Bruxelles – Quando lo scorso aprile un barcone partito dalla Libia colò a picco nel canale di Sicilia portando con sé circa 800 persone, all’Europa la cosa più urgente da fare sembrò aprire un canale di dialogo con i Paesi africani. Fu allora che nacque l’idea del summit di Valletta, che oggi e domani riunisce nell’isola del Mediterraneo circa 93 delegazioni dall’Ue e dall’Africa. Le cose da allora sono profondamente cambiate: i barconi in Libia hanno cominciato a scarseggiare, il passaparola ha diffuso tra i migranti percorsi alternativi a quello mortale che portava all’approdo sulle coste italiane, e così il vero fronte caldo della crisi dei rifugiati si è spostato ad est, lungo quella rotta balcanica, che oggi è teatro della nuova emergenza. Una situazione che ha consentito di cambiare l’approccio europeo al summit di Valletta, da un’ottica emergenziale ad una più improntata sulla ricerca di soluzione di medio e lungo termine.
L’obiettivo con cui i leader europei si presentano all’incontro, rimane quello di tentare di limitare gli arrivi dall’Africa e di facilitare i rimpatri di quei migranti economici (una percentuale consistente di chi arriva dalla sponda sud del Mediterraneo), che non hanno diritto alla protezione internazionale. Ma i Paesi africani, dal canto loro, non sono intenzionati a venire in soccorso dell’Europa senza portare a casa qualcosa in cambio. Il bilanciamento che si tenta di raggiungere in questa due giorni di vertice, è dunque: impegno africano a tentare di diminuire le partenze e facilitare i rimpatri, in cambio dell’apertura, da parte dell’Europa, di vie di immigrazione legale e di consistenti finanziamenti per aiutare il processo di sviluppo dei Paesi.
L’Ue farà dunque presente che per il momento il tasso di rimpatri nei Paesi africani si ferma ad appena il 30%, una quota inaccettabile, e ricorderà che la riammissione è un “obbligo” dei Paesi africani, precisato anche dall’articolo 13 della Convenzione di Cotonou, firmata dall’Ue con i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico. In parallelo, ci si concentrerà anche sulla rapida conclusione dei negoziati in corso e sull’apertura di possibili nuovi accordi di riammissione con i Paesi di origine strategici. In cambio ai partner africani sarà offerta maggiore collaborazione economica in settori strategici e possibili canali di ingresso legale in Europa: in particolare l’impegno sarà a favorire la mobilità di studenti (anche attraverso il progamma Erasmus+), ricercatori e imprenditori.
C’è poi lo spinoso capitolo finanziamenti. L’Europa dovrebbe ribadire il suo impegno per la creazione di un consistente Trust fund per l’Africa da ben 3,6 miliardi di euro. Un contributo non da poco per tentare di stabilizzare i Paesi della regione e combattere le cause profonde delle migrazioni. La Commissione europea ha già messo sul piatto 1,8 miliardi di euro, una somma importante, che dovrebbe corrispondere ad un pari impegno da parte degli Stati membri. Peccato che per ora le capitali non abbiano seguito il buon esempio. In totale si è arrivati a mettere sul tavolo appena a 78,27 milioni (anziché 1,8 miliardi) grazie al contributo di 25 Stati membri Ue più Svizzera e Norvegia. L’Italia è stata tra i primi Paesi a contribuire con 10 milioni di euro, una delle cifre più alte messe fino a questo momento a disposizione, ma le offerte, soprattutto in occasione del summit, continuano ad essere aggiornate. Rimane comunque una evidente mancanza di disponibilità che potrebbe mal disporre i partner africani e complicare i negoziati.
Dal vertice di Valletta l’Italia si aspetta “risultati concreti sia per quanto riguarda la cooperazione con i Paesi terzi sia per quanto riguarda la capacità dell’Europa di maneggiare questa questione avendo una visione”, spiega a Eunews il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, secondo cui questo “è un tema che ci impegnerà per i prossimi anni”. Per questo, sottolinea “occorre avere una visione generale del problema e una strategia chiara” e “noi l’abbiamo offerta all’Europa mettendo l’Italia dalla parte giusta della storia”.


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