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    Home » Politica Estera » I britannici espatriati lottano per poter votare sulla Brexit

    I britannici espatriati lottano per poter votare sulla Brexit

    In Gran Bretagna vige una legge per la quale i cittadini che non sono residenti nel Paese da oltre 15 anni non sono più ammessi a votare. Un gruppo di britannici che vive in Europa ha quindi deciso di affidarsi ad uno studio legale per fare ricorso all’Alta Corte anglosassone

    Elena Bondesan</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@elena_bondesan" target="_blank">@elena_bondesan</a> di Elena Bondesan @elena_bondesan
    16 Marzo 2016
    in Politica Estera

    Bruxelles – Un gruppo di espatriati britannici si lancerà oggi in una sfida legale per riconquistare il diritto di voto in vista del referendum sulla Brexit. In Gran Bretagna vige una legge per la quale coloro che non sono residenti nel Paese da oltre 15 anni non sono più ammessi a votare. I britannici che vivono in Europa si sentono traditi dal fallimento del governo nel ripristinare il diritto di voto in vista del referendum sulla Brexit (come promesso nel manifesto dei Conservatori) e hanno quindi deciso di prendere in mano la situazione e affidarsi allo studio legale londinese Leigh Day, che per loro farà ricorso urgentemente all’Alta Corte. Il gruppo di cittadini anglosassoni toccato dalla questione è consistente, contando circa 2,2 milioni di persone, quasi la metà dei 5 milioni di britannici che attualmente vivono all’estero.

    Gli avvocati presenteranno il caso all’Alta Corte britannica  per conto del gruppo di cui fa parte un veterano di guerra di 94 anni, Harry Shindler, stabilitosi in Italia, che aveva già presentato una petizione alla Corte europea per i diritti umani (Cedu) contro questa legge. “Prenderemo tutte le misure necessarie per ottenere il voto” ha dichiarato Shindler. “E’ assolutamente antidemocratico e abbiamo provato di tutto. Ho scritto al Primo Ministro, il caso è stato sollevato alla Camera dei Comuni, ma senza alcun risultato. L’unica cosa da fare ora è andare in un tribunale”. Ed ha aggiunto, lamentandosi con il Telegraph: “Quando l’Ue è stata istituita ci hanno detto che potevamo andare a vivere ovunque  volevamo e a lavorare in tutta Europa. Nessuno ci aveva detto che avremmo anche perso il diritto di votare”.

    “I nostri clienti vengono penalizzati per aver esercitato il loro diritto Ue alla libera circolazione” ha dichiarato l’avvocato Richard Stein in un comunicato stampa, mettendo in evidenza che “le persone arbitrariamente escluse (anche dal voto sulla Brexit) sono proprio quei cittadini britannici che, molto probabilmente, saranno i più colpiti dalla decisione presa dagli elettori nel referendum”. Secondo gli avvocati non consentire a queste persone di votare nel referendum di giugno è illegale, in quanto viola i loro diritti sanciti dall’Unione europea e in quanto influenza le loro vite su questioni fondamentali come l’assistenza sanitaria e le pensioni. Per questo Stein ha aggiunto: “Abbiamo chiesto alla Corte di affrontare le questioni con urgenza in modo che la legge possa essere modificata prima della data di giugno, per includere tutti i cittadini britannici residenti nell’Ue, indipendentemente dalla durata”. L’avvocato si aspetta che una decisione sia presa entro la terza settimana di aprile. Charlotte Oliver, un avvocato inglese che vive in Italia dal 2001, ha appoggiato l’azione legale, rimarcando che, nonostante lei stessa faccia parte della crescente comunità britannica internazionale, comunque continua a considerare il Regno Unito la sua casa e il luogo dove un giorno tornerà. “La soglia dei 15 anni è arbitraria e arcana dato che viaggi e comunicazioni si sono sviluppati così tanto da quando è stata imposta nel 1982” ha dichiarato. Secondo Oliver 15 anni in una Nazione diversa dalla propria non comportano la recisione di tutti i legami con il proprio Paese di origine.

    I Conservatori nel loro manifesto del 2015 avevano preso l’impegno di liberarsi della regola, ma deve ancora materializzarsi la tanto promessa proposta di legge di un voto a vita, nonostante le pressioni degli attivisti. La cosiddetta “regola dei 15 anni” era passata mentre il potere era nelle mani del Partito laburista sotto Tony Blair. Se il caso avesse successo, potrebbe avere un enorme impatto sulla preparazione del referendum sulla Brexit previsto per il 23 giugno, che potrebbe essere ritardato a causa dei nomi extra da aggiungere al registro elettorale.  

    Tags: brexitconservatoridirittiGran Bretagnareferendum brexit 2016voto

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