto disarmati di fronte alla crisi economica. Quest’ultima, però, non ha portato né al “completamento” dell’unione monetaria, come prevedevano alcuni dei padri fondatori dell’euro, né al rilassamento degli “stupidi” vincoli di Maastricht. Al contrario, essa è stata utilizzata come pretesto per rafforzare ulteriormente la gabbia del patto di stabilità e crescita (attraverso il fiscal compact) e per “germanizzare” ulteriormente l’Europa, mentre veniva contestualmente ridotto il già misero bilancio europeo. Il risultato – del tutto prevedibile – è stato quello di far sprofondare il continente in una condizione economica pericolosissima nota come stag-deflazione, in cui la stagnazione economica e la recessione si accompagnano al progressivo calo dei prezzi. Inutile dire che non si intravede, al momento, nessuna via d’uscita dalla trappola in cui si è cacciata l’Europa.

Alla luce di ciò, il fatto che ultimamente in ambito istituzionale si sia tornati a parlare della necessità di dare all’eurozona un “governo economico” attraverso la creazione di un’unione fiscale e politica – a tal proposito si veda la relazione dei cinque presidenti, riproposta in forma più o meno identica da Hollande e da Padoan – potrebbe apparire un fatto positivo.

Ma di che tipo di unione fiscale e politica stiamo parlando? Come hanno ricordato negli anni numerosi economisti, un’unione fiscale degna di questo nome richiederebbe un bilancio federale pari almeno al 10 per cento del PIL dell’eurozona; trasferimenti fiscali dai paesi più ricchi verso quelli più poveri; un’autorità federale capace di effettuare spesa in deficit con il sostegno attivo della BCE; e un effettivo trasferimento di rappresentatività democratica dal livello nazionale a quello sovranazionale (no taxation without representation). Come nota Wolfgang Münchau, però, non è questo il tipo di unione fiscale – che potremmo definire keynesiano e a cui probabilmente aspirano i francesi e gli italiani – a cui si sta lavorando, ma la sua variante tedesca, ben diversa.

Non a caso uno dei maggiori fautori dell’unione fiscale oggi in Europa è Wolfgang Schäuble. L’unione fiscale proposta dal ministro delle Finanze tedesco, però, non soddisfa nessuna delle condizioni sopraelencate. Al contrario, essa ruota attorno alla creazione di un organo indipendente col potere di veto sui bilanci nazionali – un «lord supremo del bilancio dell’eurozona», nella definizione di Varoufakis – ma non prevede nessun passo in avanti verso la creazione di una vera federazione democratica europea. Anzi, uno degli scopi del “piano Schäuble” sembra essere proprio quello di togliere alla Commissione europea – l’istituzione più “federale” dell’eurozona, che in teoria dovrebbe rappresentare gli interessi comuni dell’Europa – i suoi poteri di controllo sui bilanci nazionali, in quanto si sarebbe mostrata troppo flessibile nell’applicazione delle regole fiscali dell’eurozona, che sono state rafforzate negli ultimi anni proprio su pressione della Germania (inoltre, la Commissione avrebbe osato prendere lievemente le distanze dalla posizione inflessibile della Germania nei confronti della Grecia). «Il risultato sarebbe un maggiore potere della Germania», scrive Philippe Legrain, ex consigliere economico di Barroso,  non una maggiore influenza degli altri paesi.

Si tratta, in sostanza, di un piano finalizzato a privare agli Stati nazionali di quel minimo di potere discrezionale che gli è rimasto, mettendo definitivamente il pilota automatico alla politica fiscale (in linea con i dogmi liberisti): il passo finale nella trasformazione definitiva dell’eurozona in una gabbia ultraliberista basata su un sistema di regole ferree ed inflessibili. Come ha spiegato Varoufakis, infatti, la Grexit, secondo i calcoli di Schäuble, doveva rappresentare un passaggio cruciale per dare il via all’attuazione di questo piano, al fine di infondere «il timore di Dio» nelle altre nazioni debitrici. Particolarmente odioso, poi, che un progetto di tipo venga avanzato “in nome dell’Europa”, nella peggior tradizione di quello che potremmo definire “europeismo di regime”. Al contrario, chiunque abbia a cuore il destino dell’Europa non può che rifiutare con fermezza l’offerta di Schäuble.

Allo stesso tempo va anche rigettata con forza l’argomentazione, cara ai tedeschi, secondo cui, in assenza di un’unione fiscale, è necessario limitare ulteriormente l’autonomia fiscale degli Stati membri. Questo rappresenta un ribaltamento totale di quello che insegna la teoria economica, nonché la storia, in materia di federazioni. È vero l’esatto contrario, infatti: solo laddove esiste uno “Stato centrale” in grado di compensare le fluttuazioni asimmetriche nei vari Stati membri e di redistribuire le risorse all’interno dell’unione monetaria ha senso limitare l’autonomia fiscale dei singoli Stati; in caso contrario, porre vincoli di bilancio molto stringenti ai singoli paesi li priva semplicemente della capacità di rispondere alle recessioni in modo adeguato, come dimostra bene la perdurante crisi dell’eurozona. Insistere su questa strada – rafforzare i vincoli di bilancio finché non si arriva all’unione fiscale – vuol dire continuare a mettere il carro prima dei buoi, con conseguenze che non potranno che essere devastanti.

