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Le insidie della difesa comune

Le insidie della difesa comune

[di Barbara Spinelli] È opinione diffusa che l’Unione debba accelerare i tempi sulla creazione di un esercito europeo. Ma una difesa comune che non metta in discussione le vecchie alleanze con gli Stati Uniti e la NATO rappresenta una minaccia per la pace e per la democrazia.

di Barbara Spinelli

Bruxelles, 13 ottobre 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione dell’audizione pubblica organizzata dalle commissioni affari esteri (AFET) e affari costituzionali (AFCO) su “Politica estera e di sicurezza comune nel quadro del trattato di Lisbona: come sbloccare il suo pieno potenziale”. 

È opinione diffusa, e lo dimostrano le reazioni positive alle proposte di Jean-Claude Juncker sulla creazione di un esercito europeo, che l’Unione debba accelerare i tempi, in questo campo: usando le possibilità offerte dai Trattati, come le cooperazioni rafforzate o i voti a maggioranza. Da decenni, la politica estera e di difesa comune è stata parola d’ordine ricorrente, nel discorso europeista o federalista. Non dimentichiamo che la comunità dimezzata che abbiamo oggi, quasi esclusivamente economica, nasce dal fallimento della Comunità europea di difesa (CED) nel ’54.

Il caos e le guerre antiterroriste che hanno caratterizzato il dopo-guerra fredda ci obbligano tuttavia a ripensare da capo questi obiettivi, e ad affinarli. La spregiudicatezza con cui l’Alleanza atlantica è stata di fatto estesa al di là delle frontiere orientali dell’Unione, la miriade di Stati falliti scaturiti dalle guerre euro-americane e della NATO, l’enorme flusso di migranti che di questo caos sono la conseguenza: sono tutti fattori che non possiamo non mettere nei calcoli, quando auspichiamo una difesa comune senza mettere in questione le vecchie alleanze con Stati Uniti e NATO. Il presidente Juncker parla di un esercito europeo capace di dissuadere la Russia in Ucraina, ma proprio qui è il problema: è la dimostrazione che né Stati Uniti né Europa hanno ancora una politica russa costruttiva, coerente con i rispettivi e molto divergenti interessi.

A ciò si aggiunga un deficit ulteriore, rivelatosi nel negoziato su euro e Grecia: la comune politica estera e di difesa cui si aspira soffre, come quella economica e monetaria, di una mancanza grave di un’accountability democratica. Chi si batte per un’unificazione delle politiche difensive tende ad ignorare la questione della legittimità democratica, se non della legalità. Parlo della conformità alle Costituzioni nazionali e anche al Trattato di Lisbona, visto che esso prescrive, nell’articolo 21,1-2, l’inserimento dei diritti dell’uomo e delle libertà negli obiettivi della Politica estera e di sicurezza comune (PESC). Manca, nell’Unione, un articolo simile all’articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra e ammette trasferimenti di sovranità solo se gli obiettivi perseguiti sono la pace e la giustizia. Quasi tutte le Costituzioni nazionali degli Stati membri prevedono controlli parlamentari sulle scelte di pace e di guerra. Non l’Unione né la sua Carta dei diritti fondamentali.

Questo vuoto non resta vuoto, tuttavia. Viene sempre più riempito da ridondanti discorsi sui “valori etici”: ben meno stringenti di una Costituzione. Discorsi che hanno prodotto le guerre umanitarie e l’esportazione delle democrazie: altrettante operazioni fallimentari, che hanno ridotto il peso dell’Europa e l’hanno profondamente screditata.

Credo che le lacerazioni attorno alla tenuta dell’euro debbano farci riflettere. Quel che mi domando, è se una difesa comune e lo stesso voto a maggioranza non siano dei rischi, in assenza di un governo e di un Parlamento che controllino e validino le scelte che verrebbero fatte in materia. La spaccatura sulla Grecia ci lascia in eredità questa questione, a mio parere non risolta. Ricordo che nel trattato CED, su richiesta di Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi, c’era un articolo, il n. 38, secondo cui sarebbe stato impossibile creare una Comunità di difesa senza integrarla immediatamente, non step by step, in una Comunità politica dotata di una democrazia costituzionale (di uno “statuto”, come si disse allora).