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    Home » Economia » Cop21, M5S: “Politiche Ue sul clima influenzate dal Ttip”

    Cop21, M5S: “Politiche Ue sul clima influenzate dal Ttip”

    Intervista al vicepresidente della commissione Ambiente del Senato, Carlo Martelli, che critica la posizione dell’Ue alla conferenza Onu sul clima, boccia la revisione dell’Ets e chiede la decarbonizzazione totale

    Domenico Giovinazzo</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@giopicheco" target="_blank">@giopicheco</a> di Domenico Giovinazzo @giopicheco
    10 Dicembre 2015
    in Economia
    cop21, m5s, martelli, clima
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    Roma – Alla Conferenza Onu di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici Cop21 “a me la posizione dell’Unione europea proprio non piace, perché mette davanti a questo enorme problema la questione economica”. Carlo Martelli, senatore del Movimento 5 stelle e vicepresidente della commissione Ambiente di Palazzo Madama, critica l’orientamento secondo il quale “qualunque soluzione che verrà trovata a Parigi non dovrà intervenire sugli accordi di libero scambio che si stanno negoziando o sono già conclusi”. In questo modo, a suo avviso, è “come se l’Ue dicesse che non si può mettere alcun tipo di tassazione ambientale sui prodotti o sui servizi che arrivano da Paesi con i quali abbiamo accordi commerciali, o addirittura da quelli con cui stiamo ancora negoziando”.

    Senatore, si riferisce al Trattato di libero scambio tra Ue e Usa? Ritiene stia influenzando

    martelli cop21 clima m5s
    Carlo Martelli

    la politica europea sul clima?

    Sì, e purtroppo non influenza solo quelle ma tutte le politiche che l’Unione europea sta portando avanti. Il trattato è segreto, non c’è libero accesso a tutti i documenti negoziali e agli allegati, ma sappiamo che coinvolgerà circa 300-400 miliardi di interscambio tra Europa e Stati uniti. Qualunque tipo di interferenza a questo flusso potrebbe essere percepito come ostacolo alla crescita economica. Ma sull’ambiente, o si fa una politica seria contro i cambiamenti climatici, oppure si fa una politica economica. Tutti gli studi prodotti dalle varie università sulla lotta ai mutamenti del clima dicono che tra le due vie, una strategia aggressiva o una intermedia fatta di compromessi, quella più costosa e meno efficace è quella intermedia. Quindi, qualunque mediazione al ribasso servirebbe solo a spendere soldi per niente.

    Per incentivare la riduzione delle emissioni di carbonio, l’Unione europea ha deciso di rivedere il sistema Ets invece che adottare una misura più drastica come la Carbon tax. Lei avrebbe preferito la seconda strada?

    Sicuramente il meccanismo degli scambi di quote di emissioni non funziona. Il valore fissato a 7 euro per tonnellata di CO2 è così basso che incentiva le emissioni. Anche la Carbon tax presenta dei problemi. Se la mettessimo adesso scompenseremmo gli equilibri economici all’interno della stessa Unione. Penalizzeremmo eccessivamente Paesi come la Polonia, che emettono molta CO2, e favoriremmo troppo altri che hanno investito sul risparmio energetico e sulle fonti rinnovabili. È una lotta economica, ma il punto è che quando si parla di ambiente non bisogna considerare solo gli aspetti strettamente economici, perché i danni a lungo termine non sono ancora a bilancio ma ci entreranno. Quindi, io ritengo che la Carbon tax sia uno strumento indispensabile, ancorché grezzo.

    Perché è grezzo?

    Andrebbe inserita una valutazione sull’intero ciclo di vita di un prodotto e non solo sulle emissioni relative al ciclo produttivo. Questo meccanismo – che il Movimento 5 stelle ha inserito in una proposta di legge depositata qui al Senato – sarebbe molto più affinato. In ogni caso, la Carbon tax riesce già a colpire quelle produzioni fortemente inquinanti mettendo fuori mercato settori come quello delle centrali termoelettriche a carbone.

    Per l’accordo finale della Cop21 è ancora aperta la questione dell’aumento di temperatura globale. La disputa è se mantenerlo entro 1,5 o 2°C. Qual è la soglia giusta a suo avviso?

    Gli scienziati dicono che non esiste una soglia certa di sicurezza. Chi dice categoricamente che la soglia è 2°C fa un azzardo esattamente come chi indica 1,5°C. La posizione più equilibrata è riconoscere che ogni incremento di temperatura crea uno squilibrio planetario. Quindi, più aumentiamo la temperatura più rischiamo di perdere l’attuale ecosistema.

    Si cerca ancora l’intesa sull’obiettivo di lungo termine, c’è chi spinge per la decarbonizzazione totale e chi invece si accontenterebbe di una riduzione.

    Quelli che parlano di decarbinizzazione spinta sono gli unici ad aver capito che il problema è veramente serio. Se l’aria di casa tua è irrespirabile perché c’è una stufa che perde fumo, non è facendo uscire un po’ meno fumo che la rendi l’aria respirabile: devi fermare il fumo e aprire la finestra per cambiare aria.

    I paesi sviluppati si sono impegnati a sostenere economicamente le politiche ambientali di quelli più arretrati. È sufficiente per garantire che anche le economie emergenti rispettino i terget?

    È sicuramente un fatto positivo la cooperazione internazionale. Cooperazione, però, vuol dire anche favorire gli scambi commerciali, come ad esempio l’export di carne dal Sud America e dall’Africa. Siccome la produzione di carne è il principale responsabile dell’effetto serra, anche più dei trasporti, sarebbe preferibile non incentivarla. Quindi, io giudico positivamente che vengano destinate maggiori risorse alla cooperazione internazionale, ma vorrei valutare i singoli progetti.

    Senatore Martelli, cosa deve prevedere l’accordo finale perché sia soddisfacente?

    Un accordo sarebbe soddisfacente se prevedesse ciò che il Movimento 5 stelle ha indicato nelle mozioni: la decarbonizzazione spinta e l’abbandono delle fonti fossili entro il 2050, con il passaggio al 100% di fonti rinnovabili. Quello che assolutamente non vorremmo vedere è il ricorso alla cosiddetta ‘geo-ingegneria’, ovvero interventi sull’atmosfera per riflettere maggiormente la luce solare, sistemi per aumentare la capacità di assorbimento da parte degli oceani o, peggio ancora, il sequestro geologico della CO2. Il rischio è di creare pericoli maggiori – ad esempio un rilascio massiccio e improvviso dell’anidride carbonica sequestrata, che sarebbe letale – e nel contempo continuare a incentivare un modello di sviluppo che non funziona. Sarebbe come mettere la spazzatura sotto al tappeto sperando che ci rimanga.

    Su quali aspetti l’Italia deve ancora lavorare per fare la propria parte sul clima?

    Dovrebbe lavorare al progressivo abbandono delle fonti fossili e smettere di incentivarne l’utilizzo. Il nostro Paese spende ancora 12 miliardi di euro per incentivazioni dirette o indirette alle fonti fossili. Bisognerebbe utilizzare questi fondi per la transizione energetica. Poi servirebbe una revisione del sistema dei trasporti e lavorare sull’efficientamento energetico dell’edilizia. Questi sono i 3 pilastri. Poi, a mio avviso, c’è un quarto che è culturale e chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi: diminuire il consumo di carne, ad esempio, sarebbe già un buon inizio.

    Tags: Carlo MartelliclimaConferenza Onu sul climaCop 21m5sMovimento Cinque StelleparigiTtip

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