Che fare, dunque? Riteniamo che la via da seguire, nel breve termine, sia quella di sfruttare le contraddizioni evidenziate dalla vicenda greca per allargare, per quanto possibile alla luce degli equilibri attuali, le maglie della struttura esistente al fine di arginare la crisi sociale ed umanitaria e, nel frattempo, sviluppare le condizioni per un riequilibrio dei rapporti di forza, conditio sine qua non per affrontare una riforma più ambiziosa dell’eurozona. Una soluzione, per esempio, potrebbe essere quella indicata da Richard Koo: “rinazionalizzare” la politica fiscale, permettendo ai paesi in crisi – in primo luogo quelli della periferia – di far salire il loro deficit pubblico ai livelli necessari per compensare il crollo della spesa privata.

Questo non avrebbe alcun costo per paesi come la Germania perché nei paesi della periferia la liquidità attualmente inutilizzata del settore privato sarebbe più che sufficiente a finanziare l’incremento del deficit. Il settore privato coglierebbe al volo la possibilità di poter parcheggiare i propri risparmi in titoli di Stato, che rappresentano un investimento sicuro e dal rendimento garantito. Il problema semmai è un altro: assicurarsi che una parte consistente del risparmio di un paese “debole” resti in quel paese anziché finire in Bund tedeschi e altri titoli “sicuri”. La maniera più semplice suggerita da Koo per ottenere questo obiettivo sarebbe, appunto, quello di rinazionalizzare il mercato dei titoli di Stato, proibendo ai residenti di un certo Stato membro di acquistare i titoli di debito pubblico di altri Stati (di fatto limitando la libera circolazione dei capitali). Una versione più soft di questa regola consisterebbe nell’assegnare un risk weight (‘peso di rischio’) diverso ai titoli nazionali e a quelli esteri, per incentivare i residenti ad investire nei primi. In tutte le sue varianti, si tratterebbe comunque di una soluzione dall’impatto macroeconomico assicurato.

Si tratta evidentemente di avanzare su linee riformatrici e gradualiste, come sta provando a fare il governo greco e come si propongono la nuova alleanza di sinistra in Portogallo e la probabile analoga alleanza tra Podemos e il partito socialista spagnolo. Occorre non cadere nell’illusione di provare a sfasciare tutto perché il popolo affamato dall’euro è lì lì per ribellarsi contro l’Europa malvagia, come sembrano pensare alcuni, anche a sinistra. La storia del movimento operaio ci insegna che non esiste nesso meccanico tra crisi economica e radicalizzazione politica. Sarebbe un errore, dunque, pensare che un ulteriore deterioramento della situazione economica o la disintegrazione dell’Unione europea andrebbero automaticamente a vantaggio della causa progressista; la storia – anche quella recente – dimostra il contrario. Alla luce di ciò, scriveva qualche tempo fa Yanis Varoufakis, «il compito della sinistra in questo particolare frangente storico deve essere, paradossalmente, quello di stabilizzare il capitalismo europeo, di salvare il capitalismo da se stesso. Creando così le condizioni per lo sviluppo di una reale alternativa». Si direbbe che Varoufakis abbia cambiato idea nel frattempo. A noi, invece, la sua intuizione pare più attuale che mai, proprio alla luce della vicenda greca.

Non si tratta di rinunciare ad una prospettiva di cambiamento sistemico radicale – al di là non solo dell’unione monetaria ma del capitalismo stesso, perlomeno nelle loro forme attuali –, ma di prendere atto del fatto che quell’alternativa va costruita, poiché al momento non esiste (il “keynesismo in un paese solo”, implicito nelle tesi di alcuni no-euro, verrebbe facilmente messo in scacco dai mercati finanziari, nelle condizioni date di liberalizzazione finanziaria; del resto il keynesismo è storicamente legato ad un regime monetario internazionale basato sul controllo sui movimenti di capitali su cambi fissi); e che per costruirla, l’alternativa, abbiamo bisogno sia di tempo che di mettere i lavoratori e i cittadini europei nella condizioni di poter tornare a immaginare un futuro diverso. Questo vuol dire sfruttare tutti i margini di riforma offerti dalle strutture esistenti, senza rinunciare però ad avere un orizzonte “rivoluzionario”. La sfida è proprio quella di riuscire a tenere insieme questi diversi piani politici, spaziali e temporali.

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