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    Home » Opinioni » La breve estate di Uschi

    La breve estate di Uschi

    Il discorso sullo stato dell'Unione di von der Leyen punta ad essere manifesto di autonomia strategica, ma arriva proprio nel momento in cui le due superpotenze, Cina e USA, ridefiniscono gli equilibri senza neppure consultare Bruxelles

    Roberto Zangrandi di Roberto Zangrandi
    29 Settembre 2026
    in Opinioni, Politica
    La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, il premier canadese Mark Carney, il 16 settembre 2026 a Strasburgo a margine del discorso sullo stato dell'Unione. Source: Imagoeconomica

    La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, il premier canadese Mark Carney, il 16 settembre 2026 a Strasburgo a margine del discorso sullo stato dell'Unione. Source: Imagoeconomica

    Quando arriva agosto, il continente si divide in due categorie: chi sparisce, come me, per settimane, come Pedro Sánchez, che quest’anno se ne è concesse cinque tra Doñana e Lanzarote, e chi non stacca mai davvero.

    Ursula, Uschi per intimi e amici, von der Leyen appartiene alla seconda specie. Niente residenze di rappresentanza, niente coste esotiche: da anni la formula è la stessa, qualche giorno in Bassa Sassonia con il marito Heiko e i sette figli, una foto sui social appoggiata a un tronco con gli occhiali da lettura calati sul naso, un libro in mano e la didascalia sul piacere di leggere d’estate. È l’immagine di una tedesca luterana del lavoro, quasi un rimprovero silenzioso a chi si concede settimane intere lontano dai dossier.

    Sono le occasioni in cui abbandona l’aristocratico lignaggio baronale acquisito dal marito, di nobili lombi attribuiti alla sua famiglia di setaioli già nel 1786, ufficializzati con un decreto napoleonico del 1813 confermato successivamente dal Re di Prussia tre anni dopo. Va rilevato che un altro ramo Leyen ha origini nobiliari più importanti e principesche risalenti al decimo secolo, ma non si tratta del suo.

    Tuttavia, quando si distacca dalla banalità dell’Urlaub, vacanza sacra per i suoi coinnazionali in gran parte migranti con prua a sud per “fare il pieno di sole”, torna infatti a essere l’austera Ursula Gertrud Albrecht, un condensato di germanità. Anche nelle sue brevi, misurate ferie estive.

    Il fatto che il suo Stato dell’Unione arrivi puntuale ogni metà settembre, con lei già rientrata mentre altri leader sono ancora ad asciugarsi al sole, dice più di mille interviste sul personaggio. Si era trattenuta a Bruxelles fino al 12 agosto, con le istituzioni svuotate dalla pausa estiva già a partire dal 21 luglio, data chiave per l’inizio delle vacanze in città. Un paio di post sui social e un augurio a tutti di riposarsi e ricaricarsi…

    Per lei, il tempo necessario per limare il #SOTEU, come viene chiamato il tradizionale e annuale discorso sullo Stato dell’Unione europea, reso durante la prima sessione di ripresa delle attività del Parlamento Europeo. Dieci punti, certamente non rivoluzionari, ma che valgono un termometro piazzato nel corpo d’Europa per capire orientamenti, determinazione, forza e possibile impegno per il futuro breve. Biglietto da visita dell’annata che viene; biglietto di scuse e di buoni propositi per dire che ciò che non è stato fatto forse si farà o forse verrà riorientato.

    Insomma: una tacita richiesta di un altro anno di credito da accordare all’istituzione. Quella che segue non è una cronaca tardiva di quanto reso e letto a Strasburgo alle 09:00 del 16 settembre, ma una decina di giorni dopo, una verifica di quanto rimane nel setaccio del ricordo, sfrondato dai formalismi e dalle acrobazie dei diversi cambi di lingua per rispetto e blandizie delle potenze culturali nell’emiciclo.

    Eccoli quindi, i rimasugli nel setaccio, riletti con la lente della formazione cristriano-democratica di Ushi, e delle striature di economia sociale di mercato che questa stessa formazione le hanno inevitabilmente lasciato.

    Canada. L’offerta di un’associazione rafforzata a Ottawa, salutata con l’abbraccio a Mark Carney in aula, è la mossa più liberale del discorso: apertura commerciale, alleanza dei democratici contro Trump. Da sinistra si può solo applaudire, a patto che non diventi un pretesto per aggirare le clausole sociali e ambientali che l’accordo CETA porta ancora con sé irrisolte.

    Consiglio di sicurezza europeo. L’impianto atlantista, quasi gollista nel linguaggio, von der Leyeniano nella sostanza. È oggettivamente difficile non vedere in questo protagonismo “securitario” un’eco della vecchia Realpolitik democristiana, quella di Helmut Kohl, più che una vera politica estera comune con base parlamentare.

    EU Kids Act. Qui la matrice liberale classica cede il passo a un sorriso osé, quasi socialdemocratico: inversione dell’onere della prova a carico delle piattaforme, tutela dei minori come bene pubblico. È il punto più coerente con l’economia sociale di mercato di stampo CDU anni Ottanta, quella che non temeva la regolazione se serviva a proteggere l’individuo, o la famiglia.

    Ceuta e migrazione. I numeri sulla riduzione degli arrivi vengono ricordati e citati come un successo, ma il nuovo meccanismo di emergenza rischia di essere una scorciatoia securitaria aggiuntiva mascherata da gestione tecnica. Da una prospettiva strettamente garantista e giuridica, la domanda resta quella di sempre: dove, quali sono i canali legali?

    Intelligenza artificiale. Parole misurate, nessun impegno vincolante. “E pace alla frontiera” suona bene ai convegni di Bruxelles ma, bitte! lasciamo intatto il ritardo industriale europeo rispetto a Washington e Pechino. Il liberalismo qui appare più retorico che regolatorio.

    Cina. Toni da guerra commerciale contenuta, con la cifra del deficit di un miliardo al giorno agitata come clava negoziale in vista della missione di Šefčovič a Pechino. Coerente con la linea muscolare già vista al G7 di giugno, meno coerente con l’idea di un’Europa che dovrebbe competere aprendo mercati, non solo proteggendoli. Cautela generalizzata in attesa dei veri risultati dell’incontro fra Xi e DJT.

    Israele e Russia. Il capitolo più debole, quasi un’ammissione di impotenza. Nessuna nuova sanzione, solo l’invito a chiudere le scappatoie esistenti. Da un punto di vista socialista è la delusione maggiore del discorso, l’ennesima prova che sulla politica estera l’unanimità blocca tutto. Con buona pace della politica comune di difesa e dei droni che volano in libertà nei cieli dell’Unione.

    Semplificazione. Dodici omnibus di sburocratizzazione, diciassette miliardi di risparmio promesso, nessun dettaglio operativo. È il punto più tipicamente ordoliberale del discorso, e insieme il più vuoto: la deregulation come mantra sostituisce l’investimento pubblico che l’economia sociale di mercato prevederebbe come contrappeso. Ricordo, con l’aiuto wikipediano, che l’ordoliberalismo “è una teoria economica e politica nata in Germania che affida allo Stato il compito di stabilire regole rigide per far funzionare il libero mercato e impedire la nascita di monopoli.”

    Clima ed “estate della verità“. Trentacinquemila morti per il caldo, raccolti perduti, seicentosessantamila ettari bruciati: i numeri da bollettino di guerra. La Climate Insurance Alliance e il piano ondate di calore vanno nella direzione giusta, ma restano assicurazioni contro il danno già fatto, non prevenzione strutturale. Qui la sinistra ambientalista avrebbe voluto molto di più, non un’assicurazione ma un cambio di modello. Gli altri un ridisegno modernista delle politiche climatiche, anche qui con buona pace delle coIrrenti interne in diversi Paesi.

    Congresso d’Europa 2027. Chiusura solenne, quasi visionaria, per l’anniversario di Roma. Suggestiva ma nella percezione genrale vaga, una  promessa di lungo periodo che consente di non rispondere alle urgenze del presente.

    Chi l’ha seguito insieme a me, insigne politico e accademico, l’ha analizzato in chiave di economia sociale di mercato, su cui discutevamo come modello recuperabile per l’Unione. La coerenza con questa dottina è evidente solo a tratti. Il capitolo minori è di scuola democristiana pura, quello sulla semplificazione strizza l’occhio a un ordoliberismo (cit.) vicino a Erhard, l’economista tedesco che fu anche un politico di riferimento nella Germania federale nei primi anni Sessanta e fiduciario assoluto per l’economia di Konrad Adenauer per 14 anni. Il resto oscilla tra aspirazione geopolitica e gestione dell’esistente, senza il coraggio distributivo che la sinistra di matrice liberale vorrebbe vedere.

    A commento del #SOTEU, il Financial Times ha insistito sul conto salato degli incendi estivi, tre miliardi di euro secondo una sua stessa analisi citata nel discorso, leggendo la Climate Insurance Alliance come ammissione implicita che l’Europa sta già pagando l’inazione passata. Le Monde e la stampa tedesca hanno enfatizzato il capitolo Canada come segnale della crisi transatlantica innescata da Trump, più che come vittoria negoziale europea. La stampa spagnola, memore di Ceuta, ha guardato con sospetto al nuovo meccanismo d’emergenza migratoria. Da Washington, silenzio ufficiale: l’amministrazione Trump non ha commentato direttamente, impegnata proprio in quei giorni a preparare il vertice con Xi Jinping, ma alcuni commentatori vicini alla Casa Bianca hanno letto nell’affondo sulla Cina un allineamento tardivo, quasi opportunistico, alla linea protezionistica già imposta da Washington.

    Un discorso non storico, di certo. Da molti diplomatici valutato come compilativo. Amici giornalisti e notisti lo hanno trovato, con espressione gergale del mestiere, semplicemente “di copertura” senza oggettive punte di suggestione politica. Su resto del mondo poco, quasi nessun effetto. Mentre von der Leyen parlava a Strasburgo, il vero baricentro del potere mondiale si stava già spostando altrove: pochi giorni dopo Trump e Xi si sono scambiati promesse di cooperazione e “competizione sana”, disegnando bilateralismo in cui l’Europa resta comunque solo spettatrice. Il paradosso è tutto qui: un discorso che si vuole manifesto di autonomia strategica arriva proprio nel momento in cui le due superpotenze ridefiniscono gli equilibri senza neppure consultare Bruxelles. L’Unione può scrivere le regole sui social media per i tredicenni, ma non riesce ancora a sedersi al tavolo dove si decide il futuro del commercio e dello sviluppo globale.

    Tags: bussola competitivitàChinacinacommissioncommissionediscorso sullo stato dell'UnioneeuSOTEUueursula von der leyenUsusa

